Il violento apartheid contro i Rohingya in Myanmar

Pubblicato il 3 December 2017 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 10 minuti | 2209
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Tutt’altro che risolta è la difficile situazione della minoranza etnico-religiosa mussulmana dei Rohingya in Myanmar – nota un tempo come Birmania – mentre Papa Francesco, ha appena terminato la sua visita ufficiale nel paese, la prima nella storia, in quella che lui stesso HA chiamato “un’avventura”.

Notare che Charles Maung Bo, l’arcivescovo di Yangon, ha addirittura suggerito al pontefice di non pronunciare a priori la parola ‘Rohingya’ nel corso della sua visita di 72 ore. Papa Francesco ha seguito, pragmaticamente e “politicamente” questo consiglio, per poi rifarsi nella successiva tappa del suo viaggio. Infatti, giunto in Bangladesh, non solo ha citato i Rohingya, chiedendo “perdono” per il male inflitto loro (da altri), ma ne ha incontrato ufficialmente un gruppo.

Se da un lato, grazie a un recente accordo, 600.000 Rohingya potranno rientrare dal loro esodo forzato in Bangladesh a partire da gennaio, Amnesty International ha appena steso un rapporto intitolato “In gabbia senza un tetto” nel quale lo stato in cui si trova questa popolazione, vittima di continue violenze, viene descritto come una forma di apartheid.

L’esodo in Bangladesh nasce infatti da una forma sistematica di pulizia etnica, accentuatasi negli ultimi mesi e caratterizzata da incendi, stupri, disastri umanitari ed eccidi vari.

La responsabilità maggiore di tutto questo ricade chiaramente sull’esercito che sebbene non più al potere formalmente a partire dal 2016, continua a giocare un ruolo preminente nel paese.

È anche importante aggiungere che, seppure i media internazionali ne parlano poco, in Myanmar esistono anche 400.000 sfollati interni, appartenenti a varie etnie: i Kachin, o Karen, i Chin e gli Shan. Tutti costoro, oltre ad essere discriminati, vivono in uno stato di tensione con l’esercito. In particolare, i 120.000 sfollati Kachin sono in maggior parte cristiani, e da ben sei anni si trovano in campi profughi.

Intanto la premio Nobel per la pace Aung San Suu Kyi, attualmente Consigliere di Stato della Birmania, Ministro degli Affari Esteri e Ministro dell’Ufficio del Presidente, che ha incontrato il papa per 45 minuti, apprezzandone il contributo alla “pacificazione” è stata criticata per il suo relativo immobilismo di fronte alla grave questione Rohingya. D’altro lato, probabilmente questa sua attitudine nasce appunto da una situazione di essenziale debolezza del potere civile nei confronti di quello militare.

A livello internazionale finora l’Occidente sembra essere stato più critico nei confronti di questa situazione rispetto a paesi limitrofi come Cina e India, più attenti ai loro interessi specifici nella regione.

Discute di tutto questo Emanuele Giordana, giornalista e scrittore e co-autore di “A oriente del Califfo. A est di Raqqa: il progetto dello Stato Islamico per la conquista dei musulmani non arabi”. Secondo lui è come se i militari avessero un presidio all’interno del governo civile e la situazione dei Rohingya gli ricorda molto quella dei Palestinesi: “Si tratta, storicamente, del più grande esodo di un popolo da un paese non in guerra”.

myanmar Aung San Suu Kyi papa francesco

Pope Francis greets Myanmar State Counsellor Aung San Suu Kyi during a private audience at the Vatican May 4, 2017. Osservatore Romano/Handout via REUTERS ATTENTION EDITORS – THIS PICTURE WAS PROVIDED BY A THIRD PARTY. EDITORIAL USE ONLY. NO RESALES. NO ARCHIVE

L’INTERVISTA:

Non è un caso che papa Francesco sia il primo a visitare Myanmar, viste le problematiche in corso.

Il Myanmar e lo Stato vaticano hanno riallacciato le relazioni diplomatiche l’anno scorso, quando Aung San Suu Kyi è venuta in visita a Roma, ma al di là di ciò, questo viaggio è uno di quelli tipici di papa Francesco, ossia con finalità non solo pastorali, ma anche politiche. Basti pensare al recente viaggio in Colombia e due anni fa in Sri Lanka: l’idea è sempre quella di portare il suo peso non solo religioso in situazioni di conflitto.

