L’inconsapevole trinità –un romanzo di Marcello Lippi –nona puntata

Nona Puntata de L'inconsapevole trinità o La cattedrale nell'Oceano. Romanzo di Marcello Lippi
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L’inconsapevole trinità :  Nona Puntata del romanzo di Marcello Lippi.  Qui il link della prima puntataseconda puntataterza puntata e quarta puntataquinta puntata ,  sesta puntata,  settima puntata e ottava puntata

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PREFAZIONE 

Scritto durante gli anni di permanenza in Cile dell’autore, questo romanzo racconta una storia affascinante e piena di colpi di scena, in cui agiscono fianco a fianco, secondo quella che è l’assoluta normalità nei paesi del Sudamerica uomini e spiriti, ninfe e personaggi letterari, tutti vivi di un’unica vita che da queste pagine prende corpo e significato. La vera protagonista è una donna, o meglio una creatura leggendaria della letteratura cilena, Osilas, la ninfa che oscilla (donde il nome) tra due mondi e che coinvolge, guida, illumina la vita dei protagonisti maschili. La sua voce è talmente potente e meravigliosa da muovere le onde del mare, il suo operare è benefico e potente per la vita di chi la incontra, siano esseri umani o personaggi letterari resi immortali dalla loro condizione e desiderosi invece di umanità. Il simbolo, il segno, le dimensioni dell’essere. La cattedrale nell’oceano è il racconto di tre vite, o non-vite, alla ricerca del significato del mondo: la prima attraverso la negazione della casualità e l’interpretazione estrema del reale come segno, la seconda attraverso la conflittualità dell’amore non corrisposto, la terza attraverso l’abbandono confidente ad un reale che supera i confini della normalità e ragionevolezza. Tre vite che si intersecano: quella di Pierre de Craon protagonista della pièce di Paul Claudel L’annonce faite à Marie , condannato per un gesto maldestro di violenza ai danni della giovane Violaine a peregrinare in eterno per il mondo con una lieve, ma contagiosa, forma di lebbra in corpo. Immortale perché personaggio di teatro, ma reale, più reale di altri personaggi, nella sua avventura fascinosa e ricca di sorprese, nel suo girovagare attraverso i secoli, maledicendo Dio per la punizione che gli ha inflitto, negandogli anche la redenzione, perché un reale tanto evidente nega la possibilità salvifica della fede; quella di un critico teatrale che, alle prese con un evento imprevisto e destabilizzante, il ritrovamento di una ragazza morente per overdose, si lascia coinvolgere, pensando a questo incontro come ad uno squarcio che deve spezzare la sua vita di prima e creare i presupposti per una nuova, nella quale gli si possibile intuire la ragione del suo esistere, operare ed amare; quella di un pensionato vedovo e solo che incontra uno spirito su una scogliera ed accetta di seguirne le indicazioni fino ad avere una nuova meravigliosa vita in Sudamerica accanto ad una giovane fanciulla. Cos’hanno in comune? Forse nulla, forse un mondo di sensazioni e verità che appartiene solo a loro e del quale Osilas, la creatura del mito andino che oscilla tra le due dimensioni e si coinvolge con l’esistenza di tutti e tre, possiede le chiavi. Il lettore è chiamato ad accettare in questa opera non solo l’operare congiunto di creature terrene, di esseri intermedi tra la dimensione della materia e quella dello spirito e di personaggi di teatro umanizzati, ma anche che i personaggi di una storia corrispondano a quelli dell’altra, che un personaggio possa essere nel contempo morto e vivo in uno sdoppiamento che trova le sue ragioni nel suo essere fortemente angelico e nel contempo simbolico.

Redazione Cultura

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L’inconsapevole  trinità

o

La cattedrale nell’ Oceano

ROMANZO di MARCELLO LIPPI

Nona Puntata

15

Lentamente la memoria cominciò a tornare e Laura riprese contatto con il proprio passato o, per meglio dire, solo con una parte di questo: la morte della figlia e gli episodi ad essa collegati erano stati totalmente rimossi, dimenticati.

L’aria di Parigi, le lunghe passeggiate con i giovani alla scoperta degli angoli più affascinanti della città, i bistrot, gli spettacoli serali: tutto aveva contribuito a ridarle una spensierata voglia di vivere, quasi puerile, come infantile era il suo rapportarsi al prossimo, carico di timidezza e timore; era diventata una bambina in un corpo di donna. Occorreva adesso preparare il rientro a casa avvisando i conoscenti di non far parola della morte di Silvia, di dimenticarla anche loro come aveva fatto lei, salvando così la propria mente dalla distruzione. Specialmente sul luogo di lavoro, (lavorava in quel periodo come segretaria con contratto a tempo determinato in un’agenzia di spedizioni), andavano prese tutte le precauzioni. Come avrebbe potuto reagire se qualcuno le avesse fatto nuovamente le condoglianze?

