La Russia a cent’anni dalla Rivoluzione di Ottobre

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Mentre, in sordina, il Partito Comunista della Federazione Russa, la seconda forza politica nel paese, celebra oggi a Mosca con una manifestazione il centenario della Rivoluzione di Ottobre (avvenuta appunto, secondo il calendario gregoriano, il 7 novembre), insieme a un centinaio di delegazioni comuniste provenienti da tutto il mondo, sulla Piazza Rossa si celebra invece la controffensiva di Stalin contro le truppe naziste arrivate a poca distanza dalla capitale.  

Al tempo stesso, proprio in questi giorni, si è riaperto il dibattito sulla rimozione della mummia di Vladimir Ylich Lenin dal mausoleo sulla Piazza Rossa. Ksenia Sobchak, stella dei reality show, blogger e ora candidata alle elezioni presidenziali del marzo prossimo, ha dichiarato che, qualora fosse eletta, ordinerebbe di rimuovere la mummia e seppellirla. Ciò ha scatenato la reazione negativa di Gennadij Zjuganov, segretario del Partito Comunista della Federazione Russa, che dice di aver ottenuto da Putin l’assicurazione che la salma del padre della Russia moderna non verrà rimossa finché rimarrà presidente.

A partire dal 2005 Vladimir Putin ha abolito qualsiasi forma di celebrazione ufficiale della Rivoluzione di Ottobre. E questo vale più che mai per il centenario celebrato in questi giorni.

Sempre per iniziativa di Putin viene invece celebrato come festa nazionale il 4 di novembre, come avversario della cacciata dei polacchi dalla Russia, addirittura nel 1612, alla quale seguì l’inizio della dinastia Romamoff, il cui ultimo rappresentante fu appunto lo zar Nicola II, destituito con la Rivoluzione di Febbraio, sempre del 1917.

Ne è passata di acqua sotto i fiumi da quando il “neo-zar” (così l’ha definito ultimamente The Economist) era a capo della KGB e quindi, almeno formalmente, dentro la sfera ideologica sovietica. A parte il suo palese avvicinamento alla Chiesa Ortodossa, che condivide, ironicamente, con Zjuganov, quello che conta soprattutto per Putin è la riconciliazione nazionale.

Secondo molti osservatori il presidente russo è più nostalgico dello stalinismo, e del disciplinato nazionalismo che lo caratterizzava, che degli ideali sociali dietro l’impeto della Rivoluzione di Ottobre.

Mentre si avvicinava il centesimo anniversario, in occasione del suo messaggio annuale alla Duma, Putin ha detto “Il centenario è una ragione… per guardare alle cause ed alla vera natura delle rivoluzioni in Russia”. Ma non ha elaborato le cause e invece è ritornato sul suo perpetuo tema dichiarando invece: “Abbiamo bisogno delle lezioni della storia primariamente per la riconciliazione e per il rafforzamento della concordia sociale, politica e civile che siamo riusciti ad ottenere”. Non a caso il suo partito, fondamentalmente nazionalista di destra, si chiama Russia Unita.

Cosa c’è dietro a questa evasività? Fondamentalmente, per Putin “riconciliazione” significa lealtà al suo regime. Una lealtà che, al di là della formale opposizione nella Duma, lui ottiene de facto anche dal Partito Comunista. Uno può essere comunista o monarchico o cristiano ortodosso: basta che sia fedele a lui e alla sua nomenklatura oligarchica.

Al di là delle celebrazioni, c’è da domandarsi cos’è rimasto, nella Russia post-sovietica, del fervore ideologico che portò alla rivoluzione e che, al di là della “deriva” stalinista – Lenin, prima di morire, aveva messo in guardia i suoi compagni contro un’eventuale leadership di Joseph Stalin – rimase come nucleo della forma mentis sovietica, almeno ufficialmente, per oltre 70 anni.

A parte il fatto che rappresenta ormai un’opposizione molto esigua nella Duma, il Partito Comunista di Zyuganov non sembra essere molto vocale nei confronti del monopolio oligarchico di Putin & Co.

Esiste invece, a partire dal 2008, il Fronte di Sinistra, su posizioni ideologiche anti-capitaliste molto più marcate, organizzatore di diverse manifestazioni e che si è schierato apertamente con posizioni pacifiste sul conflitto nel Donbass, nella parte est dell’Ucraina, pur non approvando l’intervento armato di Kiev nella regione.

Secondo Ruslan Akhmedov, giovane ingegnere IT legato al Fronte di Sinistra, quello che connota l’attuale atmosfera politica in Russia è una fondamentale apatia ideologica, un totale appiattimento politico, accompagnati da un individualismo sfrenato, soprattutto tra i giovani.

Ruslan-Akhmedov
( in foto l’intervistato Ruslan Akhmedov )

L’INTERVISTA:

Come valuta l’attuale opposizione da sinistra al governo Putin?

Quella del Fronte di Sinistra, dopo un periodo piuttosto attivo dal 2008 al 2012, è praticamente andata underground.

E quella del Partito Comunista di Zjuganov?

Al di là della predicazione ideologica, questo partito rappresenta un’opposizione formale, ma in realtà non ha più nulla da dire.

In ogni caso, anche nella Duma il Partito Comunista rimane una minoranza esigua.

Ormai è così. La sua ultima chance il partito l’ha avuta nel 1993, a pochi anni dal crollo dell’URSS. Nelle elezioni presidenziali di quell’anno, durante il primo ballottaggio, Zjuganov si attestò a poca distanza da Yeltsin. Ma da allora è come se avesse rinunciato a prendersi una sua responsabilità per costruire una Russia diversa da quella nata dopo la fine dell’Unione Sovietica.

