Le elezioni USA viste dalla periferia dell’Impero

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20/03/2016 Attilio De Alberi 1443

Molti, anche se non tutti, sembrano preoccupati di fronte all’ipotesi di un Trump presidente USA, ma in realtà non dobbiamo preoccuparci solo di lui.

Prima di lanciarci in una breve analisi delle prospettive a livello geopolitico di un’eventuale vittoria di Donald Trump (se il Partito Repubblicano non dovesse trovare un sostituto entro luglio), o di Hillary Clinton (qualora #FeeltheBern Sanders non riuscisse affatto a capovolgere l’attuale trend delle primarie), dobbiamo prima chiarire una cosa: che ci piaccia o no, esiste tuttora un Impero Americano e noi abitiamo in una delle sue tante provincie, e non solo perché beviamo Coca-Cola o vediamo i film di Hollywood.

Quindi, come ai tempi dell’Impero Romano, inevitabilmente, in qualche maniera, agli abitanti della Gallia o della Britannia o della Dacia doveva interessare in qualche modo chi era l’imperatore di turno nella Città Eterna, anche per noi, o per i francesi, o per gli spagnoli, o, se vogliamo, per siriani o venezuelani, è molto importante sapere chi siederà alla Casa Bianca tra pochi mesi e quale saranno le prossime mosse dell’Impero diretto da Washington.

Dovrebbero naturalmente interessarsi a questo quelli che magari si preoccupano solo di dove andranno in vacanza quest’estate o, a un livello più “elevato”, di chi sarà il prossimo sindaco di Roma o Milano. Insomma, nell’Era della Globalizzazione, più che mai, interessarsi solo del proprio orticello può essere forse rilassante, ma anche un po’ miope.

  Una delle caratteristiche della retorica di Trump è una forma di neo-isolazionismo: costruiamo muri, riportiamo le ditte americane in America, smettiamo di portare avanti trattati commerciali internazionali. Certe di queste idee possono anche avere la loro validità: ironicamente sulla delocalizzazione lui, Sanders e in parte la stessa Clinton sono sulla stessa lunghezza d’onda. Ma al tempo stesso, pur essendosi Trump riveduto sulla guerra in Iraq nel 2003 (“un grande e grosso errore, giusto?”), la sua rimane una retorica militarista e anche molto aggressiva: per esempio propone d’intingere le pallottole in sangue di maiale, prima di giustiziare un membro di DAESH. La sua aggressività è comune a quella di Ted Cruz che propone bombardamenti a tappeto. Comunque, sia Trump che Cruz sembrano un po’ confusi: da un lato vogliono ritirarsi dal mondo, ma al tempo stesso, visto anche gli interessi corporativi che rappresentano, non vogliono che il potere americano sul pianeta venga intaccato. Sapere che uno come Trump abbia il controllo del bottone nucleare è inquietante, per quanto cercherà nei prossimi mesi di rilassare i toni, più che altro per accattivarsi i moderati tra i repubblicani.

Veniamo quindi a Hillary Rhodam Clinton. Come molti altri democratici, a livello di politica domestica può apparire come una progressista, ma per ciò che riguarda la politica estera è tutto fuorché un’innocente colombella, au contraire. La lista è lunga: il buon Kennedy non solo sponsorizzò lo sbarco anti-Castro nella Baia dei Porci, non solo rispose al tentativo di pace lanciato ufficiosamente da Che Guevara con l’Operazione Mangusta (600 tentativi di assassinare Fidel), ma fu anche l’autore dell’escalation in Viet-Nam. Lo stesso vale per Lyndon Johnson, padrino dei diritti civili in casa, ma grande sponsor della guerra in Viet-Nam non meno del suo successore, il repubblicano Richard “Tricky Dick” Nixon.

Forse non avevamo bisogno della recente intervista di Obama alla rivista The Atlantic per scoprire che fu la sua Segretaria di Stato Hillary a spingerlo verso la nefasta avventura contro Gheddafi. E tutti ricordano la sua cinica pseudo-cesaresca reazione alla morte del leader libico: “We came, we saw, he died” (‘Venimmo, vedemmo, lui morì’).

In generale, la Clinton, sotto la guida del Premio Nobel per la Pace, ha continuato la politica del marito Bill: non necessariamente attacchi diretti in giro per l’Impero, ma le cosiddette covert actions dei servizi segreti, più una serie di colpi di stato soft: dall’Honduras al Giappone.

Se di Obama possiamo apprezzare la fine del coinvolgimento USA in Iraq (lasciato però in un uno stato di conflittualità politica che ha facilitato la nascita di DAESH), il disgelo con l’Iran – che, sorpresa, sorpresa, ha fatto andare tanto sulle furie Bibi, il primo ministro di un Israele neo-colonialista tuttora buon amico degli USA, anche grazie al solerte lavoro dell’AIPAC, la potentissima lobby sionista a Washington – l’apertura verso Cuba (magari con la speranza di far rientrare il business americano nell’ex-colonia economica caraibica), non dobbiamo dimenticare il supporto indiretto USA alla feroce guerra in Yemen, i giochetti della NATO in Ucraina in funzione anti-russa, e l’ostinazione di Obama nell’imporre un embargo a quello che ritiene un pericoloso Venezuela. Non parliamo poi dell’alleanza con personaggi non esattamente democratici, stile Al-Sisi in Egitto ed Erdogan, il neo-sultano turco.

