La presidenza Trump nei guai?

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Mentre il presidente USA Donald Trump, a un anno dalla sua vittoria su Hillary Clinton, ha cominciato il suo lungo tour in Estremo Oriente, preceduto da esercitazioni di bombardieri B-1B al confine tra la Corea del Sud e del Nord e da una dichiarazione del consigliere per la Sicurezza Nazionale, H.R. McMaster, secondo la quale l’obiettivo del viaggio è quello di accrescere il supporto internazionale intorno all’impegno di fermare il programma atomico di Pyongyang – anche se giunto a Seul The Donald sembra aver moderato i toni – la situazione per l’inquilino della Casa Bianca non è esattamente tra le più felici.

Secondo certi recenti sondaggi il tasso di approvazione di Trump è sceso al 42%, il più basso per un presidente nella recente storia americana. Ironicamente, sempre secondo i sondaggi, la First Lady Melania sembra essere molto più amata dai cittadini USA.

Al tempo stesso, un altro più recente sondaggio riportato dal Washington Post, ha simulato la ripetizione delle elezioni di un anno fa e ha registrato una nuova vittoria per Trump: questo risultato sembra dovuto alla non attenuata insoddisfazione per la candidata democratica Clinton. Morale: i guai per Trump non sono finiti, au contraire, tuttavia secondo l’elettorato l’alternativa Dem a The Donald tuttora non convince la maggioranza dei cittadini USA.

Dopo la sconfitta nel cercare di far passare il Trumpcare, e le ovvie difficoltà nel cancellare l’Irandeal, ultimamente si sono aggiunte le defezioni nei suoi confronti dei due senatori repubblicani Jeff Flake e Bob Corker. Last but not least, l’investigatore speciale per il Russiagate Mueller ha rivelato le pesanti responsabilità del suo super campaign manager Paul Manafort e quelle dell’ex-consigliere George Papadopoulos. L’aspetto più grave di questi ultimi sviluppi è che quest’ultimo ha ammesso le sue responsabilità e si è dichiarato disposto a collaborare nelle investigazioni, mentre The Donald lo ha subito accusato di essere un bugiardo.

Forse il recente attacco terroristico a Manhattan, ed il viaggio in Estremo Oriente sono servite, almeno temporaneamente, come “armi di distrazione di massa”, ma rimane il fatto che il percorso presidenziale di Trump rimane tuttora in salita, mentre si stanno avvicinando le elezioni di mid-term per il Congresso, dalle quali i repubblicani potrebbero uscire indeboliti, oppure, altro scenario, Trump potrebbe riuscire rafforzato grazie all’elezioni di rappresentanti più vicini a lui.

Al tempo stesso, mentre Trump approda in Cina, brutte notizie arrivano da casa: i democratici sembrano aver approfittato dell’impopolarità di The Donald e si sono aggiudicati la Virginia e il New Jersey riuscendo a far eleggere propri governatori. E mentre a New York Bill De Blasio, grande nemico di Trump viene rieletto sindaco (il primo rappresentante democratico a ottenere una rielezione in 32 anni), nel Maine un’iniziativa popolare ottiene che questo divenga il primo stato USA in cui il Medicaid (l’assicurazione per la salute ispirata all’Obamacare, tanto osteggiata da Trump) viene allargata. Chiaramente, tutto questo rappresenta un grosso schiaffo per il presidente americano.

Discute di tutto questo Stefano Luconi, docente di Storia Americana presso l’Università di Firenze.

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L’INTERVISTA:

Come valuta la reazione di Trump al recente attacco terroristico a New York?

Trump continua a cavalcare la contrapposizione partitica, cercando di rafforzare il consenso nel suo elettorato, a prescindere dalle altre componenti della società USA.

A cosa si riferisce in particolare?

In maniera implicita è sembrato voler attribuire la responsabilità al sindaco di New York De Blasio ed al governatore dello stato Cuomo, proprio perché entrambi democratici.

