Bufere à gogo per Trump: un bambino alla casa Bianca?

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“Usque tandem, Donald?” verrebbe da chiedere a Trump. Fin dove (e fin quando) potrà andare avanti lo “show” di colui che dai media sui entrambi i lati dell’Atlantico viene ultimamente descritto come un bambino che si è trovato alla guida dell’Occidente.

Mentre una nuova bufera si è scatenata sulla testa Del presidente USA, accusato di aver rivelato alcuni top secret dell’intelligence israeliana durante il suo recente incontro con il Ministro degli Esteri russo Lavrov – e dopo averlo negato, Trump ha ammesso di averlo fatto, perché, secondo lui ne aveva “il diritto” – continua infuocata la polemica su quanto è avvenuto la settimana scorsa, a dir poco intensa per The Donald, ma anche per il sistema politico americano in generale.

Il licenziamento in tronco di James Comey, il capo dell’FBI, definito da The Donald come uno “showboat”, ossia un fanfarone esibizionista, ha dato il via a una serie infinite di polemiche e di attacchi, visto che al di là delle contraddittorie giustificazioni del presidente, la vera motivazione dietro la destituzione di Comey è stato il suo voler approfondire le indagini sul Russiagate. Inevitabilmente rispunta più che mai la parola impeachment e si fanno delle analogie tra Nixon e il suo Watergate e Trump e il suo Russiagate, anche se, obiettivamente, sono due situazioni completamente diverse.

A complicare la polemica è appena uscito un articolo del New York Times che accusa Mike Pence di aver mentito spudoratamente sul licenziamento di Comey vendendo alla stampa la versione per cui era stato Rosenstein, il vice Segretario alla Giustizia a suggerirlo, mentre, in realtà, era proprio Pence a far parte della piccola squadra che aveva preparato la destituzione. Questo è grave, soprattutto se si pensa che, in caso estremo di impeachment, automaticamente, il posto di Trump sarebbe preso proprio da Pence.

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Bisogna anche notare che il Russiagate potrebbe anche andare oltre l’accusa specifica di aver ottenuto un aiuto indiretto da parte di Putin per vincere le elezioni. Si parla anche di legami organici tra Trump e i suoi interessi d’affari e la mafia russa in vaste operazioni di riciclaggio per milioni di dollari.

A questo riguardo, sta ottenendo una diffusione virale un documentario olandese che porta avanti un’indagine approfondita dei rapporti tra Trump e la malavita non solo russa, ma di altre ex-repubbliche sovietiche. Troverete un link al documentario alla fine dell’articolo. Ma c’è anche chi critica il Partito Democratico per concentrarsi troppo sul Russiagate (su cui, tra l’altro, non esistono, ad oggi, prove certe), mentre il vero contenzioso è la politica sociale che proprio la settimana scorsa ha proposto un taglio di 800 miliardi di dollari alla sanità e al welfare.

Al tempo stesso è importante sottolineare che l’opposizione a Trump non viene solo dai democratici, ma anche dai una parte dei repubblicani che, sempre la settimana scorsa, hanno bocciato, seppur per pochi voti (responsabile di rilievo John McCain), uno dei tanti tentativi trumpiani di smantellare la legislazione di Obama a favore dell’ambiente.

Parla di questo a YOUng Stefano Luconi, docente e ricercatore di Storia degli Stati Uniti presso l’Università di Firenze.

L’INTERVISTA:

Alla fin fine la destituzione del direttore dell’FBI Comey si è rivelato un boomerang per Trump…

Sì, infatti Trump si aspettava l’approvazione dei democratici che avevano il dente avvelenato con Comey per la questione delle mail della Clinton, ma invece i democratici hanno poi visto Comey positivamente per le sue indagini sul Russiagate e hanno cercato di rivendicare l’indipendenza dell’agenzia investigativa federale dal potere esecutivo.

Perché in realtà, al di là delle varie giustificazioni e contraddizioni è stato proprio il Russiagate a spingere Trump verso questo licenziamento.

E’ stata la richiesta di nuovi fondi al Dipartimento di Giustizia per le indagini sul Russiagate da parte di Comey che ha spinto Trump a fare questa mossa.

Ma non esistono a tutt’oggi delle prove tangibili sull’intromissione russa nelle elezioni presidenziali.

No, e l’insistenza dei democratici perché continuino le indagini è una mossa principalmente politica: è come se non avessero accettato la loro sconfitta che in realtà si sono cercati loro stessi.

Si continua a parlare di possibile impeachment: come funziona esattamente?

L’impeachment, cioè la messa in stato di accusa del presidente, è un procedimento legale intrapreso dal Congresso. L’iter è avviato dalla Camera, che formula le imputazioni, ed è il Senato a processare e giudicare il presidente, eventualmente disponendone la destituzione se lo ritiene colpevole.

Ma storicamente parlando non c’è n’è mai stato uno.

Nel caso Watergate fu Nixon a dare le dimissioni prima del voto del Senato, quando si accorse che c’era la maggioranza per rimuoverlo dalla carica, mentre nel caso Lewinsky il Senato