Referendum, vince l’astensionismo ma la colpa è dei promotori del Sì

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20/04/2016 Maria Melania Barone 2740

Sappiamo cosa hanno votato e perchéLa comunicazione è un’arte per pochi e, soprattutto, a volte, passa anche per la corretta informazione. Giacché come diceva qualcuno “comunicare significa raggiungere un obiettivo”, semplificando così il sistema elaborato dal teorico della comunicazione linguistica Romàn Jakobsòn. Il populismo e la propaganda ricca di demagogia finiscono spesso per contornare i messaggi politici senza tenere minimamente conto degli elementi referenziali che fanno da base alla corretta informazione. E così la campagna referendaria per il sì aveva un obiettivo di fondo secondo i promotori: salvare i mari e le nostre vacanze, preservare la balneabilità delle nostre coste! Il Referendum tanto voluto alla fine c’è stato ed è fallito con un misero 31,18%. Tanto vale da una scala da 0 a 100 il quoziente intellettivo degli italiani ma, c’è da scommetterci, la comunicazione dei promotori vale ancora meno.

MATTEO RENZI E LA SUA IDEA DI LAVORO – Già dalle 22,50 del 17 aprile il premier Matteo Renzi rilasciava dichiarazioni in cui lodava l’intelligenza degli italiani che si erano astenuti dimostrando di “rispettare i posti di lavoro”. La sua comunicazione è chiara, diretta: «Massimo rispetto per chi ha votato, ma io ho scelto 11 mila posti di lavoro». Lui ha ragione in effetti. Renzi è persona di buon senso, per questo ha scelto il lavoro, il jobs act, il licenziamento facile confezionato con la parola flessibilità e venduto con uno smalto impeccabile, come solo lui sa fare. Lui ha scelto 11 mila posti di lavoro contro i 250 mila delle rinnovabili. Lui e Mario Monti, altro maestro di diplomazia e di austerity, hanno da sempre promesso nelle sedi internazionali di tagliare le emissioni di gas serra, ma hanno attuato una politica sclerotica che, di fatto, dal 2013 al 2014 ha tagliato complessivamente 25 miliardi di euro per le rinnovabili, causando un crollo del settore dovuto al calo del 92% degli impianti. Nel giro di pochissimo, quello che era stato definito il boom delle rinnovabili si è trasformato nell’incubo verde, nel crollo più veloce della storia: persi 60 mila posti di lavoro di cui 4 mila solo nell’eolico. I dati sono stati diffusi dal Fondo Monetario Internazionale, FMI, in un rapporto del febbraio scorso e riportati da Greenpeace. Ma Renzi si sa, ha scelto gli 11 mila lavoratori delle piattaforme. In realtà i lavoratori dell’intero indotto superano di poco le 22 mila unità e non c’è una grandissima speranza di crescita per i lavoratori di questo settore.

I PROMOTORI DEL Sì – Il comitato promotore per il Sì al referendum invece ha scelto improbabili manifestazioni di piazza, dove attivisti agitavano lenzuoli azzurri e blu a simboleggiare le onde del mare ed il diritto civile di farsi il bagno nel mare pulito. E chi vorrebbe negare questo sacrosanto diritto? Naturalmente le trivelle! In un paese che vive ormai da oltre 10 anni una profonda crisi, dove le vacanze di 30 giorni degli anni ’90 si sono trasformate in vacanze da 3 giorni e mezzo, si è pensato che gli italiani avrebbero dato grandissima importanza ad una comunicazione che punta tutto sul “farsi il bagno in un mare pulito e non inquinato da eventuali fuoriuscite di greggio”. Una comunicazione che non poteva che avere poco appeal, strategia decisamente debole e purtroppo in grado di fornire l’assist al premier, il cui governo è stato già toccato dai recenti scandali sull’affaire petrolio di Tempa Rossa. Naturalmente Matteo Renzi che di comunicazione se ne intende, non ha potuto fare a meno di citare l’insufficienza dei depuratori che ormai da decenni sono tra i fattori più inquinanti delle nostre acque dolci, ma anche degli versamenti sulla costa.

Chi l’avrebbe mai detto. Un astensionismo da record che nasconde però il vero colpevole: i promotori del sì.

A COSA SERVIVA IL REFERENDUM – Questo referendum ha avuto un primo grande compito: “testare” la vera posizione dell’italiano medio in merito alla questione “petrolio” nella totale assenza di eventuali altri fattori esterni. Prova ne è il fatto che la data è stata scelta a caso: prima delle elezioni amministrative di giugno, prima del Referendum previsto per il prossimo ottobre che concerne le modifiche della Costituzione. Come a dire: “se l’italiano non vuole le trivelle deve salire in superficie da solo, non deve abboccare all’amo”. E così è stato: sono caduti nella trappola.