Il viaggio di Papa Francesco ha avuto qualche effetto sulla problematica Rohingya?

E’ troppo presto per dirlo, anche se la sua visita è stata immediatamente seguita dall’annuncio della ripresa del negoziato con le minoranze, iniziato un po’ di tempo fa, ma del quale non si era più parlato. C’è poi la possibilità –sempre da vedere – che passi in parlamento una legge che prevede la punizione di gruppi o persone che usano i cosiddetti “discorsi dell’odio” verso minoranze etniche o religiose. Bisognerà anche vedere se il contro-esodo dei Rohingya dal Bangladesh potrà essere accelerato. Naturalmente bisognerà vedere quale peso avranno in tutto questo i militari. Interessante notare che mentre papa Francesco ha passato 45 minuti con Aung San Suu Kyi, ne ha passati solo 15 col generale Min Aung Hlaing, l’uomo forte dell’esercito. Il messaggio sembra chiaro.

Sembra ormai assodato che in Myanmar i militari hanno tuttora molto potere.

Certo: hanno in mano tre ministeri chiave: non solo quello della Difesa, ma anche quello dell’Interno e, non è un caso, quello che si occupa del controllo delle frontiere.

Al tempo stesso la premio Nobel Aung San Suu Kyi viene criticata per il suo atteggiamento quasi accomodante nei confronti dell’esercito.

Sì, proprio in questi giorni le hanno ritirato un attestato di Oxford, dove lei ha studiato, e c’è stata una campagna perché le venisse tolto pure il premio Nobel per la Pace.

Cosa ne pensa?

Tutto questo mi sembra fuori luogo: non si possono negarle il riconoscimento per il grandissimo lavoro che ha fatto e per il quale ha pure rischiato la propria vita.

Ma al tempo stesso c’è una sua qualche responsabilità per l’attuale questione Rohingya?

Sì, e la sua attitudine si può capire, anche se forse non si può giustificare.

Sembra che quella di Aung San Suu Kyi sia una posizione compromissoria e realistica.

Questo sì, da un punto di vista puramente politico, anche se certi critici pensano che, a causa della sua appartenenza all’etnia Bamar, la più grande nel paese, ci sia dietro anche una forma di razzismo a livello personale.

Questa politica discriminatoria verso i Rohingya non è contraddittorio con il pensiero buddista, maggioritario in Myanmar?

Sì, questo è paradossale se si pensa che il messaggio buddista, che non è nemmeno una religione, ma una via alla salvezza, si basa sulla compassione.

Quindi come si è arrivati a questo?

Il fatto è che tutte le religioni, come anche le filosofie di vita, si prestano a diverse interpretazioni. Basti pensare alla funzione reazionaria che ebbe la Chiesa Ortodossa nella guerra dei Balcani, per non parlare delle posizioni dell’ISIS.

Ma è sorprendente che proprio dal buddismo possano nascere certi orrori.

Può sorprendere, ma fino a un certo punto: basti pensare a quel che è avvenuto in tempi non lontani in un paese buddista come lo Sri Lanka, dove, per motivi politici, è stato portato avanti lo sterminio della minoranza Tamil.

Ma questo accanimento nei confronti dei rohingya in particolare ha una base etnica, religiosa o politica, o è un mix di tutto questo?

Direi che è un mix e comunque gli osservatori sono essenzialmente divisi su tutto questo: certi incolpano il colonialismo britannico (ndr furono gli inglesi a importare i Rohingya dal Bangladesh come forza lavoro), altri la maggioranza Bamar che vorrebbe avere il potere assoluto. Poi c’è un’ipotesi, alla quale sono favorevole, secondo la quale dietro questa persecuzione c’è l’accaparramento delle terre dei Rohingya.

Quindi una spiegazione puramente materialistica?

Esatto: a partire dal 2012, che segna l’inizio dei più pesanti pogrom contro questa popolazione, si è affermato un gruppo minoritario nazionalista e oltranzista, sostenuto anche da certi monaci buddisti, che ha trovato supporto nell’esercito.

