La sovranità nazionale non è di destra ed è una via necessaria

Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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Una parola oramai sulla bocca di molti, ma non sempre usata in forma oculata: sovranità nazionale. Un concetto spesso considerato – a torto – essere proprio della destra dello spettro politico, semplicemente perché confuso, per assonanza, con quello di nazionalismo o con quello di autarchia nazionale. Ma cosa vuol dire in realtà sovranità nazionale? E, soprattutto, perché questo termine assume una grande importanza ai giorni nostri?

Max Weber

UN PREREQUISITO PER L’ESISTENZA DEGLI STATI

Un territorio, una popolazione e la sovranità: questi, secondo il diritto internazionale, sono i prerequisiti fondamentali per l’esistenza di uno stato (e basterebbe questo per chiudere la discussione, a meno che non si voglia affermare che anche il diritto sia di destra). Se uno solo di questi elementi dovesse venire a mancare, allora non saremmo in presenza di uno stato. In maniera abbastanza intuitiva, si può infatti capire come non possa esistere uno stato nel caso di una popolazione senza un territorio (come nel caso dei popoli delle diaspore) o di un territorio senza una popolazione (come nel caso dell’Antartide), ma cosa accade se a mancare è la sovranità?

Di esempi, nella storia, ne abbiamo avuti sin troppi. Pensiamo, ad esempio, all’epoca delle colonizzazioni: a quell’epoca, l’Africa era quasi del tutto priva di stati riconosciuti, eppure esistevano delle popolazioni che vivevano su quei territori. A mancare era proprio la sovranità, esercitata, in quel caso, da potenze straniere. Anche oggi abbiamo esempi di questo tipo con varie dipendenze, che rappresentano in gran parte il retaggio dell’epoca coloniale: nel continente europeo c’è l’esempio di Gibilterra, la cui sovranità appartiene alla Gran Bretagna, ma sparsi nel mondo sono numerosi i territori che dipendono da stati europei o dagli Stati Uniti d’America.

Possiamo dunque affermare che la perdita di sovranità da parte di uno stato lo porterebbe a perdere la sua essenza stessa di stato, riducendolo allo status dipendenza o addirittura colonia di un’altra potenza. In quel caso, diventa legittimo lottare per ritrovare la propria sovranità e dunque l’indipendenza, processo che, analizzando la storia, non solo dimostra di non essere di destra, ma sembra addirittura essere legato piuttosto alla tradizione socialista e marxista-leninista. Al contrario, il continente che ha la più lunga tradizione di sovranità è proprio quello europeo, che negli ultimi secoli si è fondato sull’esistenza degli stati-nazione moderni, teorizzati dal sociologo tedesco Max Weber, che tengono per sé il “monopolio della violenza legittima“.

Ho chi Minh

ALCUNI CASI STORICI: DECOLONIZZAZIONE E RIVOLUZIONI

Il recupero o l’acquisizione della sovranità nazionale, come abbiamo detto, è stato stato spesso sinonimo di indipendenza. Tutti i movimenti indipendentisti che hanno attraversato i continenti extraeuropei nel corso della storia possono essere visti alla luce di questa considerazione. Dall’indipendenza degli Stati Uniti d’America, fino alle ultime guerre per l’indipendenza dei Paesi africani, tutti questi processi sono accomunati dalla necessità di recuperare una sovranità nazionale perduta in passato, oppure di acquisirla per la prima volta.

Ma, a dimostrare il legame tra il concetto di sovranità nazionale e la tradizione marxista-leninista, sono soprattutto gli esempi di alcune grandi rivoluzioni del passato. In determinati casi, poi, il processo indipendentista e quello rivoluzionario si sono mescolati fra loro, come nel caso del Vietnam: leader della rivoluzione vietnamita, Hồ Chí Minh aveva per primo obiettivo quello di liberare il Paese dalla potenza colonizzatrice, la Francia, e poi quello di riunificarlo scacciando via l’invasore statunitense. L’instaurazione del socialismo in Vietnam andava di pari passo con la riconquista dell’indipendenza, e dunque della sovranità nazionale, su tutto il territorio. Anzi, lo stesso Hồ Chí Minh scriverà poi che gli altri movimenti anticolonialisti che lo avevano preceduto avevano fallito in quanto non combinavano l’aspetto indipendentista con quello rivoluzionario.

