L’ulteriore polarizzazione nella questione Catalana

Pubblicato il 31 December 2017 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 7 minuti | 127
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Le elezioni indette dal governo centrale spagnolo per il 21 dicembre in Catalogna hanno ottenuto tutto fuorché una soluzione della spinosa questione legata alle istanze indipendentiste in questa ricca, ma travagliata regione della penisola iberica.

Pur presentandosi con tre distinte formazioni politiche, nel loro insieme gli indipendentisti con il 47,5 dei voti, hanno ottenuto dei 70 seggi nel parlamento locale, ossia la maggioranza. Gli unionisti, ossia quelli che rimangono fedeli a l’idea di continuare a far parte del regno spagnolo, hanno ottenuto 59 seggi, con il 43,5 dei voti.

Come si può vedere, è una maggioranza risicata: nonostante la vittoria complessiva, in realtà c’è stata una relativa diminuzione dei consensi verso gli indipendentisti. Inoltre, a parte le divisioni interne a questo fronte non esattamente omogeneo, c’è un altro fattore di cui tener conto: il 12% dei nuovi deputati catalani è incriminato dalla giustizia spagnola a causa dell’illegale progetto politico dell’indipendenza. Recente è poi l’aggiunta di altri sei nomi alla lista, tra cui quello dell’ex President Artur Mas. Poi tre deputati, tra cui l’ex vice-presidente Junqueras, sono tuttora in carcere e altri tre in esilio, tra cui Puidgemont. Sarà interessante vedere cosa succederà entro il 23 gennaio prossimo, quando il nuovo Parlament dovrà formalmente costituirsi.

Nel frattempo vale la pena osservare altri interessanti sviluppi legati alle elezioni: da un lato la pesante perdita del PP, proprio il partito del Primo Ministro Spagnolo Manuel Rajoy, dall’altro la smagliante affermazione di Ciudadanos, il nuovo partito di centro-destra, liberal e anti-corruzione, alleato cruciale del PP a Madrid e ferventemente unionista, che, sotto la carismatica leadership della candidata Ines Arrimadas, è arrivato primo nella competizione elettorale.

Ironicamente, oltre al PP, l’altro grande perdente è stata la sinistra radicale En Comù Podem di Ada Colau, la sindaca di Barcellona, appoggiata da Podemos, che ha pagato il prezzo per aver mantenuto una posizione equidistante rispetto all’istanza indipendentista: cioè favorevole a una maggiore autonomia e al tempo stesso contraria all’indipendenza tout court.

Dopo i risultati, un Puidgemont entusiasta della vittoria conseguita, ha proposto dal suo esilio a Bruxelles un incontro “senza condizioni” con Rajoy in un paese europeo qualsiasi, tranne la Spagna, naturalmente, dove verrebbe subito arrestato. Lo stesso Puidgemont, tra l’altro, è sempre alla ricerca di una mediazione europea per la diatriba catalana. Rajoy ha rifiutato l’invito, dicendo che preferirebbe piuttosto incontrare Arrimadas, l’alleata di Ciudadanos. Al tempo stesso il premier spagnolo ha teso una mano, e ha dichiarato di voler parlare di persona con l’eventuale President della Generalitat, e ripromettendosi di disattivare l’articolo 155 (che sospende l’autonomia catalana) una volta che questo verrà nominato.

La situazione rimane insomma molto incerta, oltre che intricata, e le prossime settimane ci faranno capire quali saranno gli eventuali sviluppi.

Sentiamo cosa ha a da dire a YOUng Thomas Jeffrey Miley, docente di Sociologia Politica ed esperto della penisola iberica. Secondo lui, più che mai dopo il risultato elettorale, ci si trova di fronte ad una ancora maggiore polarizzazione.

L’INTERVISTA:

La tua prima reazione ai risultati elettorali?

Beh, più le cose cambiano e più rimangono uguali.

Qualcosa comunque è successo.

La grossa novità, se vogliamo, è la grande affermazione di Ciudadanos.

Da leggere come?

Come il potente affermarsi del nazionalismo spagnolo non solo più nella penisola in generale, ma nella Catalogna stessa. La vittoria senza precedenti di Ciudadanos, partito molto conservatore ed anti-indipendenza, è stata tra l’altro caratterizzata da un voto in massa di molti quartieri della classe operaia nella zona di Barcellona.

Cos’altro possiamo osservare?

Il partito Junts per Catalunya, il successore di Convergencia Democratica, la formazione di Jordi Pujiol, e poi di Artur Mas, è andato meglio di Esquerra Republicana, nominalmente di sinistra, che sperava in un sorpasso. E il CUP, la terza forza nel campo indipendentista è andato proprio male.

A cosa è dovuto questo successo?

Evidentemente il leader del partito, Puidgemont, è riuscito dall’esilio in Belgio a mobilizzare la base originaria di Convergencia. La formula vola ad assicurarsi un’affermazione fondamentalmente nazionalista si è rivelata assai efficace.

