Internetpatia?

Pubblicato il 14 December 2017 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 12 minuti | 1580
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Due recenti fatti di cronaca italica dovrebbero servire a farci riflettere su uno dei temi psico-sociali più caldi del momento: il rapporto dei giovani sia con internet nelle sue varie forme, che con i videogiochi.

Una delle peculiarità di Mattia Del Zotto, il ragazzo di 25 anni che ha confessato di aver ucciso con il tallio i nonni paterni e una zia a Nova Milanese, in Brianza, era questa: non socializzava per niente e passava tutto il tempo su internet.

Un ragazzino di 14 anni di Crema è stato tolto alla madre perché, almeno secondo il giudice del Tribunale dei Minori di Brescia, codesta non era in grado di mettere un freno al suo attaccamento ossessivo alla playstation (che poi lui ha consegnato alla madre mentre lo portavano via).

In un’intervista a Il Resto del Carlino, un altro 14enne di Roma confessa di essere giunto a passare 11 ore di fila ai videogiochi, rivelando che questo svago lo “distoglieva dalla malinconia e dalla noia”. A un certo punto i genitori, che praticamente lo vedevano solo all’ora dei pasti, l’hanno portato da una cyberpsicologa che lo sta in qualche modo aiutando. Ora passa ai videogame solo 3-4 ore al giorno.

Ed a proposito di videogame, ecco alcuni dati per ciò che riguarda il nostro paese. Il giro di affari in Italia ammonta a circa un miliardo di euro, con un aumento dell’8,2% rispetto al 2015. Gli appassionati sono 29 milioni e il 61% hanno un’età tra i 25 e i 54 anni, mentre il 7% hanno tra i 14 e i 17 anni. Infine, si è giunti a un equilibrio tra uomini e donne: nel 2011 le appassionate di videogame erano il 45%, mentre ora sono il 49%.

Intanto in Cina, sarà per l’impronta confuciana (l’importanza della famiglia), o sarà per la disciplina paternalista-comunista, gli ossessionati di videogame vengono spediti in campi di rieducazione, laddove non hanno praticamente accesso a internet e dove si dedicano principalmente ad attività fisiche. Dopo un periodo di cosiddetto cold turkey (espressione USA per indicare l’astinenza), i ragazzi possono rientrare nella società.

Mentre Papa Francesco esorta (giustamente) i giovani del Notre Dame College di Dhaka (Bangladesh) a non passare tutta la giornata al cellulare, scopriamo anche che uno dei motivi per cui Putin si vuole ritirare dalla Siria è per motivi elettorali, avendo scoperto che proprio grazie ad internet i giovani russi under 24 riescono a pensare alternativamente rispetto al regime dello “zar” Vladimir, e non sembrano molto entusiasti di questo coinvolgimento militare all’estero.

Intanto a Milano, madri investigatrici sono riuscite ad “infiltrarsi” in una chat su WhatsApp, riuscendo a denunciare un traffico di droga che coinvolgeva i propri figli. Un bel boomerang

Vale la pena ricordare Nerve, film del 2016, con Emma Roberts e Dave Franco, location New York, nome di un gioco di realtà virtuale, dove le persone – tutte molto giovani – possono arruolarsi online, o pagare per guardare come osservatori. I giocatori accettano di affrontare delle sfide sempre più pericolose su ordine degli osservatori, e ricevono ricompense in denaro. Ma come spesso succede la realtà supera l’immaginazione: un gioco del genere è andato avanti in Russia per un po’ di tempo. Fu poi bandito quando cominciò a mietere vittime.

E sempre a proposito di film, in senso positivo, è consigliabile vedere Gli sdraiati, il recente film di Francesca Archibugi, con Claudio Bisio, sulla comunicazione tra adolescenti e genitori. Senza fare spoiler, il finale potrebbe essere d’ispirazione.

La storia è sempre la stessa, dalla clava all’energia nucleare, ogni strumento in mano all’uomo può essere un’arma a doppio taglio. Dopo tutto con un coltello puoi spalmare del burro sul pane o puoi uccidere un altro essere umano. Lo stesso vale per internet e per i videogiochi. Non serve a niente condannarli a priori. Magari è più utile capire come e perché vengono usati in una certa maniera, magari raggiungendo dei livelli che potrebbero essere definiti patologici.

Approfondiamo quest’annosa questione con il professor Bernardo Carpiniello, presidente della Società Italiana di Psichiatria, e Ordinario all’Università di Cagliari. Secondo lui il mondo, soprattutto quello dei giovanissimi, sta attraversando cambiamenti epocali i cui semi sono stati gettati negli ultimi 20-30 anni e la cui interpretazione per ora è tuttora non molto facile, ma sui quali è comunque importante riflettere. Le problematiche in questione esistono a livello globale, dice Carpiniello, e i loro risvolti non sono solo psicologici, ma anche sociali, economici e culturali. Secondo lui non esistono soluzioni necessariamente uniformi: ogni ragazzo è diverso e “bisogna capire qual è la chiave giusta per ogni diversa serratura”.