New York in particolare è una città-santuario rispetto alla politica di Trump sull’immigrazione.

Chiaramente, e infatti Trump ha poi anche attaccato i democratici in generale per la cosiddetta lotteria degli 11mila visti annui.

Quindi ha puntato di nuovo sulla divisione.

Sì, proprio in un momento in cui dovrebbe essere un unificatore: questa è una rottura rispetto al passato. Lo stesso Bush, dopo l’11 settembre, convocò i membri dell’opposizione di fronte a quella che era vista come una crisi nazionale, dando così un senso di politica concertata.

A livello mediatico, si è fatta notare la differenza di attitudine della Fox News rispetto al ben più grave attacco a Las Vegas.

Sì, la differenza è che quel caso poteva essere derubricato come un gesto isolato di follia di un uomo bianco, mentre l’attacco a Manhattan è un asset nell’ambito di una visione islamofobica, tipica della caampagna elettorale del 2016.

Nel contenzioso con la Corea del Nord, ritiene che Trump possa essere pericoloso, pronto come sembra a “premere il grilletto”?

Ritengo che Trump approfitti delle tensioni con la Corea del Nord per distogliere l’opinione pubblica dai suoi problemi interni. Questo gioco però non può continuare all’infinito. C’è quindi il rischio che accentuando tali tensioni si possa passare all’azione.

E la sua squadra si presterebbe a questo sviluppo?

Non è detto. Tanto per continuare con i paragoni storici, non dimentichiamo che sotto Nixon, il Segretario alla Difesa Schlesinger aveva ordinato ai propri subordinati di non prendere alcuna decisione in termini di attacchi atomici senza il proprio avvallo. Lo stesso scenario può esserci con l’attuale Segretario alla Difesa Kelly. Quindi c’è un rischio, ma è contenibile.

Qual è la sua reazione al molto basso tasso di approvazione della presidenza Trump nei sondaggi?

Non mi sorprende più di tanto perché a partire dalla sua entrata alla Casa Bianca ha evitato una qualsiasi forma di riconciliazione con gli sconfitti della campagna elettorale, cercando piuttosto di consolidare il proprio seguito fra coloro che l’avevano votato. D’altra parte è già indicativo il fatto che avesse preso tre milioni di voti in meno rispetto alla Clinton.

Quindi a questo punto continua a puntare sulle elezioni di mid-term, cercando di fare entrare in Congresso rappresentanti a lui favorevoli?

Sì, da più importanza a questo che ai sondaggi. Ed è già riuscito a “sbarazzarsi” di senatori come Flake e Corker, che verranno sostituiti da candidati trumpiani.

Rimane comunque solido tra gli elettori lo zoccolo duro dei suoi seguaci.

Sì, i “soliti sospetti”: suprematisti bianchi, ceto operaio impaurito per il declino del proprio tenore di vita, xenofobi preoccupati o dagli ispanici o dagli islamici.

Secondo certi osservatori, grazie all’atto terroristico di New York e grazie al suo contenzioso con il “rocket man” nord-coreano potrebbe non solo risalire nei sondaggi, ma addirittura riuscire a segare Mueller nel caso Russiagate.

La possibilità legale di destituire Mueller esiste sempre. A questa mossa potrebbe esserci una reazione vocale da parte dell’opinione pubblica che non inciderebbe però sulle sue prospettive come presidente. Non dimentichiamo che questa è una situazione molto diversa da quella in cui si trovò Nixon con il Watergate.

In che senso?

Nixon destituì Archibald Cox (ndr. il prosecutore speciale nel caso Watergate) nell’ottobre 1973, ma in quel momento il Congresso aveva una solida maggioranza democratica. Invece ora c’è una maggioranza repubblicana e quindi non ci sono semplicemente i numeri per un impeachment di Trump.

Ma è forse possibile una risalita dei democratici nelle elezioni per il Congresso?