Un altro celebre esempio di rivoluzione per la riconquista della sovranità nazionale è quello di Cuba. L’isola caraibica era in realtà già indipendente dal punto di vista formale, ma la sua sovranità nazionale era messa a repentaglio dal legame tra il dittatore dell’epoca, Fulgencio Batista, e gli Stati Uniti. Batista era di fatto un fantoccio di Washington, mentre in precedenza (fino al 1934), esisteva addirittura un’appendice alla costituzione cubana, l’emendamento Platt, che consentiva agli Stati Uniti di intervenire militarmente sull’isola praticamente in qualsiasi momento. La rivoluzione guidata da Fidel Castro ha permesso a Cuba di trovare la propria sovranità nazionale dopo la lunga colonizzazione spagnola e la dipendenza de facto dagli Stati Uniti.

Il motto della rivoluzione cubana “Patria o muerte” riassume perfettamente la necessità di possedere una sovranità nazionale, in quanto opera di Ernesto “Che” Guevara: lui, che cubano non era, aveva capito la necessità di affrancarsi da qualsiasi potere straniero, e non è un caso che porterà questi stessi principi nelle sue spedizioni per l’indipendenza dei Paesi dell’Africa centrale. Fulgido esempio di internazionalismo, Guevara ci dimostra come anche un attento osservatore esterno, che non può essere tacciato certamente di nazionalismo, possa capire il ruolo fondamentale ricoperto dalla sovranità nazionale. Il matrimonio tra sovranità ed internazionalismo è presente anche negli scritti di Hồ Chí Minh, il quale ricorda come i nemici del popolo vietnamita siano i colonizzatori francesi e non il fraterno popolo francese, la cui classe lavoratrice subisce le stesse vessazioni in patria.

Europa

LA SOVRANITÀ NAZIONALE NELL’UNIONE EUROPEA

Veniamo dunque ai giorni nostri ed al caso più specifico dell’Italia e del suo inserimento nell’Unione Europea. Come noto a tutti, per entrare all’interno dell’UE, uno stato è costretto a cedere volontariamente una parte della propria sovranità nazionale. Questa fetta diventa spropositata per i Paesi facenti parte della zona Euro, visto che di fatto demandano all’organizzazione sovranazionale la loro sovranità economica, monetaria e finanziaria, autolimitandosi fortemente nel ventaglio delle possibili politiche economiche applicabili.

Queste cessioni della sovranità sembrano innanzi tutto contrarie alla nostra Costituzione, la quale ha giuridicamente la priorità assoluta nei confronti di qualsiasi normativa europea: “Le limitazioni (e non cessioni) di sovranità cui fa riferimento l’art. 11 della Costituzione (che come si è già visto furono previste dall’Assemblea Costituente solo ed esclusivamente nell’ambito di quei meccanismi di risoluzione delle controversie che l’ONU aveva predisposto e dei quali l’Italia ne accettava i relativi condizionamenti) non annoverano in alcun modo né le cessioni di sovranità monetaria (cessione illegittima già avvenuta attraverso una forzatura inaccettabile) né tanto meno le cessioni di sovranità attinenti all’imperio di carattere istituzionale e politico!” (Palma & Mori, 2015).

Dobbiamo poi considerare che il processo di formazione e di sviluppo dell’Unione Europea è stato in realtà ben diverso da quello che avevano ipotizzato i suoi ideatori. Già dopo la Prima Guerra Mondiale, infatti, il primo ministro francese Aristide Briand ebbe l’idea di creare una sorta di Unione Europea ante litteram per garantire la sicurezza in Europa. Il 5 settembre 1929, in occasione della decima Assemblea della Società delle Nazioni, Briand ne parlò apertamente: “Penso che tra i popoli che sono geograficamente raggruppati come popoli d’Europa, debba esistere una sorta di legame federale; questi popoli devono avere in qualsiasi momento la possibilità di entrare in contatto, di discutere i loro interessi, di prendere decisioni comuni, di stabilire fra loro un legame di solidarietà, che permetta loro di far fronte, al momento opportuno, a circostanze gravi, qualora venissero a crearsi”. Al termine del discorso, Briand ammonì: i legami economici sarebbero stati importanti, vista anche la crisi che imperversava in quegli anni, ma sarebbero stati necessari anche e soprattutto dei legami politici, pur “senza intaccare la sovranità di nessuna nazione”.