Adesso i petrolieri che combattono da anni contro i comitati locali antitrivelle, specializzati a rompere le scatole, si staranno adagiando su un comodo divano in velluto, mentre fumano un sigaro cubano e pensano a quanto sono fortunati loro che non dovranno modificare alcun business plan per quella trentina di concessioni collegate al progetto di estrazione realizzato mediante circa 400 pozzi.

Maria Elena Boschi su Referendum 17 aprileCerto la paura c’era da parte dei lobbisti del petrolio, soprattutto a causa della coincidenza dello scandalo Tempa Rossa e all’imprevedibile disastro ambientale a Genova annunciato purtroppo solo il giorno dopo, dove si è verificata la rottura di una tubazione di un oleodotto che collega la raffineria di Busalla, in Valpolcevera. Ma, come diceva la Maria Elena nazionale “questo governo è più forte dei talk, delle polemiche”. Il Ministro Boschi alludeva a quanto detto da Renzi nel suo discorso post referendum: “Da settimane illustri ospiti si sono chiusi nei talk show, hanno preso in ostaggio i social network, hanno monopolizzato l’attenzione della classe politica, gli addetti ai lavori, i grandi esperti, hanno teorizzato crolli, hanno immaginato chissà quali sconvolgimenti, alla fine una parte della classe dirigente di questo paese si dimostra una volta di essere talmente autoreferente autoreferenziale. L’Italia è molto più grande di Twitter e di Facebook e non si rendono conto che là, fuori dalle loro telecamere, c’è un paese che chiede concretezza che chiede solidità e c’è molto più avanti di quello che si pensi molto più in grado di comprendere se un quesito referendario ha senso o è soltanto una strumentale tentativo di creare polemica non paga cercare di essere demagogici questo è il messaggio di questo referendum“. Ha ragione Matteo Renzi. Effettivamente che la gente voglia concretezza lo avevano capito quei pochissimi attivisti che l’informazione completa l’han sempre fatta, come la professoressa Maria Rita d’Orsogna che, a sua volta, risponde per le rime: “Grazie a tutti. La storia è più grande di Matteo Renzi”. Ed è vero: la storia ci dice che se c’è un demagogo in Italia quello è proprio il premier: ha paventato lo spauracchio della perdita di lavoro, si è fatto paladino del jobs act, ma si guarda bene dal dire in giro che son stati persi già 60 mila posti di lavoro col taglio delle rinnovabili che ha causato il crollo del 92% degli impianti per un taglio complessivo (e relativo dirottamento su investimenti per fonti fossili) di 25 miliardi complessivi: 12,8 nel 2013 e 13,2 nel 2014.

SENZA QUORUM – Ed effettivamente l’Italia non è andata a votare per il 68,82%, una cifra impressionante. Di questo immenso popolo di astensionisti, sappiamo pochissimo, non sappiamo perché non ha votato. In realtà, nonostante siano due italiani su tre che non si son recati alle urne, si fatica a trovare in rete un astensionista che abbia il coraggio di motivare le sue ragioni. E pensare che tutti i sondaggi di inizio aprile davano un’affluenza del 75% con una vittoria del 65% del sì. Ma che fine hanno fatto queste persone? E perché non si riesce ad avere un campione degli astensionisti adesso?

Un referendum senza quorum, che ha fissato la risposta degli italiani ad un numero preoccupante: 31,18%. Italiani che si lamentano per l’incremento dei tumori, per le liste d’attesa in ospedali pubblici lunghissime, per la totale assenza di welfare e che non si recano alle urne. Italiani che si lamentano per l’assenza di un lavoro dignitoso e che non sanno che, proprio le rinnovabili, avrebbero potuto garantire ben oltre le 260 mila unità, circa il 3200% in più del settore petrolifero.

L’Italia sarà sicuramente stata classificata come “Paese camomilla”, con questa etichetta infatti gli psicologi delle lobbies descrissero la Regione Abruzzo nelle ricerche propedeutiche alla costruzione di Ombrina mare. Significava che la popolazione era a “basso rischio di reazione”, una regione tranquilla, esattamente l’opposto della Sardegna, per intenderci. Un paese “camomilla” che non reagisce, un paese “camomilla” che non s’informa. L’ideale per i propri affari.