Beh, bisogna vedere cosa succederà tra adesso e l’autunno del 2018. Secondo me le possibilità di una rimonta democratica sono scarse.

Perché?

Perché invece di puntare su un’agenda alternativa per mobilitare quell’elettorato potenzialmente progressista che non ha voluto votare Hillary Clinton nel 2016, il Partito Democratico insiste con questo suo velleitarismo della messa in stato di accusa di Trump. E’ una politica negativa e non costruttiva.

Più specificatamente, cosa dovrebbe fare il Partito Democratico?

Trovare un leader alternativo, come potrebbe essere Elizabeth Warren, e offrire una seria politica alternativa e progressista a quella di Trump. Insistere, invece, sul Russiagate non porta a niente.

Intanto però Tom Perez, il neo-eletto presidente del Democratic National Committee ha defenestrato dal Comitato Esecutivo tutti i sanderisti presenti, seguendo quindi la scia clintoniana.

Questa è una vecchia strategia che risale a Bill Clinton stesso: l’idea dei “new democrats”, l’idea che bisogna puntare sulla classe media insoddisfatta. Questo poteva funzionare nel 1992, quando Ross Perot tolse i voti a Bush Senior e portò Clinton al potere. Ora non è più attuabile, e la campagna del 2016 l’ha dimostrato.

Continua quindi un’indifferenza verso l’elettorato progressista.

Sì, proprio quell’elettorato che nelle primarie si riconosceva in Bernie Sanders e non nella posizione non solo centrista, ma appiattita della Clinton con la sua ostinata difesa di certi potentati, e che alla fine non è andata a votare: questo vasto arcipelago di progressisti e liberalò è la risorsa sul quale il Partito Democratico deve puntare se vuole rimontare la china, non certo l’attacco a un Trump “usurpatore” con le sue collusioni russe.

Ultimamente proprio Elizabeth Warren e Bernie Sanders sembrano lavorare insieme per recuperare l’elettorato progressista di base.

Questa è un’alleanza che potrebbe funzionare, anche perché, per motivi di età, sarebbe un po’ difficile per Sanders ricandidarsi nel 2020, e poi dagli anni ’50, dopo la sconfitta di Adlai Stevenson non c’è, tradizionalmente un riproporsi di candidati sconfitti. Ma c’è un problema di fondo.

Quale?

Dovrebbe cambiare la leadership del Partito Democratico, tuttora ferma su posizioni clintoniane decisamente moderate.

Secondo l’ex Segretario del Lavoro Robert Reich, nel generale frastuono del Russiagate sta passando inosservata, o comunque sottovalutata, la politica dei tagli fiscali di Trump, che avvantaggerebbe, secondo lui, il famoso 1%.

Credo che Reich esageri, con una sua certa visione “complottistica”: dopo tutto, tagliando le imposte, Trump sta facendo quello che hanno sempre fatto i repubblicani. E’ una politica adottata fin dai tempi di Harding nel primo dopoguerra e viene giustificata come un modo per rilanciare l’economia.

Rimane però il fatto che i media non ne parlano molto e che in ogni caso questa politica potrebbe rivelarsi un boomerang.

Beh, storicamente non ha funzionato: basti pensare alla crisi del 1929 e a quella del 1987, con la Reagonomics, o, se vogliamo, a quello che è successo da noi con Berlusconi. Il fatto è che i media USA, formalmente schierati in maniera compatta contro Trump, non hanno fatto notare la ricaduta di questa politica sui tagli ai servizi, legata appunto alla riduzione del gettito fiscale.

Per passare al campo repubblicano, nonostante certe defezioni e le molte critiche, continua ad esserci un appoggio a Trump?

Continua ad esistere un supporto più formale che sostanziale. Non dimentichiamo che buona parte di ciò che Trump ha ottenuto è stato grazie a decreti presidenziali, proprio perché in Congresso non esiste una maggioranza che condivide le sue posizioni, sia in termini di restrizioni doganali, che d’immigrazione che di Obamacare.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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