Medio Oriente: la controproducente politica di Trump

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Nonostante la caduta di Raqqa, l’ultima roccaforte del sedicente stato islamico, la situazione in Medio Oriente rimane a dir poco incerta.

A renderla tale, tra i tanti fattori, è l’ultima uscita di Donald Trump deciso, come da promessa elettorale, a cancellare l’Irandeal, l’accordo suggellato dalle Nazioni Unite per impedire a Teheran di sviluppare armi atomiche, e uno dei maggiori successi diplomatici dell’amministrazione Obama.

Questo s’innesta nella crescente animosità tra Iran da un lato e Arabia Saudita e Israele dall’altro. Nel continuo gioco di Risiko mediorientale, l’Iran sta sempre di più uscendo dall’isolamento, al quale gli USA lo forzarono a partire dalla Rivoluzione del 1979, e sta creando un corridoio d’influenza che giunge fino al Libano, terra degli Hezbollah supportati da Teheran, e passando per la Siria di Assad, che l’Iran ha aiutato e continua ad aiutare contro le varie fazioni ribelli, oltre che contro l’ISIS.

Nella partita sta assumendo un ruolo sempre più attivo la Russia di Putin che ha notevolmente aumentato la sua sfera d’influenza nella regione, grazie soprattutto all’alleanza con, appunto, Siria e Iran.

A complicare il tutto c’è la questione dell’indipendenza curda, non solo in Iraq, ma nella Siria occidentale sede del cantone libero del Rojava, soprattutto se si tiene conto dell’altro grande giocatore in campo: la Turchia del neo-sultano Erdogan, notoriamente ostile alla causa curda. Riconoscendo il ruolo essenziale dei curdi nella lotta all’ISIS, Trump ha ultimamente fornito armi alla resistenza curda, irritando non poco Ankara, che rimane sempre un membro chiave dell’alleanza NATO.

Analizza questi sviluppi Marina Calculli, docente di Politica Mediorientale presso l’università di Leiden nei Paesi Bassi. Secondo la Calculli la posizione USA nello scacchiere mediorientale sta diventando sempre più debole, mentre la Russia si sta ergendo ad arbitro della situazione.

esercito-iraniano

L’INTERVISTA:

Si può vedere la scelta di Trump di uscire dall’Irandeal come dettata più che altro da motivazioni strategiche, visto che Teheran ha finora tenuto fede agli accordi di non-proliferazione nucleare?

Più che strategica chiamerei questa una mossa ideologica, che ovviamente implica aspetti strategici. Vedo in particolare due elementi dietro la scelta di Trump.

Quali?

Uno è l’ossessione di Trump di distruggere l’eredità di Obama, in cui entrano in gioco elementi psicologici che vanno ben oltre l’interesse di una fetta di repubblicani di disfare quello che Obama ha fatto. Se per Trump l’Irandeal è un disastro, per molti nel mondo rimane il successo n. 1 della politica internazionale di Obama.

L’altro elemento?

La lobby israeliana e la lobby saudita: rappresentanti di due stati che per motivi assai diversi, hanno una relazione speciale con gli USA e hanno costruito la “minaccia iraniana” in modo fantasioso per mantenere il primato militare e politico sulla regione. Al netto degli interessi in campo, il loro discorso conservatore trova eco nell’atteggiamento ideologico di Trump. Non è detto però che l’isolamento forzato dell’Iran, un gioco assai pericoloso per il Medio Oriente, porti benefici ai due stati in questione. Molto spesso l’ossessione ideologica porta a errati calcoli strategici: una precarizzazione eccessiva degli equilibri nel Levante arabo potrebbe avere conseguenze negative inattese sia per Tel Aviv sia per Riyadh.

Quindi dove sta il problema?

L’Iran sta uscendo sempre di più dalla marginalizzazione al quale è stato costretto fin dai tempi della rivoluzione del 1979, e sta rivendicando un suo ruolo nella regione che gli iraniani giudicano “legittimo”, quantomeno non meno legittimo di altri interessi di potenza esercitati da altri in Medio Oriente: Israele, gli Stati del Golfo, USA, Russia…

L’Iran viene però anche accusato di essere sponsor del terrorismo.