Il proprietario si era dimostrato estremamente umano nel concederle quindici giorni di ferie non ancora maturate, visto che un periodo d’aspettativa non era previsto dal suo contratto;

era sinceramente addolorato e si dimostrò al telefono assolutamente disposto a creare intorno a Laura un muro di protezione emotiva, informando tutti i dipendenti. Ciò rasserenò moltissimo Alessandro che poté concentrarsi sul motivo della loro presenza a Parigi. In un arco di tempo di cinque giorni egli dovette assistere a sette diversi spettacoli di vario genere: iniziò con “Le misanthrope” di Molière, che gli piacque enormemente, pur nel tradizionalismo dell’allestimento, o forse proprio a causa di questo tradizionalismo che gli permise di gustarsi il testo nella sua bellezza e modernità; vide poi per la prima volta l “Amphitryon 38” di Giraudoux, trovando in quest’ennesima (trentottesima appunto) rielaborazione del capolavoro plautino elementi di novità tali da giustificarne il successo ottenuto sin dai tempi del suo debutto; “Chatterton” di Vigny l’annoiò molto, non perché non fosse un buon testo o fosse mal recitato, ma per la sua personale allergia al melodrammone romantico; si convinse poi ancor più della difficoltà estrema nel rappresentare in epoca moderna un testo di Racine vedendo il “Mithridate” rappresentato in costumi moderni,  con  un  delirio  di  figuranti  impegnati  a distrarre lo spettatore dagli  eterni monologhi cui erano obbligati attori non eccelsi ( già  durante  il primo monologo di Xiphares Alessandro si era messo a pensare ai casi suoi): una scena molto scura completava poi l’effetto deprimente del tutto.

Tributò invece un autentico trionfo a “Huis-clos” di Sartre, balzando in piedi non appena l’attore che interpretava Garcin ebbe pronunciata l’ultima frase “Eh bien, continuons”, (“Ebbene, continuiamo.”), applaudendo freneticamente e gratificando l’allestimento di una delle migliori critiche mai scritte. Di ritorno all’albergo non poté esimersi dall’esprimere alle due compagne tutta la propria ammirazione per l’autore, del quale non condivideva la filosofia, ma ammirava l’enorme capacità di condensarla in frasi potenti come “L’enfer, c’est les Autres!”(“L’inferno, sono gli altri!”)

Il sesto spettacolo fu un testo moderno di teatro-danza: “Les complaintes de la lune” di un certo Bogret, destinato sicuramente all’oblio. Infine, alla sera della vigilia del viaggio di ritorno, era previsto che Alessandro andasse a recensire un difficile testo di Paul Claudel: “L’annonce faite à Marie”, difficile perché molto intenso dal punto di vista contenutistico, quasi didascalico, e perché richiedeva una compagnia d’ottimo livello per poter essere rappresentato in modo adeguato, soprattutto per il ruolo principale, Violaine. Alessandro si sentiva un po’ stanco per aver visto la pomeridiana di quell’ignobile pezzo di teatro-danza e si sarebbe risparmiato volentieri quell’ultima fatica limitandosi, come altre volte, a ricalcare la recensione di qualche altro collega transalpino, ma Silvia insistette moltissimo e trascinò sia lui che la madre a teatro. La passione per le scene era nata solo ora in lei: seguendo il proprio compagno aveva preso la bella abitudine di passare la serata in qualche platea a godersi la rappresentazione della vita umana attraverso il filtro di tante anime differenti per epoca, ideologia e sentimento, ma accomunate dalla grandezza dell’estro artistico.

Prepararono quindi già i bagagli per l’indomani, per poter dormire un po’ di più il mattino successivo, e, dopo un frugale spuntino, si diressero a teatro. Silvia era splendida nel nuovo vestito da sera che Alex le aveva regalato durante la visita al Lafayette (grande magazzino di Parigi) ed era di ottimo umore, perché vedeva la madre riprendersi, anche se lentamente, dal trauma subito. Laura pareva invecchiata nel fisico, un po’ più curva, un po’ più spenta, ma aveva nei modi e nel viso una gentilezza ed una serenità inaudite; il  cinico  distacco  dalle  cose della vita aveva lasciato il posto ad una limpidezza di sguardo, ad un’innocenza stridente con la sua età e con la sua storia: pareva rinata.

