La sfida del referendum in Kurdistan

A man holds the Kurdish flag on September 4, 2011 during a demonstration in Stockholm against operations by Iran and Turkey against Kurdish separatist rebels in Iraq. AFP PHOTO /JONATHAN NACKSTRAND (Photo credit should read JONATHAN NACKSTRAND/AFP/Getty Images)
Per leggere questo articolo ti servono .. 4 min.
Social Score

Mentre ci si concentra giornalmente sugli sviluppi più o meno drammatici del referendum in Catalogna, non bisogna dimenticare le implicazioni, a breve e lungo termine, di un altro referendum appena avvenuto, e con grande successo, in Medio Oriente, nel Kurdistan iracheno. 

Alla base di questo sviluppo c’è l’istanza d’indipendenza del popolo curdo che non ha mai avuto uno Stato suo e che è diffuso principalmente in altri tre stati, oltre l’Iraq: Turchia, Siria e Iran.

E senza dimenticare che nel 1920, ossia praticamente un secolo fa, il Trattato di Sèvres, stipulato tra le potenze alleate vincitrici della Prima Guerra Mondiale e lo sconfitto e smembrato Impero Ottomano, contemplava e quindi, implicitamente, prometteva uno status d’indipendenza ai curdi nella regione medio-orientale. Promessa chiaramente non mantenuta.

Come si poteva prevedere, le reazioni al referendum che ha ottenuto un 92,7% di ‘sì’ all’indipendenza, non sono state favorevoli. A cominciare da quelle del governo centrale iracheno, che pur non lanciandosi in attacchi violenti (quelli per cui andava famoso Saddam Hussein) ha cominciato a interrompere le comunicazioni aeree e ha promesso un’opposizione ferma alla creazione di un Kurdistan separato dall’Iraq, anche se, sulla carta, ci vorranno due anni prima che l’indipendenza venga implementata de facto.

E naturalmente anche l’Iran e soprattutto la Turchia, con il suo ben noto conflitto interno tra il neo-sultano Erdogan, e la minoranza curda nel sud-est del paese, non hanno visto di buon occhio questo risultato e hanno cominciato ad “agitarsi” con una serie di esercitazioni militari. Non è neanche un caso che Erdogan sia andato in visita a Teheran – cosa impensabile fino a poco tempo fa – onde creare un asse Turchia-Iran, proprio in funzione anti-Kurdistan indipendente.

Finora tra le potenze occidentali non si è visto alcun avvallo del referendum, mentre, ironicamente, solo Israele ha acclamato il risultato di Barzani, leader del Kurdistan iracheno e ideatore del referendum. Non dimentichiamo che buona parte delle forniture di petrolio ad Israele vengono proprio da questa regione.

D’altra parte questa potenziale nascita di un Kurdistan indipendente scalda gli animi dei curdi in Turchia e in Siria, ma fino a un certo punto, essendo entrambi ispirati dall’ideologia progressista e democratica del PKK di Ocalan, e, in ogni caso, alla ricerca di una autonomia nell’ambito dei propri stati, invece che di una secessione vera e propria. Questo vale soprattutto per il noto cantone di Rojava in Siria, un esperimento quasi utopico di socialismo di base, assai lontano dalla visione di Barzani, noto per il suo regime non solo dittatoriale, ma anche corrotto.

Parla a YOUNG di questo referendum Mark LeVine, professore di storia alla University of Southern California di Irvine, ed esperto del Medio Oriente.

Kurdistan-referendum-manifestazione

L’INTERVISTA:

C’è qualcuno a favore dei risultati di questo referendum?

Alla fin fine soli i curdi stessi.

Israele però sembra aver espresso soddisfazione di fronte a questa espressione popolare d’indipendentismo.

Non ci darei grande importanza: credo che sia uno dei tanti modi in cui Israele vuole “dare fastidio” ai “nemici” Turchia e soprattutto Iran. Ma in realtà non c’è molto che Israele possa fare per portare avanti questo movimento verso l’indipendenza.