In generale si può dire che con la fine dell’URSS, in generale, si è sempre più imposta una mancanza di una chiara ideologia politica?

Russia Unita, il partito di Putin, è fondamentalmente dominato da una visione oligarchica ed è caratterizzato da una pervasiva corruzione. Al di là del Partito Comunista, con la sua opposizione formale, gli altri due partiti minori sono quello liberale e Yabloka, anch’esso liberale ed entrambi, come Russia Unita, vicini alla Chiesa Ortodossa. Putin stesso è grande amico del Patriarca della Chiesa Ortodossa, cosa che per un uomo che viene dal mondo comunista è a dir poco imbarazzante.

Ma anche Zjuganov si è avvicinato alla Chiesa Ortodossa.

Temo proprio di sì.

Ma leggendo il programma del Partito Comunista si vedono delle proposte molto progressiste a favore dell’impiego e contro la povertà.

La mia impressione è che siano solo parole: la maggioranza dei rappresentanti in parlamento sono lì solo per i soldi e per approfittare dell’immunità parlamentare.

Il Fronte di Sinistra si è mai presentato alle elezioni?

No, il suo ultimo intervento pubblico con una certa rilevanza è stato nel 2012 quando organizzò una manifestazione che venne repressa, mentre il suo leader, Sergey Uldatsov, venne arrestato e ha passato tre anni in carcere.

Quindi lei sta dicendo che in Russia oggigiorno si sta assistendo a una graduale de-politicizzazione?

La gente ha smesso d’interessarsi alla politica e a mala pena va a votare.

E cosa ne pensa dell’attivista Alexey Navalny del quale regolarmente si parla?

Originariamente è un avvocato ed ora fa il blogger e va in giro per il paese a parlare con la gente e a denunciare la corruzione pervasiva, ed è per questo che ha un certo successo, ma non lo si può descrivere come un uomo politico di sinistra. Sono d’accordo con lui su una cosa: la sua insistenza che il potere esecutivo e quello giudiziario rimangano separati, cosa che attualmente non avviene.

Non esiste una qualche forma di nostalgia per l’Unione Sovietica?

Esiste, ma sotto forma latente e non viene pubblicamente espressa. Mio padre, per esempio, come altri membri della vecchia generazione, ha sentimenti di nostalgia e in cuor suo spera che l’URSS venga ristabilita, ma il gioco finisce lì.

C’è anche qualche nostalgia per Stalin?

Sì, e mio padre nutre in parte questa nostalgia.

Perché?

Perché Stalin viene visto come il tipo di uomo forte che potrebbe punire tutti quei bastardi corrotti al potere oggi.

E le nuove generazioni?

Sono tutti presi dal desiderio di far soldi e sono abbagliati dalle possibilità che il capitalismo offre loro. Dalla provincia ora molti vanno a Mosca, alla ricerca di un lavoro nelle assicurazioni o nelle banche. Infatti ora Mosca rappresenta il 10% della popolazione nella Federazione Russa. Ma c’è un altro fatto piuttosto inquietante.

Quale?

Il successo tra una parte, seppure minoritaria, della gioventù, dell’ideologia nazista.

Il “putinismo” può essere descritto come una forma di capitalismo nazionalista?

Temo che sia qualcosa di peggio: stiamo parlando di una classe politica al potere molto corrotta, interessata solo al denaro e che descriverei quasi come una “mafiocrazia”.

D’altra parte la Russia, a parte il primo periodo rivoluzionario, è passata direttamente dall’autocrazia zarista a quella stalinista ed ora, dopo la presidenza di Yeltsin, accusato di essersi venduto agli USA, è tornata a una forma di autocrazia, con la differenza che almeno Putin sembra aver riaffermato e difeso un minimo di orgoglio nazionale.

E’ vero che la Russia non ha mai goduto di una vera e propria democrazia, almeno nel senso occidentale del termine, ma è anche vero che gli USA e la NATO sono da rimproverare perché continuano a spingere contro di noi sul “fronte orientale”, e questo finisce per aiutare e giustificare l’autocrazia oligarchica putiniana.

Un’oligarchia creata da personaggi nati e cresciuti con un’ideologia sovietica.

Sì, questo è l’aspetto più triste: stiamo parlando di gente che ha abbandonato tutti gli ideali con i quali era cresciuta, nonostante gli aspetti negativi e repressivi dello stalinismo. Gente che si è accaparrata tutti i posti di potere economico nel campo dells sfruttamento delle risorse come petrolio e gas e nell’industria spaziale ed aeronautica.

Quindi c’è una differenza tra queste persone e gente come suo padre che nutre una certa nostalgia per l’URSS?

I nostalgici come mio padre fondamentalmente anelano a un senso di giustizia politica e sociale, che, ovviamente manca sotto l’attuale regime. Sotto il regime sovietico esisteva la promessa di un mondo migliore. Tutto questo è andato in fumo e molta gente ha difficoltà a sopravvivere in un mondo capitalista ed altamente competitivo. Solo un’esigua minoranza, un’élite, sta avendo successo in questo nuovo sistema e lo si può vedere bene a Mosca, dove circolano persone che ostentano una ricchezza superiore a quella che si può notare in media in Occidente. Certi li descrivono proprio come quella classe borghese che veniva tanto criticata durante l’era sovietica.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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