A 50 anni dalla morte, el Che continua a vivere

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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Al di là di tutte le teorie sull’immortalità dell’anima e sulla reincarnazione, una cosa è certa: chi muore continua a vivere nella memoria di chi resta. E questo non potrebbe essere più vero che nel caso di Ernesto ‘Che’ Guevara.

El Comandante, a soli 39 anni, venne ucciso 50 anni fa a La Higuera, una cittadina della Bolivia, dov’era andato nel tentativo di organizzare un movimento di guerriglia. Catturato dalle forze governative, venne poi fatto fuori, secondo molte fonti, dietro ordine diretto della CIA, che finalmente riuscì a liberarsi di un personaggio così scomodo. Ma che sia stata La Paz o Washington a condannarlo a morte, una cosa è chiara: si voleva evitare un processo che avrebbe dato al Che la possibilità di esprimere pubblicamente il motivo perché si trovava in Bolivia a far guerriglia.

Secondo il fratello di Guevara, Juan Martin, (in uscita in Italia con l’editore Giunti il suo volume Il Che, mio fratello),“Se nel 1967 non fosse stato assassinato oggi l’America Latina sarebbe libera, sovrana, indipendente e socialista”. Forse questa è un’affermazione un po’ troppo ottimista. Rimane comunque il fatto che la morte del Che rappresentò una battuta d’arresto nella lotta contro le oligarchie locali alleate con l’imperialismo yankee. E purtroppo, proprio ora stiamo assistendo a un revanchismo delle forze conservatrici, dal Venezuela all’Argentina, passando per il Brasile, in quello che dai tempi della famigerata Dottrina Monroe, è stato definito “il cortile dietro casa degli USA”.

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Bisogna anche ricordare che in qualche maniera il Che stava diventando un personaggio “scomodo” anche nella sua amata Cuba, che insieme a Fidel Castro aveva liberato dal giogo del dittatore Batista, noto servo del “gigante nordamericano”. Scomodo perché nel suo idealismo non era molto favorevole alla crescente burocratizzazione gerarchica del sistema socialista introdotto nell’isola caraibica. E c’era un altro elemento di dissidio, anche se non aperto, con il regime di Fidel: Guevara, dopo aver visitato i paesi dell’Est si era espresso in maniera chiara contro gli aspetti più negativi del sistema sovietico. Questo in una fase storica in cui, dopo la violenta opposizione USA (vedi l’attacco alla Baia dei Porci e l’embargo commerciale), Cuba stava diventando sempre più dipendente da Mosca.

Tutti sappiamo, grazie alle magliette e ai tanti souvenir lanciati sul mercato, come Ernesto Che Guevara sia diventato un simbolo, un mito. Ma al di là di questo aspetto biecamente marketing, c’è qualcosa di più profondo nella memoria del Che, una memoria che non solo ispirò il movimento giovanile del maggio ’68, ironicamente pochi mesi dopo la sua tragica morte, ma che continua ad ispirare milioni di persone in tutti i continenti e soprattutto nel Terzo Mondo.

Ernesto Che Guevara era un idealista che diceva apertamente quello che pensava e che agiva sulla base del suo pensiero. E questo non è poco in un mondo politicamente appiattito, alienato, dal consumismo, dall’individualismo gretto, dalla globalizzazione finanziaria (e non solo) e dal neo-liberismo. Un mondo in cui la sinistra, tranne le solite eccezioni (Sanders, Corbyn, il Portogallo) appare debole e divisa (l’Italia ne è un esempio lampante). Il Che dall’aldilà continua a ricordarci di come sia importante non smettere di sognare l’impossibile – o quello che ci vogliono far credere sia tale – e agire individualmente e collettivamente, perché diventi una realtà tangibile fatta di solidarietà e di giustizia sociale.

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Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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