Argentina: l’iperliberista Mauricio Macri ed i suoi crimini silenziosi

Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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In carica dal dicembre 2015 in qualità di Presidente dell’Argentina, il cinquantottenne Mauricio Macri gode dell’appoggio delle potenze occidentali ed in particolare degli Stati Uniti, che dopo gli di Néstor Kirchner e di sua moglie Cristina Fernández de Kirchner sono tornati a dettar legge in uno dei Paesi più importanti dell’emisfero australe. Ciò ha permesso al Presidente in carica di attuare politiche repressive ed antipopolari, godendo però del sostegno dei mass media, che hanno così passato sotto silenzio questo aspetto. Fatto sta che Macri è riuscito a vincere anche le elezioni legislative dello scorso 22 ottobre.

Mauricio Macri,

MACRI DEGNO EREDE DI MENEM?

I conoscitori della storia politica recente del Sud America ricorderanno Carlos Saúl Menem, Presidente argentino dal 1989 al 1999, colui che con le sue scellerate politiche iperliberiste spianò la strada alla nota crisi che distrusse l’economia del Paese a cavallo dei due secoli. Una crisi della quale Menem non pagò neppure le conseguenze, visto che la fase più acuta si ebbe quando al potere era già salito il suo successore, Fernando de la Rúa, che si trovò tra le mani un Paese ridotto economicamente in brandelli. L’Argentina ritrovò gradualmente la stabilità politica ed economica con l’elezione, nel 2003, di Néstor Carlos Kirchner, e successivamente con la presidenza di sua moglie Cristina Kirchner.

Le elezioni del 2015 hanno invece segnato un netto cambio di rotta con l’investitura di Mauricio Macri, cinquantottenne di origini italiane, candidato della coalizione Cambiemos e fiero assertore del neoliberismo, proprio come Carlos Menem. Il suo nome fece scandalo già pochi mesi dopo l’elezione, comparendo all’interno dei documenti noti come Panama Papers, pubblicati dal quotidiano tedesco Süddeutsche Zeitung. Macri si è infatti rivelato amministratore delegato di due società offshore con sede alle Bahamas, risalenti all’epoca in cui era sindaco della capitale Buenos Aires.

Disastrosi sono anche i risultati ottenuti da Macri con la sua politica economica di stampo liberista. In meno di due anni di presidenza, la disoccupazione ha registrato un forte aumento, così come il tasso di povertà. A calare in maniera drastica è stato invece il potere d’acquisto dei cittadini argentini, che hanno dovuto far fronte all’impennata dei prezzi di alcuni servizi fondamentali quali trasporti pubblici, luce, acqua, gas (in alcuni casi l’inflazione ha superato il 500%). L’autoproclamata “rivoluzione dell’allegria” si è rivelata certamente tale per gli speculatori e per la classe dominante, mentre si è trasformata piuttosto in una “rivoluzione delle lacrime” per le classi popolari.

Come se non bastasse, molti dei provvedimenti di liberalizzazione voluti da Macri sono stati fatti passare senza l’approvazione del Parlamento, utilizzando la formula del decreto legge. È quanto avvenuto con il settore delle telecomunicazioni, dove il presidente in carica ha distrutto con un colpo di penna la legge voluta da Cristina Kirchner per evitare la concentrazione del settore nelle mani di grandi gruppi industriali e preservare la pluralità dell’informazione. Senza parlare della svalutazione del peso argentino per implementare le esportazioni di materie prime agricole e minerarie, avvantaggiando ancora una volta le grandi multinazionali dei settori, mentre le classi popolari hanno dovuto far fronte ai forti tagli nell’amministrazione pubblica ed ai licenziamenti nel settore privato.

Veniamo poi ai fatti degli ultimi mesi. Nello scorso giugno, il deputato Darío Martínez, membro della vecchia coalizione d’opposizione Frente para la Victoria (FpV), ha deciso di denunciare per truffa il presidente Mauricio Macri, reo di aver emesso dei titoli di stato con un tasso di interesse del 7.125% e della durata di cento anni, ed aver annunciato di voler aumentare questo tasso fino al 7.95%. La denuncia ha riguardato anche tre membri del governo di Macri: il capo del gabinetto, Marcos Peña, il ministro del tesoro, Nicolás Dujovne, e quello dell’economia, Luis Caputo. L’iniziativa del deputato dell’opposizione ha tutte le ragioni di esistere: il metodo utilizzato è quello del cosiddetto debito “eterno” o “perpetuo”, visto che il debitore è costretto ad indebitarsi sempre più per riuscire a ripagare i propri creditori. Si tratterebbe dunque di una forma perpetua di spostamento dei capitali pubblici nelle mani dei privati.

Pochi giorni prima delle elezioni, poi, è avvenuto anche il ritrovamento del corpo senza vita dell’attivista Santiago Maldonado, dopo quasi tre mesi di ricerche. A questo proposito, il Ministro della Difesa argentina, Patricia Bullrich, è stata aspramente criticata per il modo di condurre le ricerche, affidate alla stessa squadra di polizia che aveva effettuato uno sgombero nel quale era stato visto per l’ultima volta Maldonado.

