La matassa dell’immigrazione non si dipana

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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Sembrerebbe che i nodi stiano giungendo al pettine per ciò che riguarda il cosiddetto “problema immigrazione” in Europa. Quell’Europa che, almeno finora, ha risposto picche alle pressanti richieste italiche di ripensare l’accordo di Dublino, per poi distribuire equamente attraverso il continente il crescente numero di rifugiati che arrivano sulla penisola, soprattutto dalla Libia. Queste giuste e comprensibili richieste sono state però accompagnate da una “infantile” minaccia di chiudere i nostri porti.

Quest’anno gli arrivi sono stati più di 83mila, con un aumento del 18% rispetto ai primi sei mesi dell’anno scorso, mentre se ne prevedono 250mila nel 2017, rispetto ai 160mila del 2016.

A parte il permanente rifiuto dei soliti sospetti dei membri del gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca e Slovacchia) di accettare le relative quote di migranti proposte da Bruxelles, adesso ci si mette pure Macron, il nuovo presidente francese, che  ufficialmente rifiuta a priori i cosiddetti “rifugiati economici”. Naturalmente la proposta italica di ri-direzionare almeno parte degli sbarchi sui porti di Nizza o Marsiglia è stata ipso facto bocciata dai vicini d’oltralpe, mentre continua la caccia al clandestino nei boschi tra Ventimiglia e Mentone.

E anche i “cugini” spagnoli sono della stessa idea per ciò che riguarda la possibilità di sbarchi a Barcellona. Fortunatamente la proposta austriaca di mandare i panzer al Brennero per difendere la fortezza Europa dall’invasione di migranti si è rivelata un bluff.

Intanto rimane in funzione il famigerato accordo con la Turchia di Erdogan, che a suon dei promessi 6 miliardi di euro, è riuscito a bloccare sostanzialmente il flusso migratori sulla rotta dell’Egeo e quella balcanica. Rimangono però degli spinosi problemi di “contabilità” che non rendono l’esecuzione dell’accordo del tutto morbida.

Non sono viste, almeno finora, novità eclatanti al vertice dei ministri degli interni e della giustizia europei in programma a Tallinn,  Estonia, mentre c’è già in ballo l’ultima “trovata”, frutto del mini-vertice di Parigi, che prevede il finanziamento di una forza militare che faccia da guardia in Niger al confine con la Libia, la quale oltre ai soliti lager per rifugiati ha anche un altro problema: la connivenza tra certi elementi governativi, specificatamente la guardia costiera, e i trafficanti di esseri umani di passaggio. E naturalmente stiamo parlando di una Libia lungi dall’aver raggiunto una coesione nazionale veramente operativa.

Intanto, e questa, francamente, è la parte più ridicola, sta aumentando la pressione europea per una regolamentazione delle attività di tutte quelle ONG che si danno da fare giornalmente per salvare vite nel Mediterraneo. Aggiungiamo poi la promessa “mancia” di 35 milioni al Bel Paese da indirizzare verso gli hot spot.

Interessante infine notare che mentre ci si avvia al G20 di Amburgo, procede il piano Compact with Africa, ribattezzato da Outtara (presidente della Costa D’Avorio grazie a un colpo di stato, recentemente in visita a Berlino, come il “Piano Merkel”, volto allo sviluppo del continente nero, ma in realtà una bel banchetto offerto al settore privato.

Parla di tutto questo a YOUNG, Elif Cetin, giovane ricercatrice turca nel campo dell’immigrazione presso l’Università di Cambridge. I lettori la possono vedere anche in un’interessante intervista televisiva in UK al seguente link www.youtube.com/watch?v=880ZXfGvFfo.

Cosa pensi del generale rifiuto europeo delle richieste italiane?

Purtroppo, in generale, non c’è stata solidarietà in Europa con l’Italia e con la Grecia, che si trovano sulla linea del fronte migratorio. D’altra parte il grido di aiuto italiano espresso con la minaccia di chiudere i propri porti ai rifugiati non ha una validità legale: la legge internazionale richiede l’obbligo di aiutare le persone in difficoltà sui mari.

L’Europa sembra voler risolvere il problema della “rotta libica” alle origini, finanziando una forza militare al confine del Niger.

La Libia è diventato un grosso problema, anche grazie all’accordo con la Turchia, che ha praticamente chiuso la rotta dell’Egeo e quella balcanica. Ovviamente questo accordo non ha interrotto il desiderio di scappare in Europa e quindi la Libia è diventata una rotta alternativa, ma anche più pericolosa per le vite umane.

Ma cosa pensi di questa soluzione militare?

Dobbiamo ricordare che questo processo migratorio non è nato oggi, ma i suoi inizi risalgono agli anni ’70. Ora, la militarizzazione dei paesi di transito, come il Niger appunto, è un classico fenomeno di “esternizzazione”, come alternativa a una soluzione interna al continente.

L’altro aspetto un po’ scioccante è la ripetuta distinzione fatta da Macron tra “rifugiati politici” e “rifugiati economici”, nella quale esclude a priori questi ultimi.

Se da un lato non è facile catalogare le diverse tipologie d’immigrazione, penso che ci si debba organizzare nell’identificazione di bisogni differenti, in modo da offrire il giusto aiuto in base alle esigenze specifiche.

L’organizzazione è cruciale, ma dev’essere accompagnata anche dalla compassione.

Certo: non possiamo dimenticare che questi sono esseri umani come noi.

Certi osservatori suggeriscono che si dovrebbero organizzare i paesi da dove partono i migranti, attraverso una sistematica richiesta di visti, in modo da evitare la pericolosa traversata di deserti e mari.

