Ninja vs Samurai

Loredana de Michelis

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Giappone feudale, XII secolo circa: molti regni, molti eserciti, molte guerre. I soldati sono una ricchezza preziosa e la loro posizione sociale è ambita: ogni ragazzo aspira a diventare un nobile Samurai, riverito come un principe, ammirato per la sua eleganza e il suo coraggio. E soprattutto per la ricchezza di cui gode la sua famiglia.

di Loredana de Michelis

I Samurai, dal punto di vista strategico, hanno soltanto un difetto: dopo anni di valido servizio sono oramai diventati una casta; portano una bandiera di rappresentanza, ma combattono in eserciti sferraglianti e il loro addestramento, così come il loro mantenimento, costituisce una spesa crescente, che grava sul feudo. Coi tempi che cambiano, ci vogliono “armi” più leggere, più economiche e più versatili.
Qualche servitore, negli ultimi tempi, si è distinto per aver svolto particolarmente bene alcuni compiti assegnatigli: vestito dei suoi stracci, si è confuso tra la servitù di un altro feudo e ha eseguito qualche furto su richiesta, ha raccolto pettegolezzi, si è introdotto anonimamente dove un samurai non avrebbe voluto e potuto introdursi mai.
I servi migliori per questi compiti si rivelano essere i montanari: più abituati degli altri alle privazioni, di mentalità omertosa, non hanno certo un animo delicato e sanno fare un po’ di tutto, compreso parlare più di un dialetto. Si muovono silenziosamente, sanno usare il coltello e accendere un fuoco con qualunque cosa. Spesso sono in possesso di nozioni particolarmente utili, come l’uso delle erbe selvatiche a fini curativi.
Nasce in questo modo, con la ricerca di nuove strategie a basso costo per opera di qualche consigliere astuto, l’idea dell’infiltrato, spia e sabotatore, che porta avanti una missione quasi sempre da solo. Sarà l’unica possibilità di guadagno delle classi sociali più povere, in particolare quelle provenienti dalle montagne della provincia di Iga: un guadagno privo di onori e riconoscimenti, di provenienza inammissibile e che dovrà essere tenuto anch’esso nascosto.
Il nome scelto per questa nuova figura militare è Shinobi, un termine di lingua nobiliare e sconosciuto alla plebe. Lo Shinobi ufficialmente non esiste, è una figura insidiosa di cui c’è bisogno, ma della quale non si è certo orgogliosi e che si tiene a distanza. Come Ninja – termine popolare usato per definire la stessa figura – Shinobi è sinonimo di persona misteriosa e sfuggente, inaffidabile e ladruncola: non certo eroica.
Niente sciabole, stellette e armi vere per il Ninja, come vorrebbe la cultura occidentale dei cartoni animati: soltanto un bastone. Niente tuta nera con la mascherina. Il Ninja vero doveva confondersi tra la folla e vestiva da viandante, da religioso, da contadino. Spesso vestiva da donna. Si portava appresso strumenti da lavoro dall’apparenza innocua e che all’occasione sapeva usare come armi o come mezzi di sopravvivenza, con grande abilità di artigiano tuttofare. Doveva essere in grado di viaggiare leggero e di mangiare ciò che trovava. Si allenava a sopravvivere il più a lungo possibile con piccole razioni di riso crudo per non accendere bivacchi. Indossava più abiti per resistere al freddo notturno o per travestirsi, e per tale motivo doveva essere molto magro e forte al tempo stesso. La notte vestiva di scuro per non essere scoperto durante il suo cammino verso l’obiettivo. Di una corda poteva fare molte cose: un’arma, un giaciglio, un contenitore, una mezzo per fuggire o per depistare.
Le arti dei Ninja provenivano dal mestiere di famiglia, e come tali tramandate di padre in figlio. Ogni famiglia si specializzò in settori diversi e le conoscenze, che restavano segrete e appannaggio esclusivo del clan, erano trasmesse solo verbalmente. Un’intera famiglia di Ninja del XVI secolo si specializzò nell’uso di erbe officinali: i suoi membri giravano i villaggi come guaritori ed eventualmente come avvelenatori a pagamento. Altri approfondirono lo studio delle polveri esplosive e dell’uso delle micce, impressionando la gente semplice con la loro capacità di appiccare fuoco in punti diversi contemporaneamente e di scomparire in nuvole di fumo; incendiarono interi castelli e misero in difficoltà eserciti numerosi. Alcuni diventarono maestri del travestimento, della persuasione e della seduzione, ruolo principalmente assegnato alle componenti femminili delle famiglie, chiamate Kunoichi. Altri ancora raffinarono le loro capacità di muoversi al buio o formarono affiatate squadre di acrobati, capaci di scassinare e penetrare ogni costruzione: erano fabbri, in origine. Una famiglia di pescatori mise a punto una serie di congegni per riuscire a muoversi attraverso l’acqua di laghi e fiumi, con canne di bambù per respirare e cesti usati come galleggianti in cui infilare i piedi.
La creatività e i piccoli trucchi da prestigiatore a fini terroristici che i Ninja offrivano in servigio ai potenti, convinsero la fantasia popolare dei loro poteri soprannaturali.
Una regola principale guidava il Ninja: compiere la missione, sopravvivere senza farsi catturare e tornare alla chetichella per fare rapporto. Le sua conoscenze segrete, frutto di anni di applicazione, non erano sottraibili, e facevano di lui un elemento prezioso che era meglio arruolare piuttosto che giustiziare.
I Ninja furono quindi prevalentemente mercenari e spesso facevano impunemente il doppio gioco, comportamento che avrebbe condannato a morte pubblica un Samurai. Sono scomparsi dopo il XVII secolo, in seguito all’unificazione del Giappone e alla fine dell’epoca feudale: le famiglie di Ninja erano oramai note e considerate pericolose per la nuova situazione politica. Molti furono uccisi, le loro famiglie costrette a smembrarsi e fuggire. Alcuni Ninja furono impiegati nell’esercito regolare, ma mai si riuscì veramente a capire chi fossero e cosa sapessero fare. Si cercò di mettere per iscritto le loro conoscenze per farne una disciplina marziale regolamentata, ma poiché ciascun Ninja conosceva solo le tecniche della sua famiglia ed era tradizionalmente votato al segreto e al depistaggio, non si riuscì mai a distinguere la verità dal mito e dal sentito dire.
La tradizione teatrale e circense del Giappone visse un forte impulso creativo proprio in quel periodo, quindi si ritiene che molti Ninja sopravvissuti si siano rifugiati lì.
Oggi l’università del Tokyo ha una sezione dedicata allo studio di questa antica tradizione di cui si sa veramente poco di concreto: ciò che interessa in modo particolare è riscoprire le tecniche di sopravvivenza e le conoscenze erboristiche, ma il fascino dei Ninja resta indiscusso, e spesso qualcuno si presenta vantandosi di discendere da una famiglia della regione di Iga e di sapere camminare sull’acqua, diventare invisibile o vedere nel buio. A tutti viene concesso di poter fare una dimostrazione, con tanto di delegazione presente e attenta, secondo le tradizioni di cortesia e rispetto del Giappone. Sebbene non siano ancora emerse capacità particolarmente soprannaturali, spesso chi tiene la dimostrazione porta alla luce qualche testimonianza di tradizione popolare oramai scomparsa, che viene compitamente catalogata dagli studiosi, curvi con i loro occhiali sulle loro scrivanie: sono loro i nuovi scrivani al servizio degli antichi, misteriosi guerrieri Ninja.

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