Project Ara? Bye Bye! Perchè Google sospende il progetto dello smartphone modulare?

Pubblicato il 3 September 2016 da Maria Melania Barone | Per leggere questo articolo ti servono: 5 minuti | 6015
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Forse troppo costoso da produrre o forse gli sforzi sarebbero troppo grandi per l’azienda di Google che, proprio ieri, sulla base delle indiscrezioni rilasciate da Reuters, annuncia di abbandonare il Project Ara, ovvero la ricerca che avrebbe innovato la produzione hardware di telefonia. Così era nata l’idea di uno smartphone modulare, con parti intercambiabili che avrebbero ridotto i rifiuti elettronici prolungando la durata di ogni dispositivo.

Innovazione spesso coincide con Rivoluzione e la Rivoluzione spesso comporta dei costi, ma anche dei benefici. Dovevano essere troppo alti per Google i costi del Project Ara se ha deciso di abbandonare l’idea di uno smartphone modulare che sarebbe stato lanciato sul mercato nell’autunno 2017. Il progetto fu annunciato nel maggio scorso e fu salutato con entusiasmo dall’intero mondo tech e anche dagli ambientalisti, che intuivano i benefici ambientali derivanti dalla fisiologica riduzione di rifiuti elettronici. Tuttavia Google pare abbia deciso di cedere la produzione delle componenti ad altre aziende. Non sarà quindi più il colosso statunitense a lanciare uno dei prodotti sicuramente più innovativi del XXI secolo. L’azienda si riserverà comunque di collaborare con i partner mediante accordi di licenza.

Project Ara è uno dei primi passi per una campagna ad ampio spettro volta all’unificazione della ricerca hardware da parte di Google: la ricerca spazia dai computer portatili Chromebook ai telefoni Nexus. Come riportato da Reuters, il telefono sarebbe costoso da produrre, secondo l’analista Bob O’Donnell di Technalysis. I dispositivi sarebbero un po’ difficoltosi da lanciare sul mercato a causa dell’ingombranza delle parti intercambiabili che avrebbero consentito ai clienti di personalizzare il proprio smartphone. Forse scarse come giustificazioni, ma l’unica cosa certa è che il progetto è stato abbandonato da Google e dovrà, con ogni probabilità, essere ridiscusso. Come riportato dall’agenzia di stampa, uno dei portavoce di Google ha rifiutato di commentare la scelta aziendale per il momento, rendendo ancor più misteriosa la vicenda.

La scelta di abbandonare il progetto è stata presa, pare, da Rick Osterloh, il capo della divisione hardware di Google ATAP. Un nome che dava ancora più lustro al progetto dato che proprio Osterloh fece rinascere la Motorola dopo che, quest’ultima, fu venduta a Lenovo nel 2014. E’ tornato a lavorare per Google come Senior Vice President solo nel 2016, gestendo dunque tutti i più importanti progetti di Google e gestendo anche la divisione ATAP che presiede a Project Ara.

Dan Makoski invece è il fondatore del Project Ara e per adesso annuncia di non abbandonare l’idea della modularità tecnologica ma, per adesso, lavora per Nexpaq, una società specializzata nella creazione di cover per i maggiori smartphone (come iPhone 6 e Galaxy S6) che accettino moduli accessori. E il Project Ara? Rimandato a data da destinarsi… forse.

Una cosa è certa: lo smartphone modulare avrebbe sicuramente rivoluzionato l’intero mercato della telefonia con evidenti ripercussioni sia ambientali, sia economiche e sia, inevitabilmente e indirettamente, geopolitiche.

Da un punto di vista industriale, non è escluso che l’annuncio del colosso di Google abbia sicuramente destabilizzato numerose società, magari quelle escluse dalla trattativa. Certo è che, comunque, al Project Ara erano coinvolti i giganti dell’elettronica: Panasonic, TDK, iHealth, E Ink, Toshiba, Sony Pictures e Samsung. Almeno ad una prima ipotesi, il progetto potrebbe aver causato una sorta di “guerra fredda” all’interno del settore. Sicuramente la scelta aziendale di Google comporterà un dilazionamento dei tempi per il lancio sul mercato dello smartphone modulare che, originariamente, era prevista per il 2017.

Un’attesa che, almeno per adesso, non toglierà potere né ad altre compagnie, tanto meno ai gruppi terroristici che si finanziano grazie all’estrazione abbastanza illegale di Coltan in Ruanda e Congo. Si tratta della lega metallica principale di cui è rifornito l’intero settore dell’industria tecnologica e corrisponde all’abbreviazione del nome degli elementi columbite-tantalite. La sua peculiarità è quella di avere un elevatissimo punto di fusione che rende questo tipo di metallo particolarmente adatto per la costruzione di dispositivi tecnologici. Riserve di coltan sono in Australia, Brasile, Mozambico, Nigeria, Etiopia. Il primo produttore di Coltan è l’Australia, seguita dal Mozambico e dal Brasile. Tutti gli altri estraggono circa 50 tonnellate l’anno, ma le riserve totali di questi paesi in guerra non è stata ancora stimata e c’è chi sostiene che vi sia, proprio in Congo e Ruanda, la riserva più grande al mondo.

Focalizzare l’attenzione all’estrazione di coltan è pressoché doveroso quando si parla di un progetto tecnologicamente rivoluzionario come quello dello smartphone modulare. Infatti lo smartphone modulare oltre a ridurre sensibilmente i rifiuti elettronici (il cui smaltimento costa molto più del riciclo data la concentrazione di oro, rame e coltan), potrebbe influenzare parallelamente l’acquisto di materie prime.

Capiamo dunque che la riduzione della quantità di rifiuti elettronici, influisce direttamente sull’utilizzo delle materie prime estratte in questi paesi. Il tutto potrebbe quindi avere anche risvolti geopolitici. L’estrazione di coltan in Congo e Ruanda avviene in condizioni praticamente disumane: a lavorare alle miniere sono spesso bambini ridotti in schiavitù. La proprietà di queste miniere, o meglio, la sua occupazione è gestita da gruppi di guerriglia armata che utilizzano come soldati, bambini rapiti dai villaggi, sottratti alle loro famiglie, stuprati, seviziati e costretti alle armi. Bambini senza infanzia e senza futuro, educati a non avere emozioni.

L’introduzione nel mercato di uno smartphone modulare potrebbe sensibilmente ridurre l’utilizzo del coltan proporzionalmente alla riduzione di rifiuti elettronici ma, per valutare davvero l’importanza di una innovazione tecnologica di questo tipo ed i suoi effetti sull’ambiente, dovremmo attendere ancora, non si sa per quanto.

 


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Giornalista pubblicista nasce a nel cuore di Napoli ma vive in molte città italiane, dopo aver compiuto studi umanistici si interessa al mondo editoriale con particolare attenzione alla politica, ambiente e geopolitica.
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