Certo l’Iran ha una politica aggressiva in Siria e Iraq, sponsorizzando gruppi dalla condotta spesso deprecabile. Ma anche l’Arabia Saudita e gli Stati del Golfo lo hanno fatto e continuano a farlo. E’ chiaro che, di fronte ad un regime, quello di Teheran, criticabile per moltissimi aspetti, a partire dalla repressione interna delle opposizioni, l’accusa di sponsorizzazione al terrorismo internazionale appare ridicola. La Repubblica Islamica chiaramente ha gioco facile nel puntare all’ipocrisia morale nei confronti dei suoi detrattori, che peraltro è visibile a tutti, nel momento in cui il Congresso americano ha approvato una legge che permette ai parenti delle vittime dell’11 Settembre di portare a giudizio un paese straniero (si legge Arabia Saudita) per l’attentato a Manhattan del 2001.

Rimane quindi più forte che mai la conflittualità tra Arabia Saudita e Iran, soprattutto di fronte alla nascita di un corridoio d’influenza iraniana che si spinge fino al Mediterraneo.

La strategia iraniana sta portando alla quasi piena riabilitazione del dittatore Assad in Siria, al successo delle milizie sciite in Iraq, al potenziamento di Hezbollah in Libano: tutto questo è problematico per chi ha a cuore la sorte della rivoluzione siriana o delle vittime dei conflitti nel Levante arabo. Tuttavia, non sono certa che se avessimo visto un trionfo della strategia saudita in Siria e Iraq, ci troveremmo di fronte ad uno scenario più roseo.

Poi c’è l’appoggio a Hezbollah.

Hezbollah è un caso differente. Certo il partito beneficia molto dell’appoggio iraniano ma rappresenta politicamente anche una buona parte della popolazione libanese con seggi in parlamento e ministri nel governo. Possiamo criticare il comportamento degli attori di potere, incluso Hezbollah, ma è difficile metterne in questione la legittimità politica di Hezbollah in Libano dove molti vedono – con qualche fondata ragione – i tentativi sauditi, americani e israeliani di eliminare il partito come un’arrogante tentativo di perseguire i propri interessi a detrimento della stabilità del Libano intero.

E poi Hezbollah difende il Libano meridionale da possibili attacchi da parte di Israele.

E’ una situazione strana se si considera lo Stato libanese con le lenti della statualità occidentale, ma che diventa più comprensibile solo se si è disposti a leggere criticamente la storia, senza paraocchi ideologici: Hezbollah rappresenta nel sud del Libano un potere parallelo eppure legato allo Stato libanese – come dicevo, il partito è parte delle istituzioni dello Stato – e la sua nascita e il suo sviluppo sono stati e sono ancora una risposta all’assenza storica dello Stato nel sud.

Non è un’ironia che gli USA sponsorizzino uno stato come l’Arabia Saudita che è senz’altro più autoritario e meno democratico rispetto all’Iran?

E’ certo un’ironia, anzi ce ne sono due.

Quali?

Mentre gli USA criticano i regimi autoritari, palesemente ne rafforzano alcuni (quelli utili) a danno di altri. Questa è la prima ironia. La seconda è che, così facendo, danno ad altri regimi autoritari la possibilità di difendersi, proprio esponendo questa gigantesca ipocrisia. Quindi finiscono per rafforzare sia gli autocrati amici sia i nemici. Nel caso iraniano, il risvolto più paradossale di questa faccenda è che la retorica di Trump sta indebolendo anche la carta più legittima dell’opposizione alla Repubblica Islamica: ovvero la critica della stessa società iraniana al potere di Teheran. Di fronte alle accuse infondate e pretestuose di Trump, il popolo iraniano si sta stringendo attorno al regime, accantonando almeno per un po’ la critica.

Quindi, in realtà, a Trump non interessa portare la democrazia in Iran.

Non credo che l’esportazione o la promozione della democrazia sia mai stato un driver della politica estera americana. Al massimo è stato un comodo dispositivo retorico: tutti gli stati, soprattutto quelli a vocazione imperiale come gli USA, hanno bisogno di una valida narrazione morale per giustificare guerre, invasioni, dominazioni di altri stati e popoli.

Si dice che l’attacco trumpiano alle Guardie Rivoluzionarie non fa che rafforzarle.

Le Guardie Rivoluzionarie sono parte integrante del regime, ma è interessante notare che dopo la decisione di Trump di mettere in questione l’accordo nucleare, la gente a Teheran gridi “Siamo tutti Guardie Rivoluzionarie”. In altre parole: esiste un’opposizione matura all’interno dell’Iran, ma quando il paese si trova davanti a una politica USA così faziosa che danneggia tutti gli iraniani, non solo il regime, inevitabilmente il popolo si stringe attorno al regime.