Il governo ha cercato di fare qualcosa in questo frangente?

Sì, questo gruppo integralista è stato bandito, ma si è ricostituito presentandosi su posizioni relativamente più moderate, ma pur sempre influenti. Visto l’appoggio dell’esercito è come se il governo ufficiale, oltre un certo punto, si trovasse con le mani legate, il che può anche spiegare l’attitudine della Aung San Suu Kyi.

E la questione delle terre?

Proprio nel 2012 i militari, allora ancora direttamente al potere, hanno promulgato delle leggi che favorivano l’accaparramento delle terre Rohingya da parte di gruppi imprenditoriali birmani, ma anche stranieri, giustificando questo in termini di sviluppo di terre che fino a qule punto non fruttavano nulla. A questo si aggiunge la complicazione dello status legale dei Rohingya.

Ossia?

Costoro non hanno documenti come cittadini del Myanmar e quindi non hanno nemmeno il diritto di proprietà.

Ma proprio recentemente è stato concesso a 600.000 Rohingya di rientrare dal Bangladesh dove sono fuggiti.

Sì, grazie alle pressioni internazionali, soprattutto quelle della società civile come Human Right Watch o Amnesty International, l’ONU, piuttosto che dei singoli governi, si è giunti a un accordo tra Myanmar e Bangladesh per cui entro la fine di gennaio deve cominciare il rientro. Ma persistono dei grossi problemi.

Quali?

C’è una data d’inizio, ma non c’è una data di scadenza, per cui questo rientro potrebbe anche durare trent’anni. E poi, come dicevo, c’è il problema della proprietà legale delle terre che per i Rohingya non esiste.

Dove andranno a finire quelli che rientrano?

Questo è un altro grosso problema: molti villaggi sono stati bruciati dall’esercito e quindi buona parte dei fuggitivi non ha una casa dove tornare. Per giunta l’esercito ha anche portato via buona parte dei raccolti.

Quindi passeranno dai centri di accoglienza del Bangladesh a nuovi centri di accoglienza in Myanmar?

Esatto, ed anche se ci sarà il supporto di organizzazioni umanitarie, vivranno come dei cani. Questa è la condanna a morte di un popolo. Si parla di un’esclusione forzata di una popolazione che vive nel paese da secoli.

Lei sta dicendo che i governi stranieri sono stati meno esplicitamente critici nei confronti di questa tragedia.

C’è stata solo una serie di dichiarazioni e la più pesante, recentemente, è provenuta dal segretario di Stato USA Rex Tillerson che ha minacciato il paese di sanzioni economiche. Questa è avvenuta proprio prima l’accordo sul rientro dei profughi, il che può far pensare che l’abbia accelerato.

E il Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite?

Avrebbe potuto fare qualcosa, bloccando i militari e magari anche inviando dei caschi blu, ma c’era in ballo il veto della Cina e della Russia.

E l’Europa cos’ha fatto?

La UE aveva applicato un embargo sulla vendita delle armi al Myanmar e questo è continuato anche dopo l’arrivo di Aung San Suu Kyi, ma questo non impediva ai militari birmani di venire a far shopping, con un sistema diretto di triangolazione.

Quindi un mezzo fallimento.

Sì, ma ora una nuova iniziativa europea impedisce l’ingresso in Europa a qualsiasi militare birmano: è un passo avanti.

Rimangono però le posizioni tolleranti dei cinesi e dei russi.

Sì, in particolare i cinesi e anche gli indiani sono gli alleati più forti.

Per quali motivi?

Strategico-economici. In particolare per la Cina il Myanmar rappresenta uno sbocco sull’oceano Indiano e recentemente i cinesi si sono comperati un porto proprio nello Stato del Rakhine, dove vivono i Rohingya, e pragmaticamente, puntano alla stabilità a qualsiasi costo, indipendentemente dagli orrori perpetrati dai militari birmani, che in Cina, tra l’altro, possono comprare tutte le armi che vogliono.

Intanto gli indiani hanno recentemente fatto delle esercitazioni militari con i birmani.

Sì, il rapporto tra i due paesi è ottimo e l’attuale primo ministro indiano Narendra Modi ha dichiarato di essere favorevole all’espulsione di tutti i Rohingya che giungono nel paese.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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