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L’INTERVISTA:

A cosa è dovuta, secondo lei, la sindrome di dipendenza dai videogame?

Premessa: il fenomeno è legato alla diffusione dei nuovi media e di internet che comincia ormai molto presto – parliamo di bambini di 5-6 anni. Da un lato vi è un cambiamento epocale nei riguardi della tecnologia, laddove l’impatto è molto più rapido e precoce, e quindi il processo di familiarizzazione inizia molto prima. In confronto ormai noi adulti di una certa età siamo dei trogloditi. Grazie allo smartphone l’accesso a internet è molto più facile e capillare. Ed è anche grazie a internet che i ragazzi studiano.

Beh, questo è positivo: oggigiorno, se si ha bisogno d’informazioni, non c’è più bisogno di andare più in biblioteca, ma basta consultare Google e Wikipedia.

Questo ci può stare, ma parte del fenomeno consiste nel fatto che molti giovani preferiscono passare molte ore in solitudine. Ci sono molti studi della psicologia e della psicopatologia dell’età evolutiva che analizzano questa tendenza all’isolamento. Ora non è chiaro se nasce prima l’uovo o la gallina, ma la realtà è che questo isolamento consiste poi nel passare molto tempo o sui videogiochi o su internet navigando in giro per vari siti. Questa situazione non si presta a delle spiegazioni semplicistiche.

Quale potrebbe essere un esempio di spiegazione semplicistica?

Dire, come si faceva un tempo, che si tratta di ragazzi disadattati, con un problema di personalità.

Ma d’altra parte giocare, soprattutto a una certa età, è normale e sano. Può colpire l’esempio della Finlandia, laddove il sistema didattico nazionale è stato rivoluzionato, con risultati assai positivi, eliminando i compiti e, intenzionalmente, permettendo ai ragazzi di giocare il più possibile.

Il problema è che fino a non molto tempo fa il gioco era un’attività sociale: i bambini giocavano a calcetto e le bambine si riunivano per giocare con le bambole. Oggi non è più così: c’è più il gioco solitario e ciò fa parte di una tendenza generale dei ragazzi a socializzare di meno. Oppure c’è socializzazione, ma questa è mediata dalla rete: basti pensare al paradosso estremo di ragazzi che si trovano nella stessa stanza e comunicano tra di loro messaggiandosi, invece che parlare direttamente tra loro. Questo nuovo fenomeno non ha ancora trovato una spiegazione definitiva.

Chiaramente la nuova tecnologia esercita un grande fascino sulle nuove generazioni.

Sì e questo è più che comprensibile, rimane però il problema della comunicazione. Un messaggio non può essere articolato come lo è una conversazione diretta. C’è quindi la tendenza a non cercare contatto umano e, in qualche modo, a isolarsi. Ora, venendo ai videogiochi, bisogna ammettere che molti di essi sono fatti bene e sono divertenti, ma oltre un certo punto si viene a creare una dipendenza, per cui senza il videogioco si entra in uno stato di ansia.

Ma a questo punto non potrebbero intervenire i genitori, magari giocando con i propri figli, anche se non necessariamente tramite i videogame?

Il fatto è che oggigiorno gli stessi genitori, magari anche quarantenni o cinquantenni, sono a loro volta coinvolti dai videogiochi e da internet, per arrivare a situazioni in cui si è tutti insieme seduti a cena, ed ognuno sta a smanettare col proprio cellulare. Non si parla più, non si comunica più nelle famiglie: purtroppo questo è un problema reale. Ed è qui che forse possiamo trovare un’origine del problema.

In che senso?

Noi veniamo plasmati da certi modelli di comportamento. Da un lato c’è il modello di comportamento dei tuoi pari, dei tuoi coetanei. Questo viene spesso ripetuto nelle famiglie stesse. E poi in certe famiglie, di fronte al fenomeno, ci sono delle attitudini censorie, che finiscono per ostacolare la comunicazione, e portano i giovani a giudicare i genitori come “indietro coi tempi”. Alla fin fine viene meno quella funzione educativa che dovrebbe avere la famiglia, anche nel senso più ampio, come l’educazione allo stare assieme.

Niente cellulari mentre si è a tavola: non basta rispettare questa semplice regola?

Certo, ma questa dovrebbe essere implementata subito, e non lasciare passare uno o due anni prima d’imporla: poi diventa tutto più difficile.

Poi, naturalmente, bisogna anche avere qualcosa su cui comunicare.