Sempre in tema di politica nel MO, vediamo Trump condonare la costruzione di 3000 case di coloni in Cisgiordania e uscire dall’UNESCO per far piacere ad Israele.

La politica di Trump verso Israele non potrebbe essere più chiara: spudoratamente a favore dell’occupazione israeliana. La decisione di uscire dall’UNESCO però, come per l’Irandeal, potrebbe avere un effetto controproducente.

Perché?

Beh, in questo modo gli USA perderanno anche la possibilità di controllare l’istituzione dal di dentro e di influenzarla meglio.

E cosa dire del nuovo accordo Fatah-Hamas?

Sono scettica, sulla base dei record del passato. Non è la prima volta che si cerca di portare avanti un accordo che poi fallisce. Entrambi le leadership palestinesi sono corrotte e autoritarie e dubito che dalla loro unione la società palestinese potrà trarre vantaggio.

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Che dire della liberazione di Raqqa?

Innanzitutto, liberazione per chi? Intendiamoci, siamo tutti felici che il Califfato abbia perso la sua natura territoriale, ma la Siria resta controllata da forze autoritarie e ancora in conflitto. Quella che tutti chiamano “liberazione” inoltre, è avvenuta anche ad alto prezzo per molti civili inermi di Raqqa, morti sotto le bombe americane. Si tratta non solo di questioni da affrontare giuridicamente – ad esempio, mi chiedo: ci sarà mai una compensazione per le famiglie delle vittime, tanto per dare una parvenza che esiste ancora un ordine internazionale agli occhi dei siriani? O verranno trattati come pedine scomode di un Risiko in cui non esiste più né diritto umanitario né tentativo di ricostruire un ordine politico sostenibile in Siria, a rischio che ISIS, magari sotto un nuovo brand, ritorni presto più forte di prima?

Visto che si parla di sostegno internazionale si fa notare che la Russia sta acquisendo una sempre maggiore presenza nel MO.

Fin dal 2011 la Russia ha cercato di sfruttare l’ambiguità degli USA per ritornare a giocare un ruolo di primo piano in MO, a partire dalla Siria.

Per giunta si può parlare di un asse Russia-Iran.

Russia e Iran sono vicine ma hanno delle divergenze. La Russia è vicina anche a Israele che cerca adesso di usare la Russia per marginalizzare la presenza iraniana in Siria e Libano.

E la Russia cosa fa in tutto questo?

Usa la politica del dare un colpo al cerchio e uno alla botte finché la situazione resta fluida. Da una parte, ha intenzione di controbilanciare la politica ideologica USA, e sa che per certi versi può offrire a Israele molte più garanzie di quante Washington riesca a dare a Tel Aviv, di controllare l’Iran nel Levante arabo. A corollario di questo, la Russia cerca di ergersi ad arbitro nello scacchiere mediorientale, mantenendo legami con tutti, con Israele, con l’Iran, con l’Arabia Saudita con cui ha firmato di recente accordi commerciali importanti, e persino con Hezbollah, con cui ha condotto delle operazioni congiunte in Siria.

E che dire del fattore Erdogan in tutto questo gioco?

La politica di Erdogan è vittima della strategia avventizia dello stesso presidente. Dopo aver lanciato strali per anni contro Assad, Erdogan ha dovuto ripiegare in un allineamento con la Russia. Se per un certo periodo del conflitto siriano Erdogan ha sperato di poter guidare la transizione politica, non ha calcolato il fattore curdo: la forza che i curdi hanno sviluppato ed il successo politico-territoriale della Rojava. Per smantellare la provincia/potenziale stato della Rojava Erdogan è disposto a tutto, ma nella situazione attuale non esiste un nuovo status quo ed è difficile fare previsioni.

Intanto, mentre Trump ha fornito armi ai curdi del Rojava, Mosca ha venduto missili alla Turchia.

Come dicevo questa è una caratteristica della politica russa in Medio Oriente: strizzare l’occhio un po’ a tutti gli attori, con l’obiettivo di ergersi a partner internazionale più affidabile degli USA e dell’Occidente, noti – questi ultimi – per oltre un secolo di tradimenti e promesse non mantenute in Medio Oriente. Nello specifico, poi, alla Russia fa comodo avere una Turchia “sotto controllo”, nel momento in cui Putin sta consolidando il suo controllo del Mediterraneo attraverso l’espansione delle sue basi sulla costa siriana.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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