Riflessioni e stimoli di “inizio anno”

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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Un secolo fa Antonio Gramsci confessò pubblicamente il suo odio per il Capodanno. “Odio questi capodanni a scadenza fissa” scriveva, “che fanno della vita e dello spirito umano un’azienda commerciale col suo bravo consuntivo, e il suo bilancio e il preventivo per la nuova gestione. Essi fanno perdere il senso della continuità della vita e dello spirito.”

Sì, l’idea di base è che ogni giorno è Capodanno e ogni giorno possiamo cominciare qualcosa di nuovo e migliore nella nostra vita. La convenzione delle scadenze fa un po’ a pugni con tutto ciò. Quindi il punto della situazione che mi accingo a fare potrebbe essere stato scritto un mese fa o, salvo mutamenti epocali assai improbabili in così breve lasso di tempo, potrei scriverlo tra un mese.

Esistono infatti dei trend, delle situazioni storiche in evoluzione, o involuzione, che trascendono le convenzioni temporali regolarmente imposte dalla cosiddetta società organizzata.

La prima riflessione riguarda la sorte del capitalismo, ossia di quel sistema che, ci piaccia o no, è e rimane l’unico a organizzare la nostra vita quotidiana. Mi ha molto colpito quel che dice il 70enne sociologo tedesco Wolfgang Streek su questa bestia tanto adorata e tanto odiata. Secondo lui il capitalismo è al collasso dopo esser divenuto il proprio peggior nemico.

“La fine del capitalismo,” scrive l’autore nell’introduzione al suo libro Come finirà il capitalismo? “può essere immaginata come una morte causata da mille tagli… Non essendo rimasta alcuna effettiva opposizione, e non essendoci un praticabile successore in attesa dietro le quinte della storia, l’accumulazione dei suoi difetti, insieme all’accumulazione del capitale, può esser vista… come una dinamica di auto-distruzione interamente endogena.”

Non illudiamoci, sembra dire Streek: nessun paradiso marxista succederà questo sistema i cui enormi danni sono palpabili nella vita di ogni giorno per miliardi di persone – dall’iniqua distribuzione della ricchezza, all’alienazione e al disastro ecologico.

Una sperata rinascita non avverrà nel 2017 o neanche nel 2027 o forse neppure nel 2037. Secondo Streek ci sarà una fase di transizione, una specie di interregno, un po’ come quello che succedette alla fine dell’Impero Romano prima dell’avvento del feudalesimo. Questo interregno nascerà da cinque sviluppi che sono sotto gli occhi di tutti noi: “Stagnazione, ridistribuzione oligarchica, il saccheggio della sfera pubblica, la corruzione e l’anarchia globale”.

Suona familiare? Temo proprio di sì. E a questo punto fenomeni correnti come disoccupazione, povertà, populismo autoritario, immigrazione, terrorismo, escalation nucleare, e, last but not least, minaccia ecologica, assumono una valenza particolare. Sono semplicemente effetti, non causa, di un mosaico intricato e inquietante che potrebbe lasciarci in uno stato passivo di arrendevole disfattismo e depressione.

Fintanto che l’imperante modello globalizzato del neoliberalismo, accompagnato da una tipologia più che mai finanziaria e speculativa, e quindi sempre meno produttiva, del Sacro Capitalismo impediranno un’uscita dall’austerity, magari anche con delle semplici politiche keynesiane d’investimento pubblico, il populismo o, secondo quello che può essere meglio definito come cieco “massismo” non potrà che avere la meglio. Citiamo l’esempio Trump come apoteosi di questo pericoloso sviluppo.

Fintanto che una logica di sfruttamento delle risorse accompagnata da una corruzione locale asservita ai poteri forti non colmerà il gap che separa i paesi avanzati da quelli in via di sviluppo, il fenomeno dell’immigrazione non solo non si fermerà, ma sarà destinato a crescere.

Fintanto che certi precisi interessi economici, che si tratti di petrolio o di armi, non cesseranno di dettare la politica estera delle Grandi Democrazie Occidentali, fenomeni come l’ISIS et similia, continueranno a tormentarci e sarà difficile trovare una pace duratura in Medio Oriente, ma anche sulle nostre strade.

Fintanto che il pregiudizio interessato a favore dei fossili in contrapposizione alle energie rinnovabili dominerà l’economia mondiale, continuerà ad essere un’impresa non facile salvare il pianeta dalla catastrofe ecologica.

Fintanto che una logica imperiale dietro la quale i soliti burattinai oligarchici continuano a fare i loro comodi, non ci potrà essere una genuina cooperazione tra le grandi potenze mondiali, avvicinando il mondo a possibili conflitti nucleari.

Il resto è mera cronaca giornaliera di frustrazione, d’ignoranza politica, sia a livello di leader che di massa e di violenza verbale come anche fisica. Prima e dopo il Capodanno coi botti, i balli e lo champagne.

Che fare? Forse qualcuno s’irriterà per questa domanda che rimanda al famoso libretto di Lenin, ma indipendentemente dal defunto “compagno” Vladimir Illich, questa semplice domanda ha una sua inevitabile importanza pratica.