Sembra che non ci sia questo grande bisogno di comunicare, sia tra i giovani, ma anche tra figli e genitori. In questo caso si aggiunge il problema di avere degli interessi comuni, visto lo scarto di età, anche se ciò si pone oggi anche tra figli e genitori relativamente giovani, ossia trentenni. Quella che ormai è grande è la differenza di attitudini sociali e culturali. A parte il fatto che oggigiorno gli interessi dei giovani si sono molto ridotti.

Cosa intende?

Beh, una volta c’era per esempio un grande interesse nella politica: i giovani s’iscrivevano ai partiti e a certi gruppi: oggi questa cosa quasi non esiste più. L’ideologia, che infiammava i gruppi, è praticamente scomparsa. Questa implicava associazionismo, discussione e a volte anche conflitto. Ora invece i ragazzi, nella loro relativa solitudine, sono diventati quasi delle monadi.

Però gli adolescenti tendono tuttora a far gruppo.

Sì, certo, vanno a farsi una pizza o vanno al cinema assieme, ma sempre di più il trovarsi fra di loro è mediato dalla tecnologia.

Ma qual è la spiegazione dietro a questa nuova “solitudine”?

Non ci sono spiegazioni esaurienti per spiegare un fenomeno così complesso ed al tempo stesso così nuovo.

Quindi non basta portare in causa la famiglia?

No, non basta imputare tutto ciò all’incapacità della famiglia moderna di adempire al suo ruolo di formazione al rapporto umano, tanto per dirla nella maniera più semplice possibile.

Lei ha dei figli?

Sì, ma sono ormai trentenni. Il fenomeno di cui stiamo parlando coinvolge la fascia di età che va dai 10 ai 25 anni, e più giovani sono i ragazzi e più si assiste ad esso.

Nella sua professione di psichiatra che esperienza ha in questo contesto?

Devo confessare che questo nuovo fenomeno ci coglie abbastanza impreparati.

Perché?

Perché si fa fatica a capire e a comunicare quando si ha che fare con ragazzi problematici che hanno bisogno di un supporto psicologico. Sembra che stia aumentando il trend verso tutta una serie di disturbi che vanno dall’ansia alla depressione ai problemi di personalità. Ma il problema è che questa difficoltà a comunicare coinvolge una gamma di adolescenti che va al di là delle situazioni strettamente patologiche.

Ferma restando la difficoltà a interpretare questa problematica, lei ipotizza qualche soluzione?

Potrà sembrare banale, ma credo che si debba molto recuperare il ruolo perso da parte degli adulti in generale e dei genitori: un ruolo, soprattutto quello genitoriale, a 360° e che quindi recuperi la comunicazione.

Pensa che ci sia anche bisogno di maggiore disciplina, anche se non necessariamente nel senso autoritario del termine?

Disciplina nel senso più ampio: la chiamerei cornice di riferimento di regole, dimostrando poi che queste regole non sono inutili o semplici schemi da seguire senza senso, ma hanno una loro utilità. In fattispecie, far capire ai ragazzi che i minuti passati assieme non sono tempo perso, non, come viene visto da certi, un “esproprio”.

Ma per ritornare a internet, i ragazzi in qualche modo comunicano attraverso di esso.

Sì, ma è una comunicazione semplicistica, con una povertà di contenuti incredibile. Ora, se i genitori non fanno capire fin da subito ai loro figli, con autorevolezza, ma anche con affetto, che passare un po’ di tempo assieme a comunicare direttamente non è uno spreco, la situazione sfugge di mano.

E il ruolo degli insegnanti?

Anche loro oggi hanno le loro gatte da pelare, a cominciare dal fatto che nelle scuole si fa fatica a imporre la regola che durante le lezioni non si deve tenere acceso il cellulare.

Non è obbligatorio?

Che io sappia non in tutte le scuole. A questo si aggiunge a volte l’opposizione dei genitori stessi, che si oppongono a questa regola per varie motivazioni, come la sicurezza, nel senso della possibilità di poter sempre raggiungere i propri figli.

Ironicamente, internet dovrebbe aiutare ad ampliare la propria mente, mentre si vede sempre di più gente chiusa nel suo piccolo orto.

Questo fa parte del riflusso a cui accennavo prima: si cresce con un modello individualistico in cui quello che conta è il successo e il profitto personale, anche sorvolando sulle regole: non possiamo dimenticare che queste sono le cornici di riferimento. Questo fenomeno purtroppo fa parte della globalizzazione e si sta assistendo a un sempre maggiore appiattimento.

Come vede la rieducazione su iniziativa dello stato in campi speciali dei videogioco-dipendenti in Cina?

A voler essere positivi si può dire che fanno terapia comportamentale. Chiaramente questo nasce dal fatto che lì esiste ancora uno stato con una sua ideologia e con una sua forza. Se si facesse in Italia le stesse famiglie probabilmente insorgerebbero.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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