Obama, la Cina e l’Africa

Pubblicato il 14 August 2015 da Adelchi Battista | Per leggere questo articolo ti servono: 6 minuti | 1346
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Caro Presidente Barack Obama,

1600 Pennsylvania Avenue Northwest, Washington, DC 20500

è per me fondamentale scrivere la mia prima cartolina a lei, l’uomo più potente e di certo il più influente sul nostro pianeta. Premetto subito che sono un suo ammiratore ed un ammiratore della la sua politica: liberalizzazione, demilitarizzazione, rafforzamento della sanità per i bisognosi, revisione delle missioni all’estero, recupero dei posti di lavoro e rilancio dell’investimento pubblico. Ha letteralmente risollevato il suo paese da una situazione che non esiterei a definire critica. Ho ancora qualche dubbio sul sistema giudiziario degli Stati Uniti, che pur avendo il 5% della popolazione mondiale, ha anche il 25% dei carcerati del mondo e lei sa, come lo so io, che questo dipende in gran parte dal fatto che le carceri sono state privatizzate, e nel corso degli anni chi le amministra ha avuto tutto l’interesse a far approvare leggi particolarmente stringenti in tema di sicurezza e carcerazioni preventive.

Ma non è di questo che voglio parlarle; ho seguito il suo viaggio in Africa con particolare attenzione, perché anche io penso, come lei, che l’Africa sia il luogo dove si giocano i destini del mondo nel prossimo futuro. Ho apprezzato le sue parole in Kenya e in Etiopia, la sua volontà di ristabilire uno stretto legame economico e produttivo con quelle aree, di curarne anche e soprattutto gli aspetti sociali e legislativi. È vero, quelli sono paesi che hanno fatto grandi passi, passi da gigante, ma questo, signor presidente, non è avvenuto grazie agli Stati Uniti. È avvenuto piuttosto nel modo peggiore possibile, negli scorsi decenni, mentre il suo paese (non per colpa sua Mr. Obama, è ovvio) era preso a riguadagnare una supremazia militar-petrolifera nelle aree del Golfo Persico.

LA CINA CHE HA COLONIZZATO L’AFRICA

Tra il 1991, anno della prima guerra del Golfo, e la fine del primo decennio del nuovo millennio, la Cina è penetrata nel continente africano per saccheggiarne le risorse e colonizzarlo economicamente. I cinesi hanno promesso – e realizzato – infrastrutture con materiali e manodopera cinesi; scuole, strade, ferrovie, palazzi condominiali, ministeri, edifici governativi, stadi, intere città fantasma. Hanno chiesto in cambio solo che si insegnasse il mandarino nelle scuole, che generosi. Ah, certo, hanno chiesto anche un fortissimo sconto sulle materie prime africane come legno, oli vegetali, oro, zinco, carbone, argento, tungsteno, diamanti, e decine di altre. La cosa interessante di questo tipo di approccio è la sua assoluta amoralità. Cioè Pechino non ha mai chiesto che i regimi africani facessero sforzi di democratizzazione, di diritti, di uguaglianza o di stato sociale. Pechino fa affari con tutti: non chiede, non indaga, non controlla. E naturalmente non vuole essere controllata: il suo PIL infatti prescinde dalle normali leggi di domanda e offerta, ovvero dai contratti di vendita o meno delle infrastrutture immobiliari. Esso viene calcolato solo sulla base delle cubature generali, e perciò aumenta con l’aumentare delle tonnellate di cemento. È il motivo per cui i cinesi hanno costruito decine di città fantasma anche sul loro territorio. Il deserto della Mongolia è ormai preda di escavatori impazziti, le terre vengono espropriate ai contadini e i grattacieli spuntano come i funghi. Enormi grattacieli vuoti, scavati dentro come i corpi dei cadaveri colpiti da Ebola. Mi scusi se divago, signor Presidente. Era per dire che la reazione scomposta di Pechino alla sua visita dipende evidentemente da questo: loro reclamano di aver costruito tutte le infrastrutture africane senza aver chiesto nulla in cambio, ma era una operazione ‘win-win’.

IL SUD SUDAN: UMA BOMBA UMANITARIA AD OROLOGERIA

Hanno gonfiato il loro PIL, hanno saccheggiato le materie prime, hanno fatto lavorare solo cinesi. L’Africa, dal canto suo, non ha fatto neanche un passo avanti in termini di democrazia e diritti, e non ha guadagnato in termini di lavoro né di inclusione sociale. E indovini un po’ chi fa le spese di questo genere di contrattazioni malate? Esatto, l’Europa, e ancora di più noi, l’Italia, che siamo il paese più direttamente interessato dai conflitti sociali africani. Stabilito quindi che non è questo il tipo di rapporti commerciali che serve a quel continente, va benissimo la sua visita per riaffermare una presenza e chiedere uno sforzo maggiore di democrazia. Pure, c’è un altro aspetto, signor presidente, che lei e tutti i media che l’hanno seguita si sono guardati bene dal sottolineare.

Questo secondo aspetto è la più grossa bomba umanitaria ad orologeria dell’intero pianeta, e si chiama Sud Sudan. Il Sudan del Sud è lo stato più giovane del mondo, indipendente dal 2011, voluto fortemente e in seguito riconosciuto da lei, dal suo governo, e in seguito dall’intero Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Lei ha spinto molto per fare in modo che il Sud Sudan si dotasse di un proprio governo, ma come spesso è già accaduto, i suoi analisti hanno preso una cantonata colossale. Avete dato fiducia ad una classe dirigente che appena costituito lo stato è entrata in guerra con se stessa, in particolare il Presidente – ha presente, Salva Kiir Mayardit, quello che gira con il cappello da cowboy, contro il vice Presidente Machar. E dopo lo scoppio della guerra civile non avete fatto nulla, nulla di nulla per arginare il problema. Vede Presidente, forse qualche numero può aiutare: in Sud Sudan vivono solo 12 milioni di persone e di queste già 1,5 milioni secondo l’UNICEF, sono sfollati, rifugiati nelle nazioni confinanti. Almeno 235.000 bambini sono a rischio di malnutrizione. Altri 12.000 hanno per le mani un’arma o sono associati a bande armate. Ora, il suo viaggio in Kenya e in Etiopia è stato molto pittoresco e ben organizzato: belle parole, bei siparietti, come quando ha ballato la danza tribale, bel simbolismo anche e soprattutto nei confronti dei cinesi. Però lei non ha speso una sola parola per il Sud Sudan, un luogo enorme, grande quanto la Francia, il doppio dell’Italia, che ha solo 248 chilometri di ferrovie e poco più di cento chilometri di strade asfaltate. E indovini un po’ chi ha fatto queste strade e queste ferrovie così, buttate lì quasi per caso?

Un saluto da Adelchi Battista.


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Adelchi Battista è nato nel 1967 e vive in una landa sperduta nel Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise. Il suo romanzo di esordio è stato "Io sono la guerra" (Rizzoli) e ha vinto il premio Hemingway per la narrativa a Lignano Sabbiadoro. Ha scritto per la radio, la televisione e il teatro lavorando per la Rai, Radio24, RIN, Fox Channel ecc. Oggi si occupa di bonifiche da residuati bellici, fumetti, medioevo, e principalmente dei suoi quattro figli.
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