Aveva ancora molti sogni, parlava sempre con gli angeli e con le luci, ma quando la sua attenzione si posava sulla materia del quotidiano era ben presente e lucida: più di una vera e propria pazzia, si sarebbe detto soffrisse di un’alienazione leggera, classificabile nell’ambito di quelle tollerate come “stramberie” dalla società del tempo, zeppa di “veggenti”, predicatori, profeti e gente “normale” che sosteneva in privato di conversare con i morti, con i santi o con la Santissima Vergine.

Laura era affidabile, calma, pronta a rientrare al lavoro con le capacità necessarie per svolgerlo: ai ragazzi parve un miracolo!

All’entrata del teatro, tuttavia, Alessandro aveva ancora quella sensazione di disagio interiore provata poco prima; normalmente dava molto credito a questa sensazione viscerale, a un qualcosa che dentro di lui gli diceva di fare o non fare una certa cosa, di vedere o non vedere un’opera teatrale: lo chiamava “l’intuito del critico” e soleva raccontare ai colleghi, vantandosene, che mai questo intuito lo aveva tradito e che, anzi, gli aveva evitato di assistere a molti spettacoli improponibili; peccato che questa facoltà non entrasse sempre in azione, ma solo in determinati casi. Quando ciò si verificava, lui “sentiva” in anticipo l’esito infelice della serata e, tranne quando proprio non ne poteva fare a meno per l’assenza di colleghi compiacenti e di fiducia disposti a “passargli” poi la critica sotto banco, si evitava la pena di parteciparvi. Ora, questa sensazione si era fatta viva in lui, ma Silvia era più che mai decisa a trascorrere a teatro la serata ed egli, pur preparato al secondo spettacolo di basso livello della giornata, non volle contristarla in alcun modo e si predispose ad assistervi, sperando che accadesse qualcosa che lo liberasse dall’impegno, come uno sciopero delle maestranze o un “black out” improvviso delle luci del quartiere. Entrò con questo stato d’animo fortemente negativo e raggiunse il palchetto a loro destinato con lo sguardo insofferente di un bambino in visita scolastica ad un museo. Il teatro, sicuramente destinato un tempo ad esecuzioni musicali, data la struttura tipica del teatro d’opera italiano e l’ottima acustica, era gremito in ogni ordine di posti da un pubblico eterogeneo: si poteva ammirare una signora ingioiellata in abito da gran sera accanto ad uno studente naif in maniche di camicia e tutti mostravano di essere a proprio agio; c’erano molti giovani e questo sorprese Alessandro  che  considerava  il  testo difficilmente leggibile per chi non avesse un’adeguata preparazione o non vivesse secondo un’intensa spiritualità. Era insomma un testo d’élite, giustamente considerato uno dei capolavori di Claudel, ma al tempo stesso poco rappresentato per la sua difficoltà interpretativa e concettuale. Le luci si spensero con qualche minuto di ritardo sull’orario previsto e Alessandro ebbe da subito la conferma del proprio presentimento: l’attore che interpretava Pierre de Craon, il grande architetto costruttore di cattedrali, il grande interprete della religiosità di un popolo, agitava le mani come un invasato e non riusciva a tenere i piedi fermi; il suo nervosismo lo forzava a fare piccoli passettini avanti e indietro o leggeri spostamenti del peso da una gamba all’altra che toglievano al personaggio ogni autorevolezza e dignità. Nell’esprimere il pentimento per il gesto commesso nei confronti dell’angelica Violaine, ch’egli aveva cercato di violentare, l’attore poi agitava le braccia platealmente come se fosse capitato all’interno di una sceneggiata napoletana di basso profilo. Per contro, l’attrice che interpretava Violaine aveva assunto una sola tonalità, quella della zitella pia e pudibonda, che contrastava totalmente con il personaggio delineato da Claudel. Ogni sua frase era sussurrata senza colore, non aveva nessuna sensualità, nessuna gaiezza: sembrava già destinata alla morte sin dal prologo; sembrava essere lei la morte, lei che nel testo è la sublimità della vita. Ciononostante, e grazie a una potente capacità d’astrazione raffinata negli anni, Alessandro riuscì a gustarsi il testo, che ben conosceva: amava quell’inizio potente con il tentativo quasi di fuga da parte di Pierre che abbandona la casa senza congedarsi dagli ospiti, ma è sorpreso dalla piccola Violaine (il tentativo di violenza è già avvenuto ed i protagonisti ne informano lo spettatore; Pierre è stato molto maldestro e la ragazza è rimasta lievemente ferita).