Al tempo stesso la coalizione indipendentista ha ottenuto meno del 50% dei voti, a dimostrare l’esistenza di una grossa fetta della popolazione che è invece favorevole a rimanere nell’unione con il resto della Spagna.

Non c’è nulla di nuovo in questo: anche nel 2015 la coalizione indipendentista aveva ottenuto il 48% dei voti, anche se poi, grazie alla legge elettorale, come oggi, aveva ottenuto una maggioranza nel parlamento locale. Ma in realtà siamo di fronte a un 50/50 tra le forze indipendentiste e quelle essenzialmente unioniste.

Rimane comunque il problema dei deputati che sono incriminati e che sono in prigione o rischiano di finirci.

Sì, è un dettaglio interessante, ma al di là di questo quello che conta è che in realtà la Catalogna è una società divisa. La polarizzazione intorno alla questione dell’indipendenza è aumentata. A questo si aggiunge il fatto che la vittoria di Ciudadanos è una tragedia per la sinistra.

Intanto si dice che la formazione di Ada Colau, come rappresentante della sinistra sia stata punita proprio per non aver preso una posizione forte in una direzione o in un’altra.

Chiaramente, nell’attuale situazione polarizzata una forza di sinistra che non si è identificata in nessuna delle due posizioni, come il CUP, apertamente indipendentista, non ha potuto affermarsi. L’equidistanza della Colau e di Podemos non ha funzionato.

Ma la sinistra non potrebbe cavalcare, sfruttando a proprio vantaggio, la crisi istituzionale che attraversa non solo la Catalogna, ma anche l’intera Spagna?

Sì, ma chiaramente la destra è ancora molto forte e la vittoria di Ciudadanos ne è la dimostrazione. Per giunta gli indipendentisti hanno di nuovo ottenuto una maggioranza relativa in parlamento. Ci si trova in una situazione di stallo, che gli spagnoli chiamano “il giorno della marmotta” (ndr un riferimento al famoso film americano “Groundhog Day” di Harold Ramis – in italiano “Ricomincio da capo” il cui protagonista – Bill Murray – si trova intrappolato in un loop temporale in un paesino di provincia. che lo costringe a rivivere continuamente la stessa giornata).

Ma la vittoria di Ciudadanos potrebbe riflettersi anche a livello nazionale?

Sì, ma la questione catalana rimane comunque una carta in mano a Rajoy, perché serve a distrarre l’opinione pubblica dalle accuse di corruzione rivolte al suo Partido Popular. In pratica la gente si sta mobilizzando in tutto il paese attorno alla questione identitaria.

Al tempo stesso però la repressione e la violenza che si sono viste durante il recente referendum hanno mostrato il lato peggiore della destra al potere.

Sì, ma ciò nonostante Ciudadanos si è affermato proprio sulla questione identitaria, e in ogni caso rimane alleato del PP.

Quindi potrebbe esserci un cambio di forze, all’interno dell’alleanza al potere a Madrid, ma quest’alleanza rimarrà in piedi.

Esatto.

Al tempo stesso Rajoy, forse proprio a causa della sconfitta del suo partito alle elezioni in Catalogna, sembra avere un’attitudine un po’ più conciliatoria, pur non volendo incontrare Puidgemont.

Sì, ma se Puidgemont & Co. insisteranno sull’indipendenza si riproporrà il tema della costituzionalità delle iniziative su entrambi i fronti, e quindi sarà interessante vedere cosa succede nei prossimi settimane e mesi in questo contesto.

Quindi quale lezione si può trarre dalle elezioni del 21 dicembre?

Che le elezioni non possono sistemare la situazione in questo momento: quello che possono fare, al massimo, insisto, è dimostrare la crescente polarizzazione in atto. Le due fazioni – quella pro-indipendenza e quella pro-unione, la prima rafforzata dalla violenza del governo centrale, la seconda dalla vittoria di Ciudadanos – sono più che mai inamovibili dalle rispettive posizioni. Quindi, se mi si permette un’analogia, si può parlare di una “ulsterizzazione” della questione catalana (ndr un riferimento all’irrisolto conflitto nell’Ulster, tra le forze favorevoli a un’unione con l’Irlanda e i lealisti favorevoli a rimanere nel Regno Unito).

Ma a questo punto Rajoy, responsabile per aver eliminato certi articoli chiave nello Statuto dell’Autonomia nel 2006, non potrebbe guadagnare restituendoli alla Catalogna, ampliandone al massimo l’autonomia?

Dubito che ciò possa accadere. Ciudadanos, alleato di Rajoy, afferma addirittura che la regione ha fin troppa autonomia al momento. In pratica ci si trova di fronte a due minoranze su posizioni totalmente opposte, con una maggioranza della popolazione schiacciata tra le due, mentre questioni molto importanti, come l’austerità e l’immigrazione, passano in secondo piano rispetto a quella identitaria pro o contro indipendenza. Una situazione che potrebbe continuare all’infinito.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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