In ogni caso, dal punto di vista operativo, ci vorranno altri due anni prima che il Kurdistan, sulla base del referendum, possa veramente raggiungere una sua indipendenza.

Sì, è un processo molto lungo e complesso e non è affatto scontato che possa esser portato a termine.

Al tempo stesso Barzani, a parte la questione dell’indipendenza, non è esattamente un leader progressista e “pulito”.

Per niente: Barzani è terribilmente corrotto.

Esiste qualche forma di opposizione al suo regime?

In questo momento mi pare proprio di no: lui è il capo e basta. Ed è un problema.

Ma in realtà un Kurdistan iracheno indipendente potrebbe sopravvivere?

Beh, il Kurdistan iracheno ha un po’ di petrolio, ma questo non basta. In realtà, credo che alla fin fine sarà chiave l’attitudine degli USA: senza un chiaro supporto americano non credo che possa andare molto lontano.

A parte la reazione del governo centrale iracheno, una delle maggiori opposizioni viene dalla Turchia.

Sì, ma a questo punto non mi concentrerei solo sulla Turchia: questa presa di posizione curda sembra dare fastidio un po’ a tutti nella regione.

D’altra parte con il Trattato di Sèvres si era giunti a un accordo internazionale per l’indipendenza curda. Non potrebbe il Kurdistan iracheno appellarsi alle Nazioni Unite?

Sì, in ultima istanza potrebbe, ma questo non porterebbe a un risultato facile ed immediato: la vedo molto dura.

Qual è la relazione tra il Kurdistan iracheno e i curdi del Rojava?

Innanzitutto bisogna tenere a mente che i curdi del Kurdistan iracaheno sono diversi da quelli del Rojava – è un po’ come paragonare gli italiani con gli svizzeri italiani. Poi, come ben sappiamo, a livello politico, ideologico e di organizzazione sociale, c’è una grande differenza tra il cantone di Rojava e il Kurdistan sotto la leadership di Barzani.

Ironicamente, da un po’ di tempo a questa parte Trump appoggia militarmente il Rojava in funzione anti-ISIS. Non è una mossa un po’ opportunistica?

Temo proprio di sì.

Quindi sarà interessante vedere che fine farà questo appoggio americano una volta che ISIS, come entità statuale, verrà sconfitto.

Esatto, come sarà interessante vedere quale sarà l’assetto politico generale in questa regione una volta eliminato l’ISIS come stato.

Quindi, alla fin fine, cosa può fare il popolo curdo?

Al di là delle differenze specifiche tra i vari tipi di curdi disseminati nella regione, sarà importante vedere fino a che punto saranno pronti a sacrificarsi e lottare per qualche forma di autonomia e/o indipendenza. La realtà è che negli ultimi 100 anni sono stati ripetutamente presi in giro e, infine, fregati.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

Ti è piaciuto questo articolo di Attilio De Alberi ?

Devi essere loggato per inviare messaggi

Mark LeVine Kurdistan

YOUng - Slow Journalism è una testata giornalistica di proprietà di young S.R.L.

Registrazione Trib. di Nocera Inferiore (SA) n° 4 del 23/10/2014

P.IVA: 05093030657

Privacy Policy

Contatti

VIA GIOVANNI PAOLO II n. 100, Fisciano (SA)

Email: info@young.it

Seguici su Facebook

Newsletter

Newsletter

Senza un tuo piccolo contributo, YOUng cesserà le pubblicazioni. Bastano 2 euro DONAIl nostro sistema innovativo ti restituisce la cifra versata. Scopri Come
X
Senza un tuo piccolo contributo, YOUng cesserà le pubblicazioni. Bastano 2 euro

DONA

Il nostro sistema innovativo ti restituisce la cifra versata.

Scopri Come
X
Non hai abbastanza crediti?

Ricarica

O scopri come ottenerne con la Gamification

×