Ella ha perdonato il suo assalitore, che ha fama di uomo timorato di Dio, e ha conservato il segreto sull’episodio; lui però è stato punito da Dio con la lebbra, una forma leggera che gli permette di lavorare e vivere in società, pur facendo vita appartata, e si consuma nel rimorso del gesto compiuto. Violaine stava facendo il dono del proprio anello di fidanzamento all’architetto maledetto da Dio con la lebbra perché lo fondesse per finanziare la cattedrale di santa Giustizia, quando Alessandro sentì che Silvia, con il gomito, cercava di richiamare la sua attenzione. Si accostò al suo viso e lei gli sussurrò nello orecchio:

– “Guarda nel terzo palchetto a destra del nostro.”

Alex si girò e vide un signore che seguiva con particolare attenzione lo svolgimento della trama: sembrava conoscere perfettamente il testo ed essere molto infastidito dalla recitazione inadeguata dei due attori.

– “Chi è?”

– “Come chi è? Non lo riconosci?”

– “No!”

– “E’ il vero Pierre!”

– “Che Pierre?”

– “Pierre de Craon, il costruttore di cattedrali, il protagonista de “l’Annonce faite à Marie”!”

– “Stai scherzando!”

– “No, ti dico, è proprio lui!”

Alessandro si voltò di nuovo a guardare quell’uomo che, sporgendosi leggermente in avanti, seguiva ogni parola della pièce muovendo le labbra in sincrono, tradendo con scatti improvvisi delle mani o del viso l’ira ogniqualvolta uno degli attori alterava il testo e sottolineando con la propria espressione sofferta l’insoddisfazione per la loro interpretazione.

– “Ma come potrebbe….”

S’interruppe come se la frase gli morisse in gola. Perché meravigliarsi ancora dell’assurdo? Viveva accanto a una fanciulla che doveva essere morta e non lo era, dunque perché non accettare che qualche palchetto più in là, nel piccolo teatro della banlieue, sedesse un personaggio di teatro, uscito dalla scena come in un lavoro di Pirandello o in un film di Allen, un personaggio per giunta che si supponeva avesse vissuto in pieno medioevo? Lo guardò ancora, dimenticandosi degli sforzi che gli attori stavano facendo sul palco per rendere inaccettabile un capolavoro, e gli parve quasi di riuscire a sentire la sua voce calda e profonda dire le battute di Pierre, del personaggio Pierre, come egli stesso avrebbe voluto sentirle: con quel tono di saggezza accorata, con quell’ardore del genio che più d’ogni altro percepisce il disegno e l’utilità d’ogni particolare, d’ogni pietra, d’ogni linea per il proprio lavoro e per l’identità del mondo intero, unito allo stupore dell’uomo dolente ferito da un gesto che non credeva di poter compiere, gesto rivelatore di una fragilità insospettata. Era una voce proveniente dal passato, da secoli lontani, e a questa voce, lentamente ma con sempre maggior vigore, rispose un’altra che proveniva dal suo stesso palco, dal suo fianco, dove sedeva una fanciulla che egli amava senza conoscere e che ora, con fervore, recitava all’unisono con l’attrice sul palco, senza farsi udire da altri che da lui (ne era certo), i versi dell’amore e della consacrazione.

Alessandro chiuse gli occhi e si concentrò su queste due voci che, come per magia, recitavano il prologo solo per lui. Come quelle parole prendevano vita! Che potenza in ogni singola espressione! La voce di Silvia assumeva toni sconosciuti ed una dolcezza speciale le proveniva dall’uso della lingua francese.

Come poteva conoscere così bene quel testo in lingua originale?

Ancora una volta Alessandro stava ricevendo un dono a condizione di un’accettazione totale, senza la pregiudiziale d’una logicità razionale; s’immerse nell’ascolto delle voci provenienti dai palchi e gli sembrò perfino di vederle farsi carne sulla scena, tanto ogni loro inflessione lasciava intendere un gesto, un atteggiamento, un’espressione del viso. Di colpo, e fu come una frustata, le vide baciarsi; si riscosse appena in tempo per vedere lo spettatore del palchetto poco lontano alzarsi ed abbandonare la sala, proprio nel momento in cui il suo improbabile replicante lasciava il palcoscenico dopo aver ricevuto il bacio miracoloso di Violaine con il quale la ragazza, pur senza amarlo, gli si donava completamente, mossa a compassione dalla sua diversità e ne accettava il destino di malattia e morte. Decise all’istante e, senza dire nulla alle due compagne, uscì dal palchetto per inseguire quell’uomo.