E poi, naturalmente, a parte i crimini di guerra come l’attacco all’ospedale dei Medici Senza Frontiere in Afghanistan, continua l’uso sistematico dei droni per portare a termine esecuzioni extra-giudiziarie, che nel 25% dei casi mietono vittime civili. Una di queste il nostro connazionale Giovanni Lo Porto, ucciso in Pakistan nel gennaio 2015 da un drone che aveva fatto un errore (la famiglia sta ancora aspettando il risarcimento promesso dal governo Obama).

Insomma, solo in parte, e magari anche grazie al fatto di essere alla fine del suo mandato, Obama è riuscito a rifarsi una minima verginità morale-politica – o, se vogliamo, a guadagnarsi sul serio il Premio Nobel per la Pace. Emblematico fu il commento di uno storico USA all’inizio della sua presidenza: “I presidenti cambiano, ma l’impero rimane”.

La domanda chiave è quindi: quale candidato continuerà, e come e quanto, la politica imperiale, portata avanti più che mai dopo la fine della Guerra Fredda, quando, con il crollo dell’Unione Sovietica, l’America di Bill Clinton e soprattutto quella di George W. Bush s’illuse di poter spingere una visione mono-polare dei rapporti di potenza.

Quindi, se da un lato la Clinton è una liberal sui diritti civili e, nonostante i suoi noti legami con la lobby di Wall Street & Co., cerchi ora di emulare, se non addirittura copiare, il suo avversario, il “socialista” Sanders nella  politica economica e sociale, forse più per fregargli voti che per intimo convincimento (consiglio, a proposito, questo comicissimo finto spot di ‘Saturday Night Life’ sul morphing di Hillary https://www.youtube.com/watch?v=O3iBb1gvehI&feature=youtu.be), in politica estera Hillary è decisamente una falchessa. Un po’ meno con il gigante cinese, che è meglio tenersi buono per ovvi motivi commerciali. Infine la sua sinergia con il cosiddetto military-industrial complex non è un mistero. D’altra parte non bisogna essere un marxista-leninista DOC per capire il palese rapporto tra una politica estera imperiale e gli interessi economico-finanziari dietro di essa. Nil novi sub sole.

Che dire di Sanders, che pur magari non riuscendo a diventare il candidato ufficiale democratico, finirà coi suoi – soprattutto giovani – supporter a influenzare in qualche modo la politica del partito e il suo establishment conservatore? (non è il Bersani o il Cuperlo della situazione, tanto per intenderci, avendo, tra l’altro, molto più cojones).

A differenza della sua avversaria, per non parlare di Trump, o anche del più moderato Rubio, l’anziano radical ha dichiarato che gli USA dovrebbero “smettere di fare i poliziotti nel mondo”. E questa è di per sé già una rottura con il consensus sia nel partito che nella nazione. Poi, nel suo ultimo dibattito con Hillary in Florida è stato molto chiaro sul suo rifiuto di causare dei regime changes all’estero. Notare che, pur augurandosi una democratizzazione a Cuba, ne ha apprezzato i progressi nel campo sociale e medico. Inevitabilmente ha pagato salato, prendendo solo metà dei voti proprio in Florida, dove la costituency degli espatriati anti-castristi è notoriamente assai forte, dogmatica e agguerrita.

D’altra parte, come fanno notare certi critici, Sanders non è così esplicito nel denunciare gli interessi economici e finanziari che sottendono la politica militare del paese, come lo è contro l’arroganza di Wall Street e delle lobby, anche se un eventuale indebolimento dei poteri forti a livello domestico, forse, potrebbe mutare indirettamente la natura dell’Impero.

Ovviamente, anche se, miracolosamente, Sanders dovesse riuscire a diventare presidente USA, dovrebbe comunque confrontarsi non solo coi poteri forti a livello economico-finanziario, ma con un riottoso Congresso probabilmente dominato dall’opposizione repubblicana, come è capitato obiettivamente all’Obama nella sua versione più progressista, e a quello che è stato definito il Deep State, lo Stato Profondo: la burocrazia, i militari e i servizi segreti. Per quanta volontà ci possa mettere e per quanti cojones abbia, per Bernie non sarebbe tutta autostrada.

Quindi, godetevi pure le vacanze estive e appassionatevi pure per le nostre amministrative e per i nostri referendum nostrani, ma fate anche molta attenzione a quanto avviene a Washington e dintorni, perché, inevitabilmente, avrà una non leggera influenza sul vostro orticello, considerando anche che gli Stati Uniti d’Europa appaiono più che mai una lontana chimera e che comunque l’Europa con la quale abbiamo a che fare è non solo frammentata, ma anche pateticamente ottusa nelle sue scelte economiche, e opportunista nelle sue scelte in campo d’immigrazione, come gli accordi con la Turchia sembrano indicare.

P.S. Notizia dell’ultimo momento. E’ ufficiale: Sanders, il primo candidato ebreo a vincere una primaria, anche grazie a una campagna di Change.Org facilitata da CNN, e alla quale ha sottoscritto, insieme ad altre migliaia di persone, Roger Waters dei Pink Floyd, fan di Bernie, non andrà a parlare alla conferenza dell’AIPAC (American Israel Public affairs Committee), un appuntamento tradizionalmente obbligatorio per qualsiasi candidato presidenziale. Obama ci andò e sia Trump che la Clinton parteciperanno. L’AIPAC è stata molto critica verso l’accordo con l’Iran ed è notoriamente anti-palestinese. Come direbbe Trump: “This is huuuuge!” (è una notizia enooorme!”) J

 

 

L'AUTORE
Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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