Azione contro il cambiamento climatico? Sì ma…

Pubblicato il 16 December 2017 da Attilio De Alberi | Per leggere questo articolo ti servono: 7 minuti | 606
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Pochi giorni fa, e a due anni dalla firma dello storico Accordo sul Cambiamento Climatico noto anche come Cop21, si è svolto a Parigi, sotto il patrocinio della Francia, della Banca Mondiale e dell’ONU, il One Planet Summit. A parte la nota defezione degli USA, grazie alla nota iniziativa del presidente Donald Trump, non si è respirata un’aria troppo ottimistica, e Macron ha lanciato l’allarme affermando: “Stiamo perdendo la battaglia sul clima”, poi aggiungendo: “Non andiamo abbastanza in fretta, se continuiamo così siamo a +3-3,5°”, riferendosi al limite di 2° (possibilmente 1,5) di aumento del riscaldamento massimo entro il 2050.

Questa riunione ha visto la partecipazione di stati (una cinquantina hanno partecipato), ma anche di entità private. E infatti si sono visti personaggi come Bill Gates, Michael Bloomberg e Richard Branson (Virgin), oltre a celebrità come Michael Di Caprio ed Arnold Schwarzenegger. Come stato gli USA erano rappresentati – il che non deve sorprenderci – da un semplice attaché all’ambasciata Al tempo stesso, in positivo, c’erano diverse fondazioni private americane.

La realtà è questa: gli stati sono a corto di denaro, e l’impegno preso a Copenhagen nel 2009 di finanziare 100 miliardi di dollari per una serie di programmi di attenuazione e adattamento al riscaldamento globale nei paesi in via di sviluppo è ben lungi dalla realizzazione. Quindi, più che mai, sono chiamate in cause le iniziative di natura privata.

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Grossa notizia positiva è che la Banca Mondiale ha annunciato che, dal 2019, interromperà i finanziamenti per il petrolio e il gas, la prima banca multilaterale a fare una scelta simile. Poi le assicurazioni Axa, per esempio, hanno promesso di disimpegnarsi dalle energie fossili, Edf (l’Enel francese) ha previsto un mega-investimento di 25 miliardi su 5 anni con lo scopo di recuperare terreno nel campo dell’energia solare. Una coalizione di fondi sovrani, guidata dalla Norvegia con Qatar, Kuwait, Emirati, Arabia Saudita e Nuova Zelanda, si impegna a destinare parte dei propri fondi all’economia verde. Ed anche la Cina e Singapore sono interessate. Un “gruppo di filantropi” (da Bloomberg a Bill Gates) promettono di aumentare la parte del loro portafoglio finanziario nelle attività compatibili con la preservazione del clima (oggi la percentuale è solo intorno al 3-5%). Bill Gates promette pure finanziamenti al GIEC, il Gruppo di esperti internazionali sull’evoluzione del clima, snobbato dagli USA. La Francia completerà il finanziamento.

Intanto però, se le banche promettono una riconversione verde e finanziamenti mirati in questo campo, in realtà gli investimenti nelle centrali a carbone continuano (aumentati del 135% tra il 2015 e il 2016, secondo l’ong Amis de la Terre, 300 miliardi di dollari ancora destinati alle energie fossili secondo il ministro dell’Ambiente francese, Nicolas Hulot). Si prevede che grandi imprese, da BP a Volkswagen, verranno messe sotto osservazione, allo scopo di poter controllare il rispetto degli impegni.

Discute di tutto questo con YOUng Luca Iacoboni, responsabile della Campagna Clima ed Energia per Greenpeace Italia. Secondo lui, il problema principale è quello della concretezza operativa, di fronte ai vari impegni presi per salvare il pianeta dagli effetti devastanti del cambiamento climatico.

Per chi volesse approfondire, ecco alcuni commenti di Greenpeace a livello internazionale sul recente incontro di Parigi.

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L’INTERVISTA:

Quindi Macron è diventato l’anti-Trump nel contesto dell’incontro di Parigi?

Non proprio: a parte questa nobile iniziativa dell’incontro a Parigi, non c’è grande concretezza da parte del governo francese.

A cosa ti riferisci in particolare?

Sono più i soldi che la Francia di Macron spende sul nucleare, cercando anche di ottenere sovvenzioni a livello europeo, che quelli investiti nelle rinnovabili, nell’efficienza energetica e nella generazione distribuita. Quindi esiterei a chiamare Macron e la Francia “climate leader”.

Si è parlato recentemente del presidente cinese Xi Jinping come nuovo leader nel campo.

Beh, a questo punto gli USA hanno fatto un grosso passo indietro, la Cina, a livello politico, ha fatto un passo avanti, sia a livello di impegni che di investimenti. L’Europa che potrebbe – e dovrebbe – essere l’ago della bilancia, latita.

