Africa: aiutarli a casa loro? Per modo di dire

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Si è concluso pochi giorni fa ad Abidjan, in Costa D’Avorio, il forum commerciale (il quinto dal 2000) UE-Unione Africana, laddove, vista la crisi politica tedesca e la Brexit, il portavoce europeo ha finito per essere Macron.

L’Europa rimane dopo tutto il primo partner commerciale dell’Africa con 286 miliardi di euro di scambi nel 2015 (bilancio a favore della Ue per 22 miliardi), anche se il primo singolo paese in testa rimane la Cina (126 miliardi di euro di scambi nel 2016, import per 49,7 miliardi, export per 77,2).

L’Unione Europea si è impegnata a destinare 4 miliardi di euro al Fondo per lo sviluppo sostenibile dell’Africa, con l’obiettivo di mobilitare entro il 2020 fino a 44 miliardi in investimenti privati. Un modo, minimo, di “aiutarli a casa loro”. Ma basterà in un continente dove il 60% della popolazione ha meno di 25 anni e dove il lavoro manca?

Il problema di base rimane appunto la povertà delle popolazioni africane, il che spiega anche, almeno in parte, il fenomeno dell’immigrazione. A questo si aggiunge il problema crescente della siccità, legato, secondo gli esperti, al riscaldamento globale. D’altra parte c’è anche un’altra realtà: l’Africa è un paese fondamentalmente ricco in termini di risorse naturali e di potenzialità agricole.

Parla di questo a YOUng Luca Raineri, ricercatore di Studi Internazionali presso la Scuola Superiore Sant’Anna di Studi Avanzati a Pisa, ed esperto sull’Africa.

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L’INTERVISTA:

Qual è la sua valutazione dell’incontro di Abdjan?

Il forum avrebbe dovuto avere al centro il tema dei giovani. Un’altra partita doveva essere il rinnovo degli accordi commerciali di Cotonou che scadono nel 2020.

Ma in realtà?

Questi temi sono stati affrontati, ma in realtà il forum ha rivolto il grosso della sua attenzione al tema dell’immigrazione.

Si sono visti dei cambiamenti sostanziali?

No, in realtà si potrebbe riassumere il tutto con una battuta del tipo “more of the same” (più dello stesso).

In pratica?

Si parla di rafforzamento delle frontiere e del tentativo di condividere più intelligence per un migliore controllo del traffico di persone. A questo si aggiunge un aumento delle cosiddette politiche di evacuazione umanitaria.

Che sarebbero?

E’ un modo di chiamare le pratiche di ritorni volontari assistiti, che proprio volontari non si possono chiamare, visti i molti casi di persone che passano fino a tre anni nei centri di detenzione libica con il coltello alla gola.

Quindi si stanno già effettuando dei rimpatri?

Sì, al ritmo di 10-12.000 persone all’anno, ma non è detto che una misura del genere riesca a risolvere il grosso dei problemi reali.

Ma con il trend attuale e soprattutto dopo gli accordi di Minniti con le autorità e le milizie libiche si può presupporre un aumento delle persone nei famigerati centri di detenzione.

Sì, in realtà non è diminuito il numero di persone che arrivano in Libia: semmai è diminuito il numero di persone che arrivano in Italia. Il problema è cosa fare con queste persone.

L’incontro di Abidjan cos’ha portato in questo contesto?

Si è giunti a un accordo per aumentare il numero di persone che verranno evacuate grazie a finanziamenti europei e dell’IOM (International Organization for Migration – l’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni). Queste persone verranno ricollocate nei loro paesi di origine.

A parte lo scandalo dello schiavismo riportato dalla CNN, molte di queste persone vengono ricattate.

Sì, spesso immagini di tortura vengono inviate alle loro famiglie onde indurle a sborsare una somma per la loro liberazione.

Ma forse a volte la situazione economica delle famiglie in questione non permette loro di pagare il riscatto?

Non necessariamente: c’è un calcolo economico da parte dei trafficanti e la soglia economica è di solito più o meno accessibile, pur con grandissimi sacrifici, visto che si può arrivare fino a 7000 dollari richiesti per il rilascio.

