Regno Unito: i conservatori vincono a metà, manca la maggioranza per Theresa May

Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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Giovedì 8 giugno i cittadini britannici sono stati chiamati alle urne per le elezioni generali ed il rinnovo dei 650 rappresentanti – uno per collegio elettorale – della House of Commons, la camera bassa del parlamento del Regno Unito di Gran Bretagna ed Irlanda del Nord, utilizzando il sistema del first-past-the-post (ovvero si elegge il candidato più votato di ciascun collegio). Si è trattato di una tornata elettorale anticipata rispetto a quella prevista per il 2020, basata soprattutto sul confronto tra il primo ministro conservatore Theresa May ed il leader dell’opposizione e candidato laburista Jeremy Corbyn. L’affluenza alle urne si è attestata sul 68%.

UK Theresa May

VITTORIA DI PIRRO PER I CONSERVATORI

Obiettivo fallito per Theresa May. Primo ministro in carica e leader del Conservative and Unionist Party, la sessantenne aveva puntato sulle elezioni anticipate per ottenere una maggioranza più netta e poter gestire il processo di uscita dall’Unione Europea (la famigerata Brexit) con un maggior margine di manovra. Dopo essere stata scelta come nuovo primo ministro, proprio in seguito all’esito del referendum sulla Brexit, in pratica, Theresa May ha fiutato l’opportunità di sfruttare il momento favorevole per indire nuove elezioni, anziché aspettare la scadenza del 2020.

I fatti, però, le hanno dato torto, con il suo partito che non è riuscito ad ottenere la maggioranza assoluta. Certo, i conservatori restano il primo partito del Paese con il 48.8% delle preferenze, ma ottengono solamente 318 seggi, dodici in meno della tornata elettorale di due anni fa, non riuscendo dunque ad ottenere la maggioranza assoluta di 326 seggi, necessaria per governare. A questo punto, si prospetta un governo di coalizione, ma con chi? I Liberal Democrats di Tim Farron si sono già tirati indietro dalla possibilità di entrare in qualsiasi tipo di coalizione, mentre un’apertura sembra arrivare dal Democratic Unionist Party di Arlene Foster, partito nordirlandese che ha vinto il confronto politico in questa parte del Paese.

Per alcune ore è addirittura circolata la voce delle possibili dimissioni di Theresa May, e della sua sostituzione con un’altra figura, seppur sempre di estrazione conservatrice. Il primo ministro ha però smentito questa possibilità, e dovrebbe impegnarsi per formare una maggioranza composita per portare avanti il processo della Brexit. Staremo a vedere i prossimi sviluppi, ma ciò che è certo è che May è andata a complicarsi la vita quando disponeva già di una maggioranza, seppur ridotta, nella House of Commons, con la quale avrebbe probabilmente potuto governare fino alla scadenza della legislatura, nel 2020.

UK Jeremy Corbyn

JEREMY CORBYN RILANCIA LA SINISTRA

La vittoria di Jeremy Corbyn in occasione delle primarie del Labour Party ha già segnato un cambiamento di rotta nella politica della sinistra britannica. Dopo gli anni del centrosinistra moderato e liberista alla Tony Blair, i laburisti hanno operato finalmente una netta svolta a sinistra sotto la guida del sessantottenne, e l’elettorato ha premiato questa scelta di ritorno alle origini della tradizione laburista.

Con una grande rimonta rispetto ai sondaggi di qualche anno fa, Corbyn ha riportato i Labour a competere quasi ad armi pari con gli storici avversari conservatori, ottenendo il 40.4% delle preferenze ed un totale di 261 seggi, trentuno in più rispetto alla precedente legislatura. Per Corbyn, che ha invocato le dimissioni di May dopo i primi risultati, si prospetta un ruolo fondamentale all’opposizione, soprattutto per quanto riguarda il processo della Brexit, che i laburisti non hanno rifiutato ma che pensano di realizzare in maniera differente rispetto all’attuale governo in carica.

L’abbiamo detto e lo ripetiamo: Jeremy Corbyn non sarà colui il quale cambierà radicalmente il sistema economico inglese, non attuerà nessuna rivoluzione e non sarà colui che sconfiggerà l’iperliberismo imperante nel mondo contemporaneo. Ma il risultato ottenuto in queste elezioni dimostra ancora una volta, come accaduto alle presidenziali francesi con la candidatura di Jean-Luc Mélenchon, che a fallire in questi ultimi anni è stata la finta sinistra genuflessa al capitale, mentre l’elettorato premia coloro che tornano a parlare di temi dimenticati quali il lavoro, le nazionalizzazioni, la ridistribuzione delle tasse e l’edilizia popolare, tutti argomenti presenti nel manifesto politico di Corbyn.

