L’amore strategico che amore non è

Elisabetta Besutti

Giornalista con una laurea in Scienze dell'Educazione e della Formazione. La sua nota caratterizzante? Un'alta concentrazione di passioni: per la scrittura, la poesia, la psicologia, le scienze, le new technologies ed in generale per tutto ciò che è comunicazione e creatività. PROFILO FACEBOOK: Lisa Besutti

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In una società spesso votata ai rapporti sentimentali disfunzionali e all’anaffettività, non è raro imbattersi in una ricca quanto improbabile letteratura di “amore e strategie”, dove la fuga ha il ruolo di protagonista assoluto e la passione totalizzante è solo una comparsa stanca, ignorata dai più.

Ma se l’amore è qualcosa che invade e pervade tutta la sfera emotiva e sentimentale, per quale motivo dovremmo voler fuggire da esso? Per paura che questa “onda anomala” spazzi via la nostra libertà? Per pura strategia mirata a legare l’altro a doppio filo? Impariamo allora innanzitutto a chiamare le cose con il loro nome – gioco di seduzione, interesse disimpegnato, bisogno d’affetto, attrazione fisica, necessità di alimentare il proprio ego, ecc – e non scomodiamo i sacri altari. Perché l’allontanamento tattico, il continuo sottrarsi alla progettualità del rapporto ed ogni altro tipo di tecnicismo non hanno nulla a che fare con l’amore.

Fuggire è incapacità di darsi, nell’accezione più completa del termine, in un rapporto vero. Fuggire è far vincere il dubbio sulla potenziale costruzione. Fuggire è non avere altra volontà che quella di fuggire. L’amore non è una sterile competizione in cui vince chi si allontana per primo o chi si espone meno, né sottosta a freddi copioni e sotterfugi. L’amore non si cerca e non si trova, l’amore non resta perché semplicemente non fugge, ma è e si fa, nel momento in cui due persone decidono di esserci.

Qualcuno, chiamando in gioco nuovamente la paura, potrebbe gridare alla dipendenza affettiva, acerrima nemica della libertà personale. A tal proposito, il filosofo francese Gustave Thibon faceva un’interessante distinzione tra una dipendenza morta che opprime l’uomo (la schiavitù) ed una dipendenza viva che lo fa sbocciare (la libertà), aggiungendo che un essere finito in sé è separato da tutto, eliminato cioè dall’esistenza. Ecco perché l’autarchia sentimentale è in contrasto con la vita stessa: senza l’altro manca il confine, e senza confine non c’è forma.

Amare dunque non significa rinunciare a stessi e ad una pur necessaria indipendenza, ma scoprirsi nuovi ogni giorno, con l’altro e attraverso l’altro, consci delle ombre, delle diversità, dei contrasti. L’amore non è dipendenza, limite, coercizione della propria identità: è piuttosto un’inedita forma di libertà, un coraggio che, lungi dall’essere mancanza di paura, è invece la volontà di dare a quella paura una nuova veste fatta di palpitante reciprocità.

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Elisabetta Besutti

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