In che senso?

Il prossimo anno verrà approvato questo nuovo pacchetto di misure chiamato Clean Energies for All Europeans (Energie Pulite per Tutti gli Europei), che però parla del nostro futuro energetico nel 2030, mentre le reazioni dei vari governi europei alle proposte della relativa commissione sembrano mostrare una posizione non proprio ambiziosa, poco rinnovabile, più indirizzata a finanziamenti al carbone e al gas. In pratica ci si riempie la bocca di parole, ma senza nulla di concreto.

E l’Italia come si pone in questo contesto?

Male. Ci sono aspetti positivi, come l’abbandono del carbone entro il 2025, ma anche molto negativi, come l’idea di far diventare il paese centro del commercio del gas a livello europeo, senza che ci siano studi a supporto di una domanda crescente e a prova che ci sia un’effettiva necessità. A questo bisogna aggiungere che a livello internazionale l’Italia latita completamente.

Cosa intendi?

Non sta giocando alcun ruolo all’interno di questi negoziati mondiali e al prossimo consiglio europeo per l’energia del 18 dicembre non si sa bene cosa esattamente andrà a dire Calenda. In realtà, nel campo delle rinnovabili noi dovremmo proporci come paese leader.

Ma quello che sembra emergere dall’incontro di Parigi è che, a causa della scarsità di fondi, sono più i privati che gli stati a investire di più nella difesa del clima.

Sì, accanto a questo mondo politico c’è anche un mondo economico, anche di alta economia, a cominciare dalla Banca Mondiale, che si sta spostando in maniera chiara e netta, non solo disinvestendo dalle fonti fossili, ma anche assicurando investimenti nelle rinnovabili.

Però ci sono delle contraddizioni, visto che gli investimenti nelle centrali a carbone non solo continuano, ma sono recentemente aumentati.

Senza dubbio. E’ in discussione adesso a Bruxelles il cosiddetto capacity market, che è l’ennesimo sussidio alle centrali inquinanti a carbone, e nel consiglio europeo i governi, chi più chi meno, si stanno schierando a favore di questo. Parliamo di soldi pubblici, nostri, dati a centrali inquinanti.

A Parigi si è riparlato dell’Alleanza solare internazionale, nata nel 2015 per facilitare lo sviluppo dell’energia solare in 121 paesi tropicali, che diventa un’organizzazione internazionale (46 paesi hanno firmato, ma solo 19 hanno ratificato). Come procede questa iniziativa?

Di alleanze e di gruppi se ne fanno tanti – ce n’è una capitanata da Francia e UK per l’eliminazione del carbone, ed alla quale ha aderito anche l’Italia. Il problema rimane quello della concretezza.

Intanto si continuano a firmare accordi.

Firmare e ratificare degli accordi è un segnale positivo, ma finché questi non diventano vincolanti e con delle scadenze specifiche, non avranno alcun valore. E poi finché questi accordi vincolanti non sono accompagnati da sanzioni, governi e aziende saranno liberi di sfilarsi dagli accordi stessi. Ripeto: il vero passo avanti è dare concretezza agli impegni presi, dando seguito ad essi.

Beh, lo stesso Macron ha ammesso de facto che l’obiettivo dell’aumento massimo di 2° entro il 2050 sarà difficile da ottenere.

L’accordo di Parigi di due anni fa aveva parlato di questo limite nell’aumento della temperatura globale per quella data, anzi si auspicava una massimizzazione degli sforzi onde rimanere entro 1,5°: dietro ciò esisteva una raccomandazione forte della scienza. Il problema è che allo stesso tavolo i vari paesi hanno messo avanti i loro impegni per l’abbattimento delle emissioni di Co2 e si è arrivati alla conclusione che si avrà un aumento di 3°. Quindi da un lato si son messi d’accordo per un obiettivo, dall’altro hanno tracciato una strada che non lo raggiunge.

Quindi cosa suggeriresti?

C’è bisogno che queste ambizioni aumentino, sia a livello nazionale che sovranazionale.

Macron ha anche detto di esser sicuro che Trump cambierà idea, che è solo una questione di tempo. Non è una scommessa un po’ azzardata?

Al di là di Trump, sono sicuro che l’economia americana andrà avanti nella direzione delle energie rinnovabili.

Perché?

Perché è conveniente, perché gli USA cominciano a pagare pesantemente i cambiamenti climatici – basti pensare ai recenti incendi di Los Angeles che hanno fatto cronaca a livello mondiale – e anche perché le rinnovabili creano posti di lavoro e benessere, come si può vedere in California ed in altri stati e città negli Stati Uniti.

Quindi da un lato c’è Trump con le sue idee folli e dall’altro c’è l’economia reale?

Assolutamente sì.


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Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.
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