Il ‘problema’ immigrazione ed il lavoro di Don Luca Favarin

Pubblicato il 12 December 2017 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 8 minuti | 1128
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Il cosiddetto “problema” dell’immigrazione è lungi dall’essere risolto. Grazie a gli ultimi accordi del governo Italiano con le milizie libiche può essere diminuito il flusso dei rifugiati dall’Africa in Italia ma la spinta storica al trasferirsi in Europa non è stata eliminata, e la famosa idea alternativa di “aiutarli a casa loro” procede molto lentamente.

Il recente forum UE-UA di Abidjan, che doveva concentrarsi sulla questione dei giovani nel continente africano ha portato semmai a nuovi accordi di breve termine per controllare il flusso in Libia, ma non ha certo risolto il variegato problema di base nel continente africano: fame, siccità, guerre, sfruttamento delle risorse, corruzione delle élite locali, e poi la semplice esigenza di una vita migliore in Europa.

Intanto, in questo contesto epocale, assistiamo a un crescente fenomeno di razzismo, xenofobia e fascismo nel nostro paese. L’episodio dell’irruzione di naziskin a Como in un’associazione dedita ad aiutare i migranti ne è l’esempio più eclatante. E, come tutti possiamo vedere, il ridicolo ritardo nell’approvazione dello ius soli, non fa che aumentare le polemiche e le divisioni politiche nel Bel Paese.

Ma fortunatamente c’è anche una parte compassionevolmente sana del paese che continua a fare il suo lavoro per aiutare i rifugiati, sia in termini di accoglienza che di integrazione.

Uno degli esempi più coerenti continua ad essere Don Luca Favarin, il Don Gallo veneto, che con la sua organizzazione onlus “Percorso di Vita”, non solo gestisce 12 centri di accoglienza a Padova e dintorni, ma continua a darsi da fare con una serie di iniziative volte ad aiutare i migranti al di là della semplice accoglienza.

Percorso di Vita”, dopo aver aperto un caffé, un ristorante e creato un frutteto dal quale si ricavano marmellate – tutte imprese che riescono a offrire lavoro a un bel po’ di ragazzi africani – continua a muoversi nella lotta contro il caporalato, riuscendo a far assumere migranti con un regolare contratto di lavoro. Per non dimenticare l’opera diretta di Don Luca nel cercare di togliere le prostitute africane iper-sfruttate dalle strade cittadine.

L’ultima splendida iniziativa in arrivo è l’apertura di un vero e proprio “villaggio” di accoglienza nel pieno centro di Padova, al quale faranno capo tutta una serie di attività volte a facilitare un minimo d’integrazione.

Un’altra volta Don Luca Favarin parla con YOUng dei suoi progetti, naturalmente facendo sentire la sua sugli ultimi sviluppi sul contenzioso dell’immigrazione.

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L’INTERVISTA:

Il progetto “villaggio” a Padova: di cosa si tratta?

Questo villaggio diverrà una realtà nel 2018, si aprirà nel cuore della città, e sarà innanzitutto dedicato all’accoglienza dei minori stranieri non accompagnati.

Esso verrà accompagnato da una serie di attività: quali?

Le attività si concentreranno sull’inserimento lavorativo, ma anche sull’incontro con la cittadinanza.

Cosa intendi con ciò?

Ci siamo resi conto che non basta parlare dei migranti e dei loro problemi, ma bisogna anche fare in modo che i cittadini li incontrino. E abbiamo visto che il migliore incontro è quello che serve a qualcosa. In questo centro apriremo un ristorante, un centro didattico e un mercato a chilometro zero. I cittadini che usufruiranno di questi servizi percepiranno direttamente un meta-messaggio, che è quello dell’accoglienza.

Cosa intendi più precisamente per meta-messaggio?

Secondo noi è molto più incisivo e politicamente corretto far questo, ossia grazie a un processo d’integrazione, alla presenza diretta dello straniero sul suolo nazionale, che non attraverso battaglie ideologiche: il messaggio che vogliamo portare avanti viene veicolato tramite l’opportunità d’incontro.

Il tuo nome divenne punto di attrazione per i media grazie al tuo dissidio con l’ex-sindaco leghista di Padova Bitonci. Qual è ora, con la nuova amministrazione, il rapporto con le autorità cittadine?

Di sicuro l’aria è cambiata.

In che senso?

Finalmente s’inizia ad affrontare i problemi, visto che nessuno ha mai negato che la presenza di questi stranieri, visto anche i numeri, sia un problema.

Sostanzialmente qual è la differenza?

Mentre prima i problemi venivano negati o liquidati con qualche battuta, o peggio ancora con qualche ordinanza, ora si sta affermando la logica dell’incontro e del dialogo: ci si può sedere attorno a un tavolo e cercare di risolvere insieme le varie questioni in ballo.

Però, al tempo stesso, ironicamente, quei naziskin dell’irruzione a Como venivano dal Veneto. Quindi questa regione è un ambiente un po’ “misto”.

Il Veneto è un ambiente che comunque ha respirato in questi ultimi decenni una forte componente razzista: dopo tutto le prime grandi dimostrazioni contro i migranti sono partite proprio dal Veneto. La questione razzista qui è tutt’altro che risolta.

Cos’è cambiato, essenzialmente?

