Cosa c’è dietro l’11 settembre Somalo

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Si sono levate molte critiche per la relativa indifferenza con la quale, sia a livello mediatico che a livello politico, è stato trattato quello che viene chiamato ormai l’11 settembre somalo, ossia il feroce attacco terroristico nel pieno centro della capitale Mogadiscio avvenuto il 14 ottobre scorso e che ha fatto 359 vittime (56 i dispersi –probabilmente morti – e 228 feriti, molti dei quali in pericolo di vita). A più di tre settimane dall’attentato non c’è stata ancora alcuna rivendicazione ufficiale, ma tutto fa pensare ad una responsabilità di al-Shabaab, il movimento jihadista che semina terrore nell’Africa Orientale fin dal 2012. 

Intanto, sempre a Mogadiscio, nuovi attacchi terroristici hanno avuto luogo negli ultimi giorni. Le vittime sono state molto di meno, ma in questo caso al-Shabaab ha apertamente rivendicato gli attacchi. Dettaglio interessante: l’obiettivo principale dell’ultimo attacco. quello di sabato (preceduto da un altro, minore la domenica prima, in un sobborgo della capitale), è stato l’hotel Nasa-Habloid, dov’era in programma un meeting del presidente somalo e i leader delle cinque repubbliche federali somale. L’incontro al vertice contemplava lo studio della strategia da adottare proprio contro al-Shaabab.

Tutta questa serie di tragedie, con il suo triste numero di vittime innocenti s’innesta, quasi con drammatica ironia, in una situazione nella quale, grazie al nuovo presidente eletto Mohamed Abdullahi Mohamed, noto anche come Farmajo (dalla parola ‘formaggio’ perché i suoi antenati avevano imparato dagli italiani a produrre formaggio e a venderlo), la Somalia sta lentamente uscendo dalla nomea di no man’s land (a causa della lotta tra i signori della guerra che avevano lottizzato il paese) e di failed state (stato fallito).

Al di là di tutto questo la regione nota come Corno d’Africa rimane molto importante dal punto di vista strategico e, inevitabilmente, richiama l’attenzione di potenze straniere. L’ultima di queste la Turchia che è divenuta una dei maggiori supporter del nuovo regime, e qui si trova la sua unica base militare fuori dai propri confini. E la Somalia ricambia: uno dei suoi maggiori ospedali è stato addirittura chiamato Erdogan, in nome del neo-sultano turco.

Discute di questo Raffaele Masto, autore di diversi libri sull’Africa, giornalista, e inviato per la Redazione Esteri di Radio Popolare.

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L’INTERVISTA:

Cosa ne pensa della pista al-Shabaab per capire chi c’è dietro l’attentato?

Pur non essendoci stata una rivendicazione vera e propria, probabilmente non ce n’è bisogno, visto che negli ultimi anni in Somalia, tutti gli attentati sono stati fatti proprio da al-Shabaab (che in arabo vuol dire ‘giovani’).

Come si pone al-Shabaab nella costellazione del terrorismo jihadista?

Questa formazione è tuttora affiliata ad al-Qaeda. Qualche anno fa una frangia interna aveva cercato di spostare il movimento verso l’ISIS, ma senza successo.

Chi c’è dietro al-Shabaab in realtà? Si parla, per esempio, del fatto che il presidente Farmajo, nella disputa tra l’Arabia Saudita e il Qatar, sia più vicino a quest’ultimo.

E’ difficile dirlo con esattezza. Al-Shaabab nasce dalle cosiddette corti islamiche che dominavano il paese, ma che poi furono sconfitte. Dietro questo movimento underground dedito al terrorismo puro ci sono delle lobby religiose, ma anche economiche che vorrebbero controllare la Somalia.  Al di là delle giustificazioni religiose – tenere il paese sotto la sfera islamica pura – ci sono interessi principalmente economico-politici.

Perché la Somalia è così importante per queste lobby?

Per la sua posizione geopolitica: lo è sempre stato e continua ad esserlo. Dopo tanti anni di guerra civile adesso è rientrata in qualche modo nel consesso internazionale, ma al tempo stesso, differentemente dai quando era al potere Siad Barre, si è spostata più verso l’Islam, allontanandosi dall’orbita occidentale, in termini d’investimenti. Ora il maggiore investitore è la Turchia che, come sappiamo, nella contesa Araba Saudita-Quatar è più vicina a quest’ultimo, seppure in maniera defilata.

Infatti il presidente Farmajo sembra un personaggio politico piuttosto equilibrato.

Beh, dopo tutto quello che è successo prima, è già un passo avanti il semplice fatto che sia stato eletto. E’ una persona equilibrata che fa semplicemente l’interesse del suo paese dal punto di vista geopolitico.

Gli USA sotto Trump cercano in qualche modo di fare rientrare il paese nella loro orbita?

In questo momento gli USA non sembrano interessati a far rientrare la Somalia nell’orbita occidentale. L’altro giorno Trump ha dichiarato che nel territorio somalo si svolgono attività contrarie agli USA, tant’è vero che il Travel Ban si applica anche ai cittadini somali.

Si può dire che l’etichetta di failed state ormai non si applica più alla Somalia?

Fino a un certo punto. Non dimentichiamo che si tratta di un paese tuttora frammentato: c’è la Somalia di Mogadiscio di cui stiamo parlando, a nord c’è il Puntland e la Somaliland, ex-colonia inglese. Ci sarebbe anche una Somalia del sud, che però rimane in qualche modo nell’orbita di Mogadiscio. La Somalia sotto Farmajo sta uscendo dal tunnel della guerra civile con il sostegno straniero di cui si parlava.

Sempre parlando di Corno d’Africa, ora c’è una base militare cinese a Gibouti.

In realtà ci sono varie basi militari, non solo quella cinese, tutte praticamente in affitto. C’è anche un contingente italiano.

La giustificazione della presenza cinese sarebbe la lotta alla pirateria.

Sì, ma Gibouti, trovandosi proprio all’entrata del Mar Rosso, è in una posizione strategica e la Cina, sempre più coinvolta in Africa dal punto di vista degli investimenti, e avendo molti soldi da spendere, ha deciso di fare questo passo.

Ma a parte la Somalia c’è ormai un terrorismo jihadista diffuso in Africa, basta pensare alla Nigeria con Boko Haram, al Mali e al Niger. L’Occidente non è indifferente a questo sviluppo.

Sì, l’Africa è ormai diventato un territorio conteso e soprattutto la Francia non scherza affatto, dal punto di vista militare, nei suoi interventi in Africa Occidentale. Non è tuttavia dato da sapere con certezza quali sono gli interessi precisi dietro questo impeto terroristico.

Rimane comunque, a monte, la problematica del neo-colonialismo.

Questo è un problema che viene da molto lontano. Idealmente l’Africa dovrebbe avere la propria politica, ma in realtà non ce l’ha. E’ un continente ricco di materie prime che ne concede lo sfruttamento a interessi stranieri attraverso una classe politica fatta per lo più da quelli che io chiamo “dinosauri”

In che senso?

Parlo di personaggi che sono al potere da sempre e che si sono gestiti in proprio lo sfruttamento di tali ricchezze, facendo più gli interessi di multinazionali e paesi stranieri che quelli delle popolazioni locali.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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11 settembre Somalia Raffaele Masto

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