GLI ALTRI: UN RITROVATO BIPARTITISMO E LA FINE DELLO UKIP

Ciò che emerge dai risultati delle elezioni britanniche è soprattutto il ritorno del bipartitismo marcato su scala nazionale. La carica suonata da Corbyn è stata pagata in particolare dagli altri partiti che volevano intaccare lo storico duopolio tra conservatori e laburisti. I Liberal Democrats, con l’1.9% delle preferenze e dodici seggi ottenuti sono gli unici a salvarsi da questo punto di vista, guadagnando tre rappresentanti in parlamento rispetto alle precedenti elezioni.

Chi sparisce dalla scena politica è invece il partito di estrema destra UK Independence Party (UKIP), ridotto ad un paio di punti percentuali. Già le ultime elezioni locali avevano sancito di fatto la scomparsa di questo partito, ormai orfano dello storico leader Nigel Farage, dalla scena politica che conta, ed il merito di ciò va soprattutto alla Brexit: con l’uscita dall’Unione Europea all’orizzonte, il fantomatico spettro dell’invasione degli immigrati è andato via via perdendo di senso, e l’estrema destra non è più riuscita a fare appello agli istinti primitivi delle masse. Tra i partiti che restano esclusi dalla rappresentanza, anche il Social Democratic and Labour Party.

Per quanto riguarda i partiti indipendentisti ed autonomisti delle altre entità costitutive del Regno Unito, si registra la netta, e per certi versi inaspettata, perdita dello Scottish National Party (SNP) di Nicola Sturgeon, che ottiene il 5.4% delle preferenze e trentacinque seggi, ben diciannove in meno di quattro anni fa, quando il SNP aveva dominato la scena in Scozia. Come noto, in questa parte del Paese vige attualmente un forte dibattito circa la possibilità di indire un nuovo referendum per l’indipendenza da Londra in seguito alla Brexit, con l’obiettivo di far restare la Scozia all’interno dell’Unione Europea, ma la sconfitta degli europeisti del SNP non sembra dare ragione a questa ipotesi.

In Irlanda del Nord, la sfida tra Democratic Unionist Party e Sinn Féin ha visto la prima lista, di radice protestante e favorevole alla permanenza nel Regno Unito, ottenere dieci seggi contro i sette del partito rivale, di ispirazione cattolica e promotore della riunificazione con la Repubblica d’Irlanda. Nessun rappresentante eletto, invece, per l’Ulster Unionist Party.

Plaid Cymru – the Party of Wales, partito nazionalista gallese guidato da Leanne Wood, invece, avrà quattro parlamentari. Il quadro degli eletti è completato da un rappresentante del Green Party of England and Wales e da un candidato indipendente.

UK Theresa May Jeremy Corbyn

E ADESSO? “HUNG PARLIAMENT” E POSSIBILI SCENARI

Come abbiamo avuto modo di spiegare in precedenza, i conservatori sembrano destinati a mantenere le redini del governo, ma dovranno stringere alleanze per ottenere la maggioranza assoluta nella House of Commons. Per governare c’è infatti bisogno di almeno 326 seggi, contro i 318 ottenuti dal partito di Theresa May. È questa la situazione che gli inglesi chiamano Hung Parliament, ovvero una distribuzione dei seggi che non permette a nessuno dei partiti di essere in grado di formare un governo, e che si è già verificata nel 1974 e, più recentemente, nel 2010.

La convenzione vuole che, in caso di “Hung Parliament”, il leader del partito più votato, in questo caso i conservatori, debba tentare di formare un governo di coalizione con altre forze. Come anticipato, Theresa May dovrebbe trovare sostegno da parte dei nordirlandesi del Democratic Unionist Party, guidato da Arlene Foster, che detiene esattamente i dieci seggi che mancano ai conservatori per raggiungere e superare la fatidica quota dei 326, e potrebbe incassare anche il sostegno di altri parlamentari almeno per raggiungere la maggioranza sulle questioni più importanti.

Nel caso in cui Theresa May non dovesse riuscire a formare un governo con una maggioranza nella House of Commons, spetterebbe al leader dell’opposizione, dunque Jeremy Corbyn, il tentativo di raggiungere un governo di maggioranza: il Green Party, da questo punto di vista, si è già detto pronto a sostenere un eventuale governo a guida laburista, ma la forza ecologista ha eletto un solo rappresentante. Nel migliore dei casi, comunque, la composizione della nuova maggioranza non sarà ufficialmente nota prima del 19 giugno, quando ci sarà il primo tentativo di voto di fiducia al governo.

Vi è infine un’ultima possibilità: qualora sia May che Corbyn dovessero fallire nel formare un governo ottenendo la fiducia della House of Commons, si andrebbe a nuove elezioni. Si tratta di una eventualità che generalmente si cerca di sventare, ma, vista l’attuale composizione della camera bassa del parlamento britannico, non è neppure da escludere: in questo caso, le nuove elezioni dovrebbero avere luogo ad agosto.

Nota finale: i risultati non tengono conto della circoscrizione di Kensington, il cui scrutinio è attualmente bloccato.

Aggiornamento: dopo un lungo scrutinio, il seggio di Kensington è stato vinto dai laburisti, che arrivano dunque a quota 262.

Leggi anche:

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di GIULIO CHINAPPI

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Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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