Già i primi teorizzatori di un’Unione Europea ci avvertirono dunque sulla necessità di creare rapporti interstatali soprattutto politici, e non meramente economici. Briand ed il suo principale interlocutore, il tedesco Gustav Stresemann non sognavano certamente una dittatura economica che priva i Paesi della propria sovranità nazionale, attraverso una moneta che ha l’aspetto di un Leviatano che divora tutto ciò che lo circonda per ingrassare la Germania. Ed erano stati chiarissimi nel sottolineare la necessità di mantenere integra la sovranità nazionale di ciascuno stato aderente.

CONCLUSIONI: RECUPERARE LA SOVRANITÀ È NECESSARIO

Di fronte a tali considerazioni, dobbiamo concludere che il recupero della sovranità nazionale, soprattutto in ambito economico e monetario, non solamente ci appare auspicabile, ma addirittura necessario. Non si tratta di essere antieuropeisti, termine oramai fin troppo in voga per screditare posizioni dissenzienti, ma anzi di voler costruire una vera Europa che possa condividere il proprio patrimonio comune senza andare a violentare l’unicità di ciascuna delle sue componenti nazionali. L’Italia e gli altri Paesi europei si sono trovati in passato di fronte ad un bivio, ed hanno scelto il sentiero impervio dell’unione monetaria, dell’aspetto economico prevaricante rispetto a quello politico: fino ad ora abbiamo percorso una strada sbagliata, ed è dunque necessario ripercorrere lo stesso tragitto in retromarcia per poi imboccare il sentiero corretto per la costruzione di un’Europa pacifica, fatta di popoli e di Paesi uguali e fratelli.

È dunque auspicabile un’uscita collettiva e simultanea dalla Zona Euro e dall’Unione Europea da parte di numerosi Paesi che si propongano di creare un’Unione Europea alternativa basata sui rapporti amichevoli (anche – ma non solo – economici) tra i popoli e le culture, lasciando la Germania in una posizione isolata ed indebolita e ristabilendo quella sovranità nazionale che è stata stuprata dall’introduzione della moneta unica.

BIBLIOGRAFIA

– BROCHEUX, Pierre (2007),  Ho Chi Minh. A Biography
– GOTT, Richard W. (2008), Storia di Cuba
– PALMA, Giuseppe & MORI, Marco (2015), L’incompatibilità tra costituzione italiana ed eventuale costruzione degli U.S.E.
– VĂN Chí Hoàng (1964), From Colonialism to Communism : A Case History of North Vietnam
– WEBER, Max (1919), La politica e la scienza come professioni

di GIULIO CHINAPPI

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Giulio Chinappi

Giulio Chinappi è nato il 22 luglio 1989. Dopo aver conseguito la maturità classica, si è laureato presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università "La Sapienza" di Roma, nell'indirizzo di Scienze dello Sviluppo e della Cooperazione Internazionale, e successivamente in Scienze della Popolazione e dello Sviluppo presso l'Université Libre de Bruxelles. Ha svolto numerose attività con diverse ONG in Europa e nel Mondo, occupandosi soprattutto di minori e di insegnamento delle lingue straniere. Ha pubblicato numerosi articoli su varie testate del web.

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euro Unione europea Sovranità Nazionale
  • Francesco

    È stato un bell’articolo, almeno fino al riferimento, a mio parere superfluo, alla Germania; non mi trovo affatto d’accordo con l’idea di lasciare “la Germania in una posizione isolata e indebolita”, né con l’idea di abbandonare collettivamente l’Unione, che ritengo assai poco realistica, quando una soluzione più fattibile sarebbe quella di rinegoziare i Trattati, magari.

  • Giulio Chinappi

    Ciao Francesco, grazie per il commento. La Germania, patria di Hegel e Marx, sarà la benvenuta quando accetterà di porsi al pari degli altri Paesi, ma purtroppo è l’atteggiamento del governo tedesco da “padrone d’Europa” a creare astio nei suoi stessi confronti. Finché la situazione sarà questa, non ci saranno i presupposti per un rapporto di collaborazione e reciproca fiducia.

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