Sondaggio votanti referendum 17 aprile 2016

Una cosa invece è certa: delle motivazioni dei votanti sappiamo tutto. Sappiamo cosa hanno votato e perché. Ben oltre il 85% ha votato per il sì il che significa che sono stati ben 15 milioni gli italiani contrari alle scelte del governo. Solo Un sondaggio di Index Research mostrato dalla trasmissione Piazzapulita ci spiega le motivazioni dell’intero elettorato. Di questi, molto più della metà, il 56% ha votato contro Renzi e il suo governo e quindi come atto di protesta. Solo il 21% era consapevole dei problemi ambientali il che significa che questi non sono stati trasmessi a dovere e, probabilmente, sono stati trasmessi nella maniera sbagliata. In un paese attanagliato da quasi un decennio nella crisi economica, si è scelto di trasmettere le ragioni del sì, agitando lenzuoli azzurri nelle piazze e alludendo alle acque pulite del mare. Bastava in realtà dire la verità sulle estrazioni di petrolio e di gas: causano sismicità e , quelle di petrolio, inoltre, a causa dei processi di raffinazione (che avvengono a terra), causano danni importanti e immediati al cervello e modificazioni di DNA in chi, malauguratamente respira idrogeno solforato o acido solfidrico. A ciò si aggiunge tutta un’altra serie di danni ambientali non certo di minore entità: le trivellazioni non avvengono mediante un cacciavite che avvita la roccia, come si pensa, ma attraverso una perforazione meccanica associata però all’iniezione di fluidi perforanti che hanno il compito di ammorbidire la roccia e modificarne la densità. Chiaramente questi liquidi sono molto potenti, perché? Non lo sappiamo, quello che sappiamo è che non potremo mai sapere di cosa sono realmente composti in quanto la loro composizione è coperta da segreto industriale. La perforazione della roccia crea spaccature orizzontali non controllabili che rischiano di intervenire sulle faglie attive oltre a diffondere gli idrocarburi fossili anche nelle falde acquifere. Per chi non ha una formazione di tipo geologico, spieghiamo che le falde acquifere costituiscono il bacino imbrifero e, un solo bacino imbrifero, si estende anche per alcune centinaia di chilometri. Chi conosce la mappa dei bacini imbriferi sotterranei sa che, trivellando la sola Irpinia, si crea automaticamente un rischio di contaminazione che si estende fino alla Calabria! Chi ha dato queste informazioni? A giudicare da quel 21%che ha votato per i “rischi ambientali”, possiamo dire che la comunicazione in questo senso è stata davvero debole. Prova ne è il fatto che, invece, in quelle regioni dove l’informazione si fa da anni e in maniera anche piuttosto clandestina, il quorum si è raggiunto: 50,18% per la Basilicata, terra trivellata fin dentro le sue stesse viscere, fino a sporcare di petrolio la sua stessa agricoltura e le sue sorgenti di acqua potabile. Segue immediatamente la Puglia col suo 41% un misero 35% dell’Abruzzo con il 37% del Veneto.

Ma abbiamo una prova ancora più importante a dimostrazione che la colpa dell’astensionismo andrebbe in realtà additata a chi ha promosso il sì, è una appello su Facebook, diffuso dalla pagina Contro l’informazione manipolata che a pochi minuti dalle 23 del 17 aprile ha ottenuto oltre 480 condivisioni. Un appello che, come vediamo, reca un elenco completo dei rischi dovuti alle trivellazioni.

Quindi sulle motivazioni di chi ha votato sappiamo tutto, ma sulle motivazioni di chi non ha votato non sappiamo ancora nulla e possiamo desumere tutto dalle ragioni elencate. Per adesso abbiamo aperto un sondaggio in un gruppo pubblico. Chiunque, dopo essersi iscritto al gruppo, può cliccare l’opzione che più desidera. Sarà per la consapevolezza dell’assenza di una comunicazione completa e di una corretta informazione che Grillo ha fatto un incauto appello al voto “anche senza cognizione di causa” e quindi “sulla fiducia”? Può darsi, del resto sarebbe bastato dire che la raffinazione del petrolio causa lo sprigionamento di sostanze tossiche che creano danni immediati nel corpo e modificazioni di DNA che si sarebbe guadagnata una buona fetta di votanti in più. Soprattutto in città come Napoli, flagellata dall’inquinamento e dai danni ambientali.

La comunicazione è come una escort che cambia sempre limousine, perennemente al servizio di chi ha il portafoglio pieno. Quello dei petrolieri lo è quasi sempre. Quando la comunicazione funziona, resiste come abbiamo visto, anche agli scandali e, per farlo, capita che si serve anche di demagogia, cioè dell’arte di usare finti spauracchi creati ad arte per dominare la psicologia di massa. Falsi miti assolutamente non rispondenti al vero come l’impossibilità, per le rinnovabili, di coprire il 100% del fabbisogno energetico, oppure il falso mito della perdita di 11 mila posti di lavoro (omettendo che il taglio alle rinnovabili ha causato una perdita di 60 mila posti di lavoro in due anni). Sarà per questo che chi ha curato la campagna referendaria per il No e per l’astensione ha argomentato molto meglio dei promotori? Forse. In verità la regola è una sola: chi vuole comunicare deve studiare. Sempre. Il rischio è quello di sporcarsi le mani di petrolio.

 

L'AUTORE
Giornalista pubblicista nasce a nel cuore di Napoli ma vive in molte città italiane, dopo aver compiuto studi umanistici si interessa al mondo editoriale con particolare attenzione alla politica, ambiente e geopolitica.

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