– “Mi scusi!”- lo chiamò nel corridoio, mentre sul palcoscenico una regia irrispettosa delle scansioni volute dall’autore aveva già fatto iniziare il primo atto – “Scusi!”

– “Dice a me?”

– “Sì, perdoni se la disturbo, ma sono molto curioso e vorrei sapere perché se ne va.”

Pierre lo guardò per un istante senza rispondere, cercando di capire chi fosse quell’importuno e cosa volesse da lui.

– “Sono un giornalista, e ho visto, dal movimento delle sue labbra, che lei conosce perfettamente il testo. Vorrei sapere la sua opinione sull’allestimento.”

Un sorriso ironico si stampò sul viso di Pierre; era il sorriso della superiorità e del distacco che usava con gli studentelli e gli arrivisti. Non credeva ad una parola di quello che Alex aveva detto.

– “Davvero? E che importanza può avere l’opinione di uno sconosciuto per un critico come lei?”

La menzogna di Alessandro era fragile, egli se ne rendeva conto, ma non era disposto a lasciarsi sfuggire quel misterioso personaggio: doveva prima sapere!

– “Beh, lei non è proprio uno sconosciuto!”

– “Ah, no?”- disse Pierre accorgendosi del pericolo- “E quando ci siamo conosciuti? Mi perdoni, ma non ricordo!”

– “Beh, non è proprio così! Diciamo che lei non mi conosce, ma io sì!”

Alessandro si sentiva completamente esposto a una di quelle brutte figure che odiava, ma non per questo retrocedette dalla propria determinazione.

– “Se è così, mi scusi, ma ho molto da fare. Felice di aver fatto la  sua conoscenza, signor….”

– “Morlacchi, Alessandro Morlacchi, critico teatrale italiano.”

– “Molto lieto, arrivederla!”

– “No, la prego, aspetti! Ho bisogno di parlarle!”

– “Tanta insistenza mi sembra fuori luogo; se mi conosce, come dice, saprà che ho molti impegni in città in questo periodo.”

– “La prego, solo lei può aiutarmi a capire!”

– “Ma che dice? La prego, desista: torni a fare il suo lavoro in sala!”

Si avvicinò un usciere che consegnò a Pierre il cappotto dicendo:

– “Signor Ferrier, la macchina l’attende davanti all’ingresso principale!”

Ferrier? Chi diavolo era Ferrier? Alessandro si sentì un idiota ad aver prestato fede alle parole di Silvia e stava per accennare ad una scusa quando la voce della ragazza risuonò chiaramente alle loro spalle.

– “Aspetta, Pierre, Alessandro ha veramente bisogno di te!”

– “Non capisco: di quale Pierre sta parlando?”- provò a mentire, ma quando i suoi occhi incrociarono quelli della ragazza, si sentì perduto.

– “Pierre de Craon,  il  grande  architetto  dai  mille  volti e dai mille nomi!”

– “Tu? Che ci fai qui? Sei venuta a prendermi?”

Si conoscevano? Alessandro si sentiva come al centro del set di un film la cui trama gli era completamente sconosciuta. Gli occhi spalancati, la mente tesa a cercare disperatamente un appiglio di verosimiglianza in eventi così assurdamente sconnessi.

– “A prenderti? No, non sei tu che sono venuta a prendere! Ti prego, vieni a bere un caffè con  noi,  Alessandro  desidera molto conoscerti.”

– “Sai meglio di me che non è possibile!”

– “Ti sbagli, ora lo è!”

– “Lo condanni a morte!”

– “No, gli do la vita!”

– “Non ti capisco, ma sembri sapere quello che fai! D’accordo, allora, per la prima volta parlerò  con   qualcuno senza maschera. Dove andiamo?”

– “Dove vuoi tu!  Aspetta solo un momento: c’è mia madre nel palchetto! Le dico che torniamo a prenderla per il finale.”

– “Già, il finale!”- disse Pierre ad Alessandro mentre attendevano il ritorno di Silvia- “Una  menzogna!  Un attore che si sente padrone dei fatti a tal punto da permettersi di modificarli a suo piacimento! Io ho seppellito Violaine, io e non altri! Lei non permise a nessuno di toccare il suo corpo, nemmeno da morta! Io, io solo potevo toccarla, macchiato della sua stessa onta, fonte  del  suo  dolore, vittima del  suo amore  come  lei  del  mio! Io solo potevo assistere alla   sua vestizione con le suore pietose, io solo collocarla nella bara per il suo breve sonno! Ma non era abbastanza “teatrale” per il signor Dullin!”