Beh, mentre prima la gente si vergognava a dichiararsi razzista e fascista pubblicamente, ora si sente quasi orgogliosa ad esserlo. Il problema è che la cittadinanza non si scandalizza più.

Quindi c’è quasi un’assuefazione?

Esatto, e più che certe uscite o boutade fasciste, mi fa quasi più paura che la gente non s’indigni.

Come interpreti questo ormai diffuso fenomeno di xenofobia e razzismo nel nostro paese?

Quando l’Italia era ricca e grassa questo fenomeno era molto ridotto. Ora che il castello dorato si è sgretolato – minimamente, visto che, in realtà c’è ancora molta ricchezza – è arrivata tutta queste brutali negatività nei confronti degli stranieri e dei poveri.

Beh, gli stranieri, i diversi sono un capro espiatorio di fronte al crescente risentimento in un paese con 18 milioni di poveri – risentimento sul qual soffiano le varie forze della destra razzista e xenofoba.

Certo: in mancanza di adeguate politiche sociali, nel campo della famiglia e del lavoro, è poi facile prendersela con gli immigrati: sono sì un capro espiatorio per tutta una serie di malesseri diffusi.

Confermi, attraverso la tua diretta esperienza, che grazie alle recenti mosse di Minniti & Co. il flusso dei migranti è diminuito?

Sì, è diminuito, ma a un prezzo spaventoso e crudele.

Quale?

In realtà, non è che la gente non parte più: la gente è bloccata nel partire o è riportata al punto di partenza. Molti continuano a morire in mare o vengono torturati nei centri di detenzione libici. Quello che conta ormai è non far venire i migranti. La cosa più scandalosa che la politica di Minniti è stata venduta come una mossa contro gli scafisti, ma de facto è un’azione contro l’arrivo dei migranti.

Che dire degli scafisti?

Ho appena letto che negli ultimi mesi, grazie alle nuove azioni, sono stati presi, forse, cento presunti scafisti. Ma lo scafista è un altro povero disgraziato che per qualche soldo fa quello che fa, ma che non è certo un capo, o l’agente del traffico di esseri umani. Il punto chiave è che la gente scappa perché sta male dove vive: il problema non è il traffico di migranti, ma il male, che sia povertà o violenza, presente nei paesi di origine. Alla fin fine gli scafisti sono visti dai migranti come dei salvatori, perché li aiutano a portarli via dall’inferno.

Ma secondo certe analisi scientifiche, un certo numero di persone in Africa è spinta a partire alla ricerca del “sogno europeo” proprio una volta che il loro reddito cresce minimamente. A questo si aggiunge l’osservazione che molti giovani cercano di fuggire dalle restrizioni sociali in molti villaggi di origine.

Beh, qual è il problema? E’ il diritto di una persona poter andare dove si sta meglio. Non possiamo impedire alle persone di scappare da un incendio, se non fermiamo l’incendio stesso. E comunque con quale diritto noi, occidentali bianchi, che possiamo andare dove vogliamo, possiamo negare a un povero disgraziato di spostarsi? Rimangono in ogni caso i problemi di fondo dell’Africa, dietro i quali ci sono gli interessi di certi paesi e di varie multinazionali.

E’ ancora vero che le commissioni addette all’accettazione dei rifugiati sono quelle con il più alto tasso di rifiuto?

Sì è così, ma questo vale anche per molte commissioni nel nord Italia in generale. Questo vale soprattutto per la prima istanza, alla quale poi segue un processo di appello. Ma il problema è un altro.

Quale?

Quando un rifugiato si trova in Italia da 2-3 anni (ndr. questi sono i tempi necessari, includendo il processo di appello) avviene questo: un po’ alla volta si “de-africanizza”, e comincia ad acquisire comportamenti, atteggiamenti e conoscenza linguistiche europei.

E quindi?

Ci si trova di fronte a persone che non solo si sono minimamente integrate, ma che hanno anche un lavoro, ma che legalmente non potrebbero rimanere nel paese. Quindi le pratiche di accettazione (o rifiuto) dovrebbero essere più veloci, perché ciò crea non solo delle palesi contraddizioni, ma anche un grosso malessere.

Che fine ha fatto la tua proposta che discutevi con Morcone (ndr. l’addetto all’immigrazione per il Ministero degli Interni), per cui se un migrante conosce la lingua be ha un lavoro, potrebbe bypassare la commissione?

E’ andata male.

Come mai?

Perché non c’è la volontà politica di andare a risolvere questo problema, permettendo alle persone minimamente integrate di ottenere un documento per rimanere qui.

Quindi quelli che vengono rifiutati rimangono qui in veste di clandestini. Hai poi mai assistito a un rimpatrio di qualcuno dei tuoi ospiti?

No: si preferisce avere una massa di clandestini senza documenti, che vivono in una specie di sottobosco, invece di un numero di immigrati che possono essere una risorsa, dei contribuenti coi loro diritti e i loro doveri.

Tu continui comunque il tuo lavoro contro il caporalato. Quello almeno sta funzionando?

Sì, sta funzionando e abbiamo anche accompagnato certi ragazzi a fare una loro denuncia contro certe forme di caporalato a cui erano sottoposti. Qui stiamo andando avanti molto bene.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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