In teoria questa è una buona idea, ma richiede una credibile autorità centrale che la renda operativa. In Libia, per esempio, allo stato presente delle cose, non sarebbe fattibile. In ogni caso, questo non elimina il problema d’identificare i diversi specifici bisogni dei migranti richiedenti asilo. E questo ci riporta alla questione se accettare o no un essere umano, che magari non è sotto la minaccia di una guerra, ma sotto quella di morire di fame.

Beh, questo ci porta alla fonte originaria del problema migratorio: a netto delle guerre, spesso causate dallo stesso Occidente, esistono pesanti fenomeni come lo sfruttamento economico post-coloniale – notare che prima dell’indipendenza raggiunta negli anni ’60 non esistevano carestie in Africa – e, ultimamente, quello della siccità, legato al riscaldamento globale.

Sono perfettamente d’accordo e aggiungerei, che nelle situazioni di guerra, la questione migratoria non può essere separata da una politica estera adeguata: la Siria ne è l’esempio più eclatante.

E quindi, come sempre, rimane una questione di visione e poi di scelta politica.

Sì, i politici europei sembrano concentrarsi soprattutto sui cosiddetti pull factors (ndr i fattori di attrazione verso l’Europa), altro lato della medaglia dei push factors, i fattori che spingono i migranti a scappare dai propri paesi.

Come procede l’accordo tra la Turchia di Erdogan e la UE?

Non risolve certo quei push factors di cui parlavo, come appunto il conflitto in Siria. Sembrano poi esserci dei problemi di natura finanziaria: la Turchia si lamenta di non aver ricevuto tutti i soldi promessi, cioè i 6 miliardi di euro e afferma di averne già spesi 12.

Ma de facto la rotta dell’Egeo è stata praticamente bloccata.

Sì, e in positivo bisogna ammettere che almeno si sono così evitate tante morti in mare. Ma c’è il problema della dislocazione: se da un lato, secondo l’accordo, l’Europa accetta 72.000 rifugiati siriani, la Turchia può prendere lo stesso numero proveniente dalle isole dell’Egeo. Mi riferisco a quelli la cui richiesta di asilo non viene accettata.

A questo punto i rifugiati in Turchia dove vengono collocati?

Inizialmente, ancora prima dell’accordo, erano distribuiti in campi d’accoglienza nella parte sud-orientale del paese. Ora molti di essi si trovano nelle città.

Si è parlato molto dello sfruttamento minorile dei figli dei rifugiati in Turchia.

Questa è solo una delle gravi questioni in ballo. Ci sono anche altri problemi come quello dell’educazione, della salute e della collocazione nella forza lavoro. Fortunatamente un certo numero di rifugiati hanno dei talenti da offrire, ma questo, ahimè, non vale per tutti. Il ché aumenta inevitabilmente la pressione.

Non è ridicolo che, per esempio, un minuscolo paese come il vostro vicino Libano ospiti un milione di rifugiati?

Sì, e in Turchia ne abbiamo 3 milioni, mentre l’Europa ne accetta 160.000.

Rimane, tra gli ostacoli all’accoglienza in Europa, il rifiuto del gruppo di Visegrad, di accettare una distribuzione equa tra tutti i paesi dell’unione. Senza dimenticare che abbiamo sul continente di 500 milioni di persone, per cui gli immigrati rappresenterebbero solo una percentuale minima della popolazione…

La situazione è in effetti spinosa ed è preoccupante la polarizzazione politica nell’ambito dei singoli paesi. E’ indicativo l’esempio della Germania, partita con una generosa strategia di accoglienza, poi riveduta per timore di perdere consensi di fronte alle pressioni populiste e xenofobe di forze come Alternative für Deutschland. E’ chiaro che gli immigrati sono diventati un capro espiatorio in ogni paese, e, ovviamente, non hanno alcun peso elettorale autonomo.

Ci si dimentica poi che visto l’invecchiamento progressivo della popolazione europea, a cui si aggiunge il rifiuto da parte di molti di svolgere certe mansioni, in realtà questa migrazione può essere utile.

Certo: questa gente è necessaria all’Europa, ma, ironicamente, non è voluta. Di nuovo, è una questione politica: perché fin quando continua questa propaganda della paura sul continente rimarranno dei problemi. C’è una mancanza di profondità del discorso politico in molti paesi europei, per cui ci si rivolge alla frustrazione dell’elettorato alimentando la paura. L’approccio populista del M5S sul tema immigrazione nel vostro paese è uno dei tanti esempi.

Credi che l’integrazione delle popolazioni extra-europee sia possibile oppure, almeno nel breve termine, dobbiamo accettare una semplice convivenza?

Per implementare certi cambiamenti culturali ci vogliono probabilmente generazioni, ma credo sia molto importante capire che il cambiamento è necessario da entrambe le parti. Chiaramente tra molti europei l’arrivo di queste nuove popolazioni è visto come una minaccia alla propria identità, ma è proprio per questo che bisogna introdurre un nuovo linguaggio politico e culturale per compensare questo tipo di paura. Se si mettesse da parte tutta questa retorica allarmistica, si potrebbero produrre delle situazioni meravigliose. Aggiungerei che anche i media hanno la loro responsabilità nel migliorare questo comunque lungo processo.

In che senso?

Direi a cominciare dalla terminologia: spesso si usano certi termini come immigrato, rifugiato, richiedente asilo in maniera intercambiabile, mentre la realtà è molto più complessa.

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Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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