(Il Dullin, che consigliò la revisione del 1938-40, con il rifacimento del 4° atto e l’eliminazione dell’entrata finale di Pierre, sostituito dal padre di Violaine che porta in scena la fanciulla morente. Per la versione Dullin confr. Claudel “L’annonce faite à Marie” Collection Folio- Gallimard- Paris 1940. Per l’originale: Claudel “L’annuncio a Maria” Rizzoli Bur 2001)

La realtà non era sufficientemente “realistica” per un giullare tanto scaltro! E così hanno  tagliato  la   mia   scena!  Lo credereste, amico   mio?  Superfluo!  Eliminato!  Ridotto ad apparire solo al prologo e poi a sparire nel nulla!”

– “Per questo sta lasciando il teatro alla fine del prologo?”- chiese Alessandro, sentendosi protagonista di un sogno angoscioso.

– “Ovvio, ovvio! Perché dovrei rivederla soffrire le pene che io le infersi? Perché rinnovare il  mio tormento,  per giunta ascoltando le sue stesse parole pronunciate da un’altra bocca in modo tanto diverso, troppo diverso?”

Salirono sulla vettura in attesa e, non appena Silvia li raggiunse, partirono alla volta di un bistrot poco distante.

La prima e unica confessione di Pierre ad un essere umano si svolse così in un luogo senza poesia, un locale anonimo di periferia con alle pareti le foto sbiadite di tanti attori del passato che vi erano transitati, reduci dalle serate nel vicino teatro. Sui vecchi tavolacci di legno erano stese pietose tovaglie di carta a pois rossi su fondo bianco, macchiate da piccoli cerchi rossi in corrispondenza dei punti in cui gli avventori avevano posato i loro bicchieri di “beaujolais nouveau”; i posacenere straripavano di mozziconi ancora fumanti; l’aria era greve, quasi irrespirabile, e il chiasso di alcune comitive di ubriachi rendeva ancora più sgradevole il contesto. Qui, e non a Carlos, come avrebbe desiderato per quel rapporto di filiazione che si era creato tra loro e che lui ora, proprio per evitare la confessione, aveva reciso, Pierre raccontò la sua storia, non tacendo nulla della sua pena, a un ragazzo sconosciuto che lo guardava incredulo con la bocca aperta come un bambino stupito.

Raccontò di quel maldestro tentativo di possedere un particolare, lui che era nato per l’universale; descrisse la sua mano tesa a cogliere il frutto proibito, colei al quale Dio aveva riservato un posto speciale, la Santa Giustizia: un tentativo sterile, stupido, da violentatore incapace perfino di nuocerle, tanto che il coltello, che teneva in mano più per fare coraggio a se stesso che paura alla ragazza, non le aveva fatto che una piccola, invisibile scalfittura al braccio, quasi un marchio di appartenenza e di condivisione. Rievocò la derisione della ragazza, che poi si mutò in perdono ed infine in compassione. “Povero Pierre!” Raccontò della malattia che lo colpì subito dopo, in forma lieve, tanto da ottenere dal vescovo la dispensa dall’isolamento ed il permesso di mostrarsi in pubblico e proseguire il proprio lavoro di interprete dell’unità del popolo, di costruttore di cattedrali, di genio capace di esprimere, dal di dentro della pietra, l’anima orante della stirpe umana. Colui che era stato chiamato a dar vita a luoghi di speranza era stato ora condannato all’estraneità, all’anormalità mostruosa: “uomo del dolore”, dietro un’apparenza di “uomo di successo” rispettato ed imitato da generazioni di architetti; egli non avrebbe più potuto amare né essere amato, non avrebbe mai potuto fare “il disegno di un forno o d’una stanza per i bimbi” (*Claudel: “L’annonce faite à Marie” prologo)

 

Raccontò infine dell’ultima condanna, quella alla perennità, che fece seguito proprio a quel gesto pietoso di sepoltura che era toccato a lui, perché solo lui, lebbroso, poteva toccare il corpo di una lebbrosa. Come al contatto lieve con la mammella della vergine Violaine la singola goccia di latte aveva potuto ridare la vita alla bambina morta, ( Claudel: “L’annonce faite à Marie”  atto III scena III), così il suo sollevare il corpo della fanciulla dalla fossa dove era stata uccisa gli aveva dato vita per sempre, rendendo latenti gli effetti della malattia, annullandone le conseguenze sul suo corpo, senza eliminare però il pericolo del  contagio per il  prossimo.  Da  allora  egli  vagava  per  il  globo assumendo identità diverse, nascondendosi e nascondendo la propria infermità e nel contempo vivendo una splendida vita pubblica di architetto celebrato in ogni parte del mondo, desideroso solo di quella pace che gli era stata tolta: la pace del perdono, del silenzio, della notte.