E quindi i detenuti devono aspettare, magari anche un bel po’ di tempo, che le famiglie riescano a raggranellare la somma richiesta.

Esatto.

Rimane il fatto che in generale in Africa ci sono tassi di povertà e di disoccupazione giovanile molto alti.

Sì, questi, insieme a tanti altri, sono i problemi.

Si può dire che l’idea di “aiutarli a casa loro” stia funzionando?

Bisogna fare una premessa: secondo certi studi scientifici, fino a una certa soglia, una maggiore disponibilità economica non riduce bensì aumenta la propensione ad emigrare.

Quindi?

Beh, è ridicolo pensare che, almeno nel breve termine, maggiori aiuti riescano ad arginare il fenomeno migratorio. Sono 50 anni che si parla di aiuti allo sviluppo in Africa, ma, come si vede, la migrazione è aumentata. Forse ce ne vorranno molti altri anni, 10 o 20, prima di vedere una vera incisività di tali aiuti. E non dimentichiamo che gli aiuti sono in realtà una goccia nel mare rispetto a problematiche molto vaste come quella dell’espoliazione economica e della privazione delle risorse.

Secondo certi esperti uno degli sviluppi negativi è la diminuzione dei piccoli agricoltori indipendenti rispetto ai latifondi spesso gestiti da interessi stranieri.

Non c’è dubbio che l’economia contadina, che impiegava molta manodopera in passato, è in arretramento da tutte le parti. Non si può trascurare il fenomeno del land grabbing, che coinvolge non solo la Cina, ma anche il Brasile, certi paesi arabi ed europei, più a livello privato che statale. Fenomeno questo che vide una fiammata soprattutto quando fu avanzata l’idea dei bio-carburanti. Questo acquisto indiscriminato di terre fu molto criticato e portò a dimostrazioni e anche a un numero di morti. Ma c’è un’altra realtà da considerare nelle società contadine africane.

Quale?

Il semplice fatto che molti giovani, uomini e donne, non hanno più voglia di fare lavori agricoli, perché non corrisponde più alle loro aspettative, alle loro ambizioni, e non vogliono nemmeno sottostare a una certa gerarchia feudale presente nei villaggi.

Cosa implica questa gerarchia?

Che viene imposto a loro un certo inquadramento, magari su con chi ti devi sposare o come ti devi vestire. Ed è questa situazione che spinge molti a migrare, non solo il puro fattore economico.

Quindi c’è lo specchietto delle allodole della migliore vita in Europa?

Sì, questo è uno dei fattori di attrazione. Ma è uno dei tanti: non dimentichiamo poi che c’è anche la problematica dei conflitti militari.

Non c’è anche la questione delle risorse naturali che solitamente vengono spartite tra le multinazionali e le varie élite al potere

Certamente. Uno delle ultime clamorose scoperte, uscite grazie ai Panama Papers, è che la più grande miniera di bauxite nel mondo, in Guinea, fu venduta per una cifra irrisoria a una compagnia estrattiva israeliana, e chiaramente alle popolazioni non arrivò nulla. Ma questo è solo uno degli esempi più eclatanti. Di fronte a questi casi di corruzione le politiche di aiuti non stanno facendo niente, al contrario.

In che senso?

Le nuove politiche di aiuto stanno deliberatamente aggirando le società civili locali, ritenute dispersive e inefficaci, per cui l’unico contrappeso volto a garantire un minimo di vita democratica e di partecipazione sta in questo momento venendo meno.

Quindi si può parlare di un aumento dell’autoritarismo?

Sì e posso portare l’esempio del Niger, dove, negli ultimi mesi, c’è stata una stretta intorno alla società civile, con la riduzione dei diritti umani, anche ai danni dell’opposizione. Tutto questo avviene con la totale legittimazione internazionale.

Perché?

Penso che ciò sia legato proprio al fatto che in questo momento il Niger è diventato un perno della politica europea di stretta sull’immigrazione, ma anche il perno delle politiche securitarie anti-terrorismo francesi e americane nella regione, e particolarmente presenti nel paese con truppe e droni.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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Luca Raineri

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