L’annosa questione uigura

Pubblicato il 2 January 2018 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 11 minuti | 101
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Recentemente ha sollevato un certo scalpore la denuncia da parte di Human Rights Watch (l’organizzazione dedicata a monitorare il rispetto dei diritti umani nel mondo) della schedatura per motivi di “salute” dei dati biometrici degli abitanti dello Xinjiang (la regione nord-occidentale della Cina) da parte del governo centrale.

In questo caso, quando si parla di dati biometrici, ci si riferisce a tutta una serie di dati, che vanno dalle impronte digitali, alla scansione dell’iride, fino ad arrivare al DNA. Si tratta di un’operazione senza precedenti, che riguarda tutti i cittadini di questa provincia tra i 12 e i 65 anni.

Il fatto che tale operazione si sia svolta proprio nello Xinjiang desta particolare attenzione a causa del contenzioso rapporto tra il governo centrale e gli uiguri (che rappresentano il 46% della popolazione), una minoranza etnica non solo turcofona, ma anche di religione islamica.

Storicamente parlando, questa regione entrò nella sfera di controllo dell’impero cinese, e per via militare, nel 1759, praticamente due secoli prima della nascita della Repubblica Popolare di stampo comunista, ma già nella prima metà del 900 era cominciata un’attività indipendentista per uscire dal controllo dei signori della guerra che dominavano lo Xinjiang.

Nel corso della guerra civile cinese ci furono due tentativi d’istituire uno stato indipendente: prima nel 1934 con la creazione della Prima Repubblica del Turkestan Orientale, e dieci anni dopo con la Seconda Repubblica del Turkestan, che però venne poi annessa alla Repubblica Popolare Cinese nel 1949.

Comunque la lotta politica per l’indipendenza non si è interrotta, ed è appoggiata sia dai gruppi panturchi, tra cui il Partito del Turkestan Orientale, sia da altri movimenti estremisti musulmani, come il Movimento Islamico del Turkestan Orientale e l’Organizzazione di Liberazione del Turkestan Orientale. Notare che questi ultimi sono presenti nella lista nera dei gruppi terroristici internazionali. Essi sono anche responsabili di attacchi alla popolazione Han (ndr l’etnia cinese che rappresenta la maggioranza nella Repubblica Popolare), all’esercito cinese e alle strutture governative nello Xinjiang.

Bisogna infatti ricordare che sta continuando una politica del governo cinese – già iniziata tra il 1960 e il 1970 – volta a rafforzare, attraverso una serie di incentivi, la presenza dei gruppi di etnia Han nella regione. Da qui l’accusa di repressione culturale delle tradizioni culturali uigure e di violazione dei diritti umani da parte di certe ONG.

Vale la pena di ricordare i violenti scontri avvenuti nel giugno del 2009 tra uiguri e han con molti morti a Ürümqi, nello Xinjiang, con un numero finale di 184 vittime (137 di etnia Han e 46 uiguri) e con l’arresto di 1434 persone, 200 delle quali sotto processo, con il rischio della pena di morte. Tra i responsabili degli scontri etnici, il governo cinese ha identificato Rebiya Kadeer. imprenditrice ed attivista uigura esule negli USA.

Più recentemente, i ribelli uiguri sono accusati di un massacro (33 morti e 135 feriti) compiuto da un gruppo non identificato nella stazione ferroviaria di Kunming, capoluogo della provincia cinese dello Yunnan il 1° marzo del 2014.

Detto tutto questo, bisogna anche tener conto che il governo cinese si è recentemente impegnato molto per migliorare la situazione economica sociale e sanitaria nello Xinjiang, tradizionalmente una delle regioni più povere nella repubblica popolare.

Discute di tutto questo con YOUng Alessandra Cappelletti, Professore Associato presso la Xian Jiaotong Liverpool University di Suzhou (a partire da gennaio) – senior researcher e membro del Consiglio Direttivo del Centro Studi sulla Cina Contemporanea, già research fellow presso il centro di ricerca del Ministero degli Esteri tedesco SWP (Stiftung Wissenschaft und Politik). La Cappelletti ha anche passato lunghi periodi di tempo nello Xinjiang a scopo di ricerca.

Uighuri-cina

AFP PHOTO/CAROL HUANG (Photo credit should read CAROL HUANG/AFP/Getty Images)

L’INTERVISTA:

Come viene portato avanti il controllo biometrico da parte delle autorità cinesi?