“Violaine!” Come sospirò a questo nome, con quanto amore lo pronunciò! Alex era profondamente commosso e con la semplicità dei folli compativa l’amico, incurante dell’assurdità del racconto fattogli in quello squallido bistrot da un personaggio di teatro! Costui era più uomo di qualunque altro uomo che Alessandro avesse mai incontrato e, come lui, tendeva all’assoluto, seppure in maniera tanto diversa. Portava in sé un dolore secolare, eppure esprimeva tutta la speranza costruendo case alla divinità nascosta che non gli si era più rivelata (mai più da quando Violaine era morta) con la semplicità di un canto d’angeli sopra il suo capo. Gli era rimasta la santità, quella santità che è fare la volontà dell'”Altro da sé” con prontezza, rimanendo al posto che gli era assegnato, svolgendo il compito che gli era stato destinato, gridando nel contempo al cielo muto, dai campanili delle sue cattedrali, tutto l’amore e tutto il bisogno che gli infiammavano il cuore. Solo davanti al mistero, muto dinanzi al silenzio.

Pierre raccontò anche di quegli ultimi tempi e di tutte le novità che gli facevano presagire la possibilità di un cambiamento: gli si inumidirono gli occhi pensando ai “suoi” ragazzi, lasciati ad Amsterdam con la promessa di un ritorno che invece non sarebbe mai avvenuto, visto che sarebbe partito all’indomani per il Sudamerica. Era stato un piccolo sogno di normalità che gli era stato concesso, ma ora era più difficile per lui riprendere la vita di sempre. Raccontando di sé ad Alessandro si era liberato di un peso insopportabile: erano cose che non aveva detto mai a nessuno, e se lo aveva fatto ora, disse, era solo per ubbidienza, perché Silvia glielo aveva chiesto.

Ma chi era dunque Silvia?

Alessandro stava per chiederlo al nuovo amico, ma la ragazza lo precedette e lo richiamò al dovere di genero: lo spettacolo doveva già essere terminato e Laura li stava aspettando, probabilmente un po’ preoccupata, vista la sua scarsa dimestichezza con i soggiorni all’estero. Salutarono Pierre con un abbraccio e presero un taxi per tornare al teatro.

Nacque   così   il    pluripremiato   articolo   di   critica   teatrale destinato a rendere il nome di Alessandro Morlacchi celebre in tutta Europa. “Incontro con Pierre de Craon” (considerato ovviamente da tutti come una geniale opera di fantasia) fu tradotto in varie lingue e pubblicato nella stessa Francia ed ha fornito lo spunto per il celebre volume “Pierre, uomo del dolore” nel quale Alessandro Morlacchi, oggi stimatissimo collaboratore dei maggiori quotidiani e vero luminare della critica teatrale, ha ricostruito, in forma di romanzo, la storia del santo lebbroso.

L’ho rivisto pochi giorni fa, un po’ ingrassato nel fisico, ma intatto nell’ardore della ricerca e nell’entusiasmo. Vive tuttora con Silvia, in un villino in riviera affacciato direttamente sul mare. La sua vita è più semplice di quella di un tempo, più regolare nello svolgimento ed egli si è fatto più saggio, più accorto: vaglia ogni cosa aderendo con semplicità solo a ciò che è coerente con l’avvenimento accadutogli; ha quasi paura, a volte, che il miracolo possa scomparire e di questa fragilità, che io amo perché me lo rende tanto contiguo, si vergogna profondamente. Io sono l’unico con cui si confidi, e questo perché parlando con me, suo indegno collega, una sera gli sfuggì quell’accenno a Silvia da cui fu indotto ad aprirmi il cuore (eravamo ai tempi del loro primo incontro). Ora, che è uno stimato professionista cinquantenne e che per casa gli scorrazzano due marmocchi che sono il ritratto della sua dolce compagna, il ritrovarsi sulla terrazza della sua villa a ricordare il passato e raccontarci ciò che scopriamo del grande disegno esistenziale è diventata una piacevole consuetudine cui non potrei rinunciare. Non c’è dubbio che, dall’incontro con Pierre, Alessandro sia stato trasformato radicalmente: nella sua vita il miracolo è diventato normale. Credo che sia l’uomo più vicino a Dio che io abbia mai conosciuto, eppure non si respira accanto a lui un’aura d’eccezionalità: sta al suo posto, compie il suo dovere, che gli sia chiesto di rimanere dov’è o di cambiare, con prontezza e amore, con un’adesione totale a tutto ciò che i suoi occhi profondi vedono ed accarezzano.