Trump Macri

LA VITTORIA ALLE ELEZIONI LEGISLATIVE

Le elezioni democratiche “di per sé non costituiscono un indice della Verità: di regola tendono a riflettere la doxa predominante determinata dall’ideologia egemone”. L’affermazione del filosofo sloveno Slavoj Žižek, contenuta nel suo ultimo libro “Lenin oggi. Ricordare, ripetere, rielaborare”, può aiutarci a spiegare il successo elettorale che ha rafforzato ulteriormente il potere di Macri.

Il 22 ottobre, i cittadini dell’Argentina sono stati chiamati alle urne per le elezioni legislative per rinnovare 127 dei 257 seggi che compongono la Camera dei Deputati e 24 dei 72 seggi che compongono il Senato. I risultati hanno rafforzato la maggioranza di Cambiemos, la coalizione politica del presidente Macri, che riunisce le forze liberali e conservatrici del centro-destra.

Per quanto riguarda la Camera dei Deputati, la coalizione Cambiemos si è portata da 90 a 109 seggi, mentre il Frente de la Unidad Ciudadana dell’ex capo di stato Cristina Fernández de Kirchner ha registrato un incremento da cinque a trenta rappresentanti. Ex partito della stessa Kirchner, il Partido Justicialista (PJ) resta la prima forza d’opposizione con un totale di 73 rappresentanti, nonostante una perdita di venticinque rappresentanti. Stabili sia il partido di centro-destra Unidos por una Nueva Alternativa (anche noto come 1País), con sei seggi, che il Frente Cívico por Santiago, partito alleato di Cristina Kirchner, con cinque seggi.

Per quanto riguarda il Senato, Cambiemos ha guadagnato nove seggi, portandosi ad un totale di ventisei senatori, mentre il Frente de la Unidad Ciudadana è passato da tre a sei rappresentanti. Fa registrare una netta perdita, anche in questo caso, il Partido Justicialista, che perde undici senatori, conservandone comunque ventotto, infine 1País perde un sentore, restando a quota tre.

Proprio in occasione delle elezioni del 22 ottobre, sei militanti del Frente de Izquierda y de los Trabajadores, coalizione comunista di ispirazione trotzkista, sono stati arrestati a Mar del Plata, compresi due candidati. Il Frente, dal canto suo, ha risposto sottolineando come questo sia stato l’ennesimo episodio che dimostra l’escalation di repressione attuata dal presidente Macri nei confronti delle forze di opposizione. Secondo le testimonianze, la polizia avrebbe fatto irruzione all’interno della sede del Partido de los Trabajadores Socialistas (PTS), la principale forza della coalizione, aggredendo i militanti.

UN’ARGENTINA SEMPRE PIÙ LIBERISTA E FILOSTATUNITENSE

Cosa aspettarsi, dunque, dopo la vittoria di Macri? Il Presidente, forte di questo successo, andrà avanti con le sue riforme strutturali di stampo liberista, naturalmente con il benestare di Washington. Proprio in questi giorni, il capo di stato sudamericano è andato in visita a New York, dove ha aperto le porte dell’Argentina agli investimenti esteri.

Macri ha contrattato in particolare con BlackRock, una multinazionale che vanta un attivo di oltre cinquemila miliardi di dollari, nove volte il Prodotto Interno Lordo argentino. Larry Fink, il fondatore della corporation, si è detto interessato alle “numerose opportunità che l’Argentina offre nei campi delle infrastrutture, dell’energia ed in altri settori”. Dal punto di vista liberista, questo viene tradotto in un grande giro di danaro, con promesse di ricadute positive sulla popolazione, ma a noi sembra più corretto dire che Macri sta mettendo in essere il suo piano di svendita dell’Argentina alle multinazionali statunitensi.

Vi sono grandi opportunità nell’agroindustria e nelle infrastrutture” ha rilanciato direttamente Macri. “Il nostro Paese è aperto ai vostri investimenti, perché abbiamo eccellenti risorse umane, in un Paese di pace, con enormi risorse naturali, e con la possibilità di duplicare la produzione di alimenti”. Ma il più esplicito di tutti è stato in realtà Juan Schiaretti, governatore di Córdoba, sulla carta un membro dell’opposizione: “Siamo d’accordo con l’apertura al mondo e nel vedere la globalizzazione come un’opportunità, e non come un nemico: e allora che vengano gli investitori”. Opportunità, certo, ma per chi? Ovviamente non per le classi economicamente dominate, ma per la solita classe dominante della corporatocrazia.

Uno dei primi passi di Macri, dovrebbe essere quello di svendere alle multinazionali straniere il settore dell’estrazione del litio, per poi passare a quello energetico, con l’introduzione del solare e dell’eolico sempre per mezzo di imprese nordamericane. Il presidente dovrebbe poi procedere ad una detassazione delle grandi imprese ed alla modifica della legislazione sul lavoro per rendere l’Argentina “il miglior Paese al mondo per gli investimenti esteri”, secondo la formula da lui utilizzata, come sempre sulle spalle dei lavoratori.

di GIULIO CHINAPPI

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Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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