Immigrazione: l’irresponsabilità morale dell’Europa

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Si parla ormai di una notevole flessione nel numero di migranti che giungono in Italia attraverso la rotta mediterranea, pur essendo i mesi estivi, notoriamente, quelli più affollati dai barconi provenienti dalla Libia.

Al tempo stesso, un’indagine dell’agenzia AP (Associated Press) rivela un “patto criminale” tra il governo italiano e due milizie libiche che gestiscono il traffico di uomini, e in qualche modo legate al governo di al-Serraj, le quali, in cambio di soldi, armi e mezzi, si starebbero trasformando operativamente in “forze anti-trafficanti”. Questo condannerebbe le migliaia di migranti pronti a partire per l’Europa, in una massa di prigionieri contenuta nei centri di detenzione in Libia, tristemente noti per maltrattamenti e soprusi.

E l’Europa si sta anche muovendo per contenere il flusso migratorio con accordi particolari che permettano di bloccarlo nel deserto del Niger e del Ciad, prima che si riversi in Libia.

In altre parole, l’Europa e la stessa Italia, nota finora per la sua ospitalità, in parte forzata dagli accordi di Dublino, sta chiudendo la porta in faccia a tutti coloro che scappano dai propri paesi a causa di guerra e fame.

Parla di tutto questo a YOUng Kostas Moschochoritis, direttore generale di InterSOS, la maggiore organizzazione umanitaria italiana, impegnata in molti i Paesi del mondo sul problema dell’immigrazione. Secondo lui ormai in Europa è in atto “un occultamento delle responsabilità morale nei confronti dei rifugiati” e aggiunge “il nostro dovere è stare vicino a tutte queste persone, indipendentemente dal loro status amministrativo”.

(Migranti nel centro di detenzione di Garian in Libia) - 1
(Migranti nel centro di detenzione di Garian in Libia)

L’INTERVISTA:

Qual è la sua reazione alle rivelazioni dell’inchiesta AP?

Questa scoperta dell’AP non la posso né confermare né smentire non avendo gli elementi per farlo, ma quello che posso dire è questo: tramite gli accordi fatti dall’Italia con le autorità libiche, e con la benedizione dell’Europa, si condannano migliaia di migranti a rimanere nei centrti di detenzione locali dove vengono condannati a vivere in condizioni disumane. Questa situazione nessuno ormai la nega.

Sembra di essere tornati ai tempi degli accordi tra Berlusconi e Gheddafi, laddove quest’ultimo copriva il ruolo di diga a difesa del flusso migratorio.

E’ quello che dico da tempo: in realtà non è cambiato molto. Sono cambiati gli attori, ma il metodo rimane lo stesso. Supportiamo gli attori in Libia per bloccare i flussi migratori verso l’Italia, in un momento in cui non c’è un canale legale per l’immigrazione.

Beh, finora ha funzionato la legge internazionale che impone il salvataggio di persone che vengono raccolte in mare.

Certo, però bisogna tenere a mente che se trovi nel Mediterraneo una persona che scappa dal proprio paese per la guerra non puoi rimandarla in Libia. Se si lascia alla Guardia Costiera libica gestire non solo le proprie acque territoriali, ma anche quelle internazionali, ciò significa che, teoricamente, un somalo o un siriano che si trova su un barcone a sua volta non può essere respinto in Libia. Questo è quello che troviamo l’aspetto più agghiacciante.

Intanto adesso anche la Merkel si è accodata a Macron, invita a fare una distinzione tra rifugiati politici e rifugiati economici, senza tenere conto dei problemi che carestia e siccità creano in Africa.

Potrei aggiungere che in queste cose c’è una retorica, ma anche una pratica. La Merkel ha parlato di una revisione dell’accordo di Dublino, ma intanto durante il mese di agosto ha iniziato il processo di respingimento di profughi siriani verso la Grecia. Non stiamo parlando di rifugiati africani. Questa è una grossa contraddizione, ma anche un’ipocrisia.

Al tempo stesso, parlando di Grecia, ora, dopo l’accordo UE-Erdogan, il flusso di rifugiati in questo paese è diminuito notevolmente.