Che Dio lo benedica e lo accompagni, insieme alla sua sposa. M.

Pierre tornò in albergo completamente sconvolto: non avrebbe creduto possibile veder ricomparire l’amica, né che un mortale avesse potuto ascoltare la sua storia senza stupirsene e anzi mostrando di capire le sue ragioni come quel ragazzo aveva fatto. Egli, decidendo di rivelarsi, aveva ubbidito all’autorevole richiesta di Silvia, ma dentro di sé qualcosa lo rimproverava di non essere stato abbastanza prudente, perché ora un suo simile sapeva la verità e avrebbe potuto agire contro di lui e contro i suoi ragazzi. Questo pensiero non gli dette tregua per tutta la notte ed ebbe un bel ripetersi che se Silvia gli aveva chiesto ciò significava che quel ragazzo era stato “scelto” da lei per un compito particolare e da lei stessa a questo preparato e che quindi egli non aveva alcuna responsabilità! L’aver rotto quella regola del silenzio che era stata per lui ferrea, era equivalso a rimettere in discussione tutta la propria ordinata sopravvivenza che proprio su questa regola era organizzata!

Ripensò all’amico, al figlio abbandonato con l’inganno e alle sue parole profetiche; davvero lui non si era perdonato e si era da solo dannato a questa perennità senza significato apparente? Se fosse stato così, ecco!, lui si sarebbe ora posto in ginocchio ed avrebbe chiesto la pace al buon Dio, dandosela prima lui stesso e riconciliandosi con quella parte di sé che non aveva mai potuto accettare e con quel gesto irredimibile. Lui, il vergine, partiva per un nuovo viaggio, chiamato in uno sperduto villaggio del Sudamerica a ricostruire una chiesa distrutta da un’alluvione; si era di nuovo preparato la successione: qualche decennio lontano da tutti e poi la ricomparsa come nipote o figlio di se stesso, secondo un copione ben collaudato. Ma questa volta era differente, perché non avrebbe potuto tagliare del tutto i ponti con la sua “esistenza” precedente. Essa aveva lasciato tracce differenti dal solito, tracce umane: un figlio, una famiglia, cui non avrebbe potuto fare a meno di scrivere e forse di telefonare. Calcolando di non aver bisogno, per vivere in Sudamerica, di grandi somme di denaro, aveva creato dei fondi intestati ai suoi ragazzi, tali da permettere loro di vivere agiatamente tutta la loro esistenza. Per sé aveva tenuto il necessario. Quando salì sul volo per Santiago, non aveva ancora nessuna percezione di ciò che gli sarebbe accaduto di lì a poco in Cile.

FINE NONA PUNTATA

la prossima puntata Sabato 16 Settembre

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Marcello Lippi.

Baritono. Nato a Genova, si è diplomato presso il conservatorio Paganini; e laureato presso l’istituto Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), Napoli (Carmina Burana), Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Milano ( Adelaide di Borgogna), Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Verona (La vedova allegra), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Savona (Medea, Il combattimento, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito a Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Wien (La Calisto), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi),  Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
 
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo. Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra. Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: ha appena terminato il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Cavalleria rusticana di Mascagni, Traviata di Verdi, Don Giovanni a Pafos, Tosca, Rigoletto e sarà presto impegnato in altre importanti produzioni estere ed italiane come Jolanta e Aleko. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara e ora a  Rovigo
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, per esempio Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica ed in moltissime città italiane.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Rigoletto, dramma rivoluzionario    2012; Alla presenza di quel Santo   2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimaner…   2006;  Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione   2006 e 2013; La favola della ”Cavalleria rusticana”   2005; Un verista poco convinto  2005; Dalla parte di don Pasquale  2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa  2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra  2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor        2015; Da Triboulet a Rigoletto   2011;  Editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa.
Ha pubblicato  “una gigantesca follia” Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS. Nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. E’ iscritto Siae ed autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola; Entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa. Dargomiskji Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa

 

 

 

 

 

 

Redazione Cultura

la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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