In generale, le autorità cinesi hanno la possibilità di monitorare capillarmente tutte le provincie della repubblica popolare, coerentemente col fatto che si tratta di uno stato autocratico – e questa è vista anche come una forma di prestigio. Lo stato raccoglie tutta una serie di dati sui cittadini, e quindi è molto facile raccogliere anche quelli biometrici. Di solito vengono chiamati i soggetti a rischio – rischio di terrorismo – ai quali viene fatto il controllo del sangue e la scansione dell’iride. Ma anche se la chiamata non è obbligatoria, è difficile per un cittadino rifiutarsi se chiamato dalle autorità per fare dei controlli.

Quindi sembrerebbe una cosa normale.

Non per noi, ma visto il ben diverso rapporto che c’è tra stato e cittadino in Cina, e anche rispetto alla mia esperienza nello Xinjiang, la cosa è assolutamente normale, nel senso che questi controlli vengono fatti periodicamente da almeno vent’anni. Naturalmente, con l’avanzare della tecnologia, essi diventano sempre più capillari.

Quindi da dove nasce tutto lo scalpore fatto da Human Rights Watch?

Come dicevo, in realtà non c’è una grossa novità, visto che questi controlli sono sempre stati fatti. E in passato sono stati fatti in maniera magari anche più brutale, per esempio in concomitanza con gli eventi del 2009.

Quindi perché questo “grido di allarme” lanciato da Human Rights Watch?

Credo che dipenda un po’ dal calo di attenzione che sta avendo la regione.

In che senso?

Nel senso che sarebbe da capire un po’ meglio la cosiddetta “causa uigura”, soprattutto ora che la regione dello Xinjiang viene a trovarsi sulla Silk Road Economic Belt, nota in italiano come Nuova Via della Seta, trovandosi al confine con tutta una serie di stati dell’Asia Centrale che verranno coinvolti in questa grossa iniziativa economica, commerciale e, più in generale, strategica. Soprattutto dopo le Olimpiadi del 2008 poi, sono aumentati molto gli investimenti in questa regione.

Fa anche parte di questa politica di investimenti per tirar fuori lo Xinjiang dalla sua storica povertà.

Sì, tradizionalmente si tratta di una delle provincie più povere della Repubblica Popolare Cinese.

Esiste un forte movimento indipendentista all’interno di questa provincia?

In realtà sia all’interno della popolazione uigura nello Xinjiang che nella diaspora fuori dalla Cina ci sono posizioni molto diverse. Ci sono gli indipendentisti che vorrebbero creare uno stato indipendente sul modello delle repubbliche centro-asiatiche, che si potrebbe chiamare Uiguristan. Poi ci sono i panturchisti.

Sarebbe a dire?

Sono quelli che perseguono l’ideale di riunificare tutte le popolazioni di origine turca, e quindi unificare tutte le repubbliche centro-asiatiche, facendo rientrare la provincia dello Xinjiang in questo assetto, essendo la popolazione uigura fondamentalmente turca, anche se con certe influenze iraniche.

Quali altre correnti?

Ci sono poi quelli che vorrebbero addirittura uno stato islamico.

Di stile fondamentalista?

Sì.

Questa è comunque una frazione di “teste calde”?

Ma in realtà tutte quelle che ho citato sono delle minoranze. Bisogna considerare anche che fino a poco tempo fa la maggioranza della popolazione uigura viveva nelle campagne e aveva un bassissimo tasso di alfabetizzazione, e un altissimo livello di mortalità infantile: una situazione paragonabile con certi paesi africani.

Quindi il recente miglioramento introdotto nella situazione economico-sociale e sanitaria ha in qualche modo avvicinato la popolazione uigura a Pechino?

Beh, certamente le nuove generazioni hanno ottenuto molto e i giovani uiguri invece di vivere nel villaggio di origine e continuare a svolgere attività di sussistenza come i propri genitori, possono ora andare a studiare nelle grandi città e anche all’estero, e hanno molte più opportunità. Questo a parte il passo avanti fatto nel portare acqua corrente nei villaggi e offrire accesso ai servizi sanitari alla popolazione rurale, e non solo, come in passato, a quelli inseriti in un lavoro pubblico.

Da quando avanti tutto questo?

Ormai da una decina d’anni. Vorrei anche aggiungere il progresso fatto nel settore abitativo.

Cioè?

I contadini uiguri di solito vivevano in abitazioni fatte di fango e paglia, mentre molti di loro ora vivono in casette vere e proprie.

Quali sono le risorse economiche dello Xinjiang?