Ho già accennato ad una possibile risposta: abbandonarsi ad uno sconforto triste e imbelle. Una risposta simile è questa: lasciarsi andare a una generalizzata indifferenza magari accompagnata da “sano” edonismo come piacevole optional. Ma sì, dirà qualcuno, godiamoci la vita anche se l’umanità sta andando a puttane. Continuiamo a ballare mentre il Titanic affonda.

Sono risposte comprensibili alle quali cerco di non dare un giudizio morale, ma che vanno comunque analizzate da un punto di vista puramente pragmatico. Voglio semplicemente dire che se la risposta alla domanda “Che fare?” rimane solo “Non far niente”, allora la partita è bella e finita in partenza.

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(Credit: La persistenza della memoria orologio che si scioglie La persistenza della memoria, Salvador Dalí, 1931, olio su tela, 24×33 cm, The Museum of Modern Art di New York)

Fermo restando che, tanto per citare lo psicologo Hans Gross, autore di Kriminalpsychologie, “Egoismo, vanità e pigrizia sono gli unici moventi nell’uomo su cui si può fare affidamento sempre e comunque” (e che tali elementi servono come ottimi carburanti per la continuazione del Sistema), confesso anche questo: continuo a credere nell’Uomo e nella sua capacità e potenziale di uscire da quell’indifferenza e inconsapevolezza la cui funzione è semplicemente quella di perpetuare il marasma collettivo.

Potrei portare esempi come un Bernie Sanders o un Jeremy Corbin, ma anche tutti quelli che ogni giorno si adoperano per risvegliare la propria e altrui coscienza. Per non parlare degli eserciti di esseri umani che giornalmente si dedicano con felicità agli altri e all’umanità in generale.

Non vi dico di scendere in piazza oggi a manifestare, o di partire come volontari in Africa domani. E ovviamente mi asterrò dal suggerire per quale partito votare nelle prossime elezioni. Dico solo che in ognuno di noi esiste un potenziale infinito di Amore e quindi di Solidarietà e quindi di capacità all’Azione per cambiare le cose.

Belle parole? Non banalizziamo. Cominciando ad amare noi stessi, automaticamente, siamo capaci ad amare gli altri, ma, attenzione, non solo quelli che ci stanno vicini. Sì, dobbiamo cominciare da questi, ma poi, pian, piano, possiamo anche allargare il nostro “interesse amoroso” per chiunque vive sul nostro pianeta. Un pianeta globalizzato per cui quello che succede nelle nostre città finisce per essere inseparabile da quello che succede in un villaggio sperduto del Terzo Mondo. E il citato fenomeno dell’immigrazione ci fa ben capire questa connessione.

Bombardati come siamo da un flusso continuo di notizie negative, offuscati da un sistema mediatico in buona parte asservito allo status quo, giustamente delusi come siamo dall’incapacità del Sistema di soddisfare, a volte, le nostre esigenze primarie, e senz’altro quelle di milioni di persone meno fortunate di noi, abituati come siamo a vivere sotto la spada di Damocle della precarietà e di tanti altri potenziali disastri, pensiamo di non poter far nulla per cambiare il mondo, e quindi gettiamo la spugna. La storia invece c’insegna che l’Uomo, nella sua evoluzione è riuscito a cambiare il mondo e a migliorarlo.

Forse i risultati non saranno visibili da un giorno all’altro, ma appariranno prima o dopo. E se non saremo noi a godere dei frutti del nostro pensare razionale e informato (quindi oltre le solite reazioni di pancia di cui si nutre il populismo-massismo), del nostro interesse al di là del nostro piccolo orto, della nostra compassione, della nostra creatività, e quindi del nostro agire consapevole, almeno ne potranno godere le generazioni a venire. Sì, perché vi piaccia o no, siamo responsabili anche di queste.

Certo, più che mai non sono certo questi i tempi del facile ottimismo, ma continuano a essere, e sempre saranno i tempi giusti, giorno dopo giorno, per una vigilanza realista, attiva e propositiva. Ognuno secondo le proprie grandi o modeste possibilità. Vogliamo accontentare forse quel ladro che viene in casa a derubarci tranquillamente perché tanto noi proseguiamo tranquilli e indifferenti a guardare la televisione, o a giocare coi video-games o a navigare su internet?

Quindi godiamoci pure le albe e i tramonti, le passeggiate nella natura, la compagnia delle persone care e la bella musica e i bei film, e, si necesse, lo shopping, ma non isoliamoci nella nostra (per ora) bella, ma spesso banale quotidianità. Se esiste un dio, o un’entità, che ci ha creato, credo che l’abbia fatto per andare ben oltre questo.

E sereno anno nuovo, ogni giorno della vostra unica vita.

P.S. Aggiungo due link: uno non proprio ottimista, ma senz’altro realista sul collasso del capitalismo e l’altro (un video) sulla nostra possibilità di cambiare il mondo. Enjoy!

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Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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capodanno buoni propositi
  • Leonarda Cece

    Mi sembra un analisi lucida e completa di quello che accadrà, un futuro prima di prevaricazione e di ostentazione dei
    Complimenti un interessante e attento articolo sull’evoluzione di una storia che ciclicamente si ripete.

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