Sì, di rifugiati ne passano molto meno, però continuano a passare in qualche maniera. Aggiungerei che questo accordo con Erdogan ha sconvolto tanti principi. La Turchia, come la Libia, non ha firmato l’accordo della Convenzione di Ginevra sui rifugiati. Intanto la situazione in Grecia rimane critica, a partire dall’isola di Lesbo, anche se si parla in tutto di 70.000 rifugiati. A questo punto è interessante paragonare questa situazione a quella che si ha in Uganda.

Perché l’Uganda?

In questo paese si trova un milione di rifugiati sud-sudanesi. In questo caso nessuno ha chiesto di bloccare la frontiera tra l’Uganda e il Sud Sudan e nessuno ha dato 6 miliardi di euro all’Uganda.

A proposito di miliardi, di fronte alla proposta di una specie di piano Marshall per l’Africa, la Mogherini dice che si già si stanno dando “addirittura” 20 miliardi per l’Africa, il ché, di fronte ai problemi del continente può sembrare una goccia nell’oceano.

Su questo posso dire che tanti dei fondi destinati ad aiutare l’Africa, come il Trust Fund Africa, vanno a finanziare più gli apparati di sicurezza e di controllo delle frontiere che a cercare di risolvere i problemi a monte del flusso migratorio. Supportare lo sviluppo economico dell’Africa rimane quindi una priorità.

Aggiungiamo a tutto questo la caparbietà del gruppo di Visegrad di accettare un’equa distribuzione dei rifugiati sul suolo europeo.

Anche qui sembrano esserci due pesi e due misure: quando un paese infrange i regolamenti europei sul bilancio parte subito un provvedimento contro questa infrazione, mentre quando un paese rifiuta di seguire una decisione delle UE sulla spartizione dei rifugiati – e stiamo parlando in certi casi di numeri irrisori – non viene fatto nulla e questo paese può tranquillamente chiudere le frontiere, con una decisione unilaterale.

Cosa le fa capire questo?

Che manca una volontà politica e umanitaria di risolvere il problema dell’immigrazione. Sostanzialmente, quello che sta facendo l’Europa, anzi che ha già praticamente fatto, è esternalizzarlo, espandendo in pratica le sue frontiere alla Turchia, alla Libia, all’Egitto, e ora anche al Niger e il Ciad. Il messaggio è: indipendentemente dallo status, tutta questa gente non deve entrare in Europa e basta.

Non è certo una bella situazione.

I dilemmi sono tanti, ma rimane chiaro che alla fin fine questo sub-appalto del problema è una politica ipocrita e disumana sulla pelle di tante persone in stato di chiara difficoltà.

Ha qualcosa in particolare da dire sulla politica del ministro Minniti?

Parlerei più della politica del governo italiano, senza personalizzare le sue scelte: purtroppo anche qui prevale l’esternalizzazione del problema, senza pensare alle conseguenze che questo atteggiamento ha sulla pelle delle persone. Dico questo senza dimenticare che fino a poco tempo fa l’Italia ha fatto molto per i migranti, e senz’altro più di tanti altri paesi della UE.

E cos’ha da dire sulla questione del codice di condotta richiesto alle ONG che si adoperano per il recupero dei rifugiati nel Mediterraneo?

E’ stato uno strumento di distrazione dell’opinione pubblica: nessuno può credere che fosse quello il vero problema.

La vostra organizzazione è stata coinvolta da tutto ciò?

Solo indirettamente, perché noi lavoriamo in collaborazione con l’UNICEF e i nostri operatori –psicologi e mediatori culturali – lavorano sulle unità della Guardia Costiera. Ma chiaramente alcuni dei punti di questo codice di condotta, come per esempio la richiesta di una guardia armata sulle unità che si dedicano al salvataggio, sono per noi inaccettabili.

A parte ciò, la vostra organizzazione sta osservando dei cambiamenti?

Possiamo senz’altro dire che è in corso una diminuzione degli sbarchi, anche se ora come ora, sono aumentati quelli in Spagna.

D’altra parte questo fenomeno migratorio è come un’ameba: se non trova sbocco da una parte passa a un’altra.

Certo. A questo punto possiamo solo aspettare che la situazione si assesti e vedere quali saranno i prossimi sviluppi.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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