Non grandissime: nella parte nord c’è una vasta zona desertica, praticamente parte del Gobi, che inizia nella confinante Mongolia; a sud di questo c’è una zona di oasi, e poi, ancora più a sud ci sono delle montagne altissime, ai confini con la regione hymalaiana, ai confini col Pakistan. Le risorse principali, a parte l’agricoltura sono minerarie: petrolio, gas naturale e uranio.

Come viene impiegata la popolazione?

Fino a pochi anni fa l’80% viveva di sussistenza agricola nelle campagne ed il 20% nei centri abitati, impiegata in servizi vari, tra i quali quelli di traduzione e di guida turistica. Ultimamente si sono poi aperti anche dei poli industriali e un certo numero di uiguri viene mandato a far training nelle fabbriche del sud est, per poi tornare nello Xinjiang, dove viene inserito in nuove attività.

Di fronte a questi chiari miglioramenti, si può prevedere un allentamento della frizione tra gli uiguri e le autorità centrali?

Bisogna tenere a mente che il grosso scontro è a livello di politica locale, nel senso che è la leadership tradizionale locale, islamica, la più restia ad accettare le autorità comuniste centrali. Quindi molto dipenderà dalla capacità del governo cinese di portare dalla sua parte il grosso della popolazione.

Qual è il ruolo in questo frangente dell’attivista esule Rebiya Kadeer?

La Kadeer è la leader della diaspora uigura nel mondo ed è paragonabile alla figura del Dalai Lama nella sua posizione rispetto al Tibet. Ha passato un certo periodo in carcere, e poi, dopo un periodo di negoziazione con gli USA ha ottenuto il permesso di lasciare il paese. Ora vive a Washington D.C. Si batte per i diritti del popolo uiguro, ma è una figura a sua volta contestata. Esiste un altro polo importante dell’opposizione uigura all’estero.

Rappresentato da chi?

Dall’opposizione che vive in Germania e che ha come leader Dolkun Isa, tra l’altro fermato recentemente in Italia mentre stava per andare a far visita ai nostri Radicali. Questa opposizione ha le idee un po’ più chiare rispetto a Rebiya Kadeer, vista un po’ come uno strumento nelle mani degli americani per dar fastidio ogni tanto ai cinesi.

Come si differenzia Dolkun Isa dalla Kadeer?

E’ un leader in esilio che ha un’adesione più politica e fa più paura ai cinesi.

Come si può paragonare la situazione uigura nello Xinjiang a quella del Tibet?

Sì, spesso si fa un paragone tra queste due situazioni. Senz’altro in Tibet le cose si sono molto più calmate. Anche in Tibet sono stati fatti molti investimenti per migliorare lo stato economico-sociale e sanitario della popolazione. La differenza sta nel fatto che nello Xinjiang una grossa fetta degli abitanti sono mussulmani, mentre nel Tibet sono buddisti: tra questi ultimi il terrorismo, portato avanti dagli uiguri non solo nella loro regione, ma anche in altre parti della Cina, non fa parte del loro modus operandi. A questo bisogna aggiungere il fatto che lo Xinjiang è ora una regione in pieno boom e che riveste una maggiore importanza strategica rispetto al progetto della Nuova Via della Seta.

Come vede Xi Jinping nel ruolo di nuovo leader della Cina?

Beh, senz’altro sta lavorando molto bene nella trasformazione della Cina da potenza economica a potenza anche politica. Ha senz’altro un suo carisma ed ha un grandissimo consenso, non solo perché ha portato avanti la lotta contro la corruzione, ma anche perché le sue istanze riflettono quelle della maggioranza della popolazione cinese.

Come esattamente?

Sta gestendo una transizione economica importante: da un modello basato sulla produzione a basso valore aggiunto, ci si sta spostando a uno basato su una produzione ad alto contenuto tecnologico: è un processo piuttosto delicato che Xi Jinping sta portando avanti abbastanza bene. Sta puntando anche su un vasto trasferimento della domanda proveniente dalle esportazioni a una domanda interna, aumentando in pratica le capacità di acquisto del cittadino medio cinese.

Quindi questo tipo di politica sta investendo anche una regione come lo Xinjiang?

Beh, in pratica si vuole portarla agli stessi livelli di sviluppo delle altre regioni. Ho trovato interessante la reazione del sindaco di Kashgar, una delle antiche città-oasi, a una domanda da parte di un giornalista occidentale sugli effetti, secondo lui negativi, della riqualificazione edilizia applicata a certe costruzioni tradizionali: ”Perché non ci andate voi a vivere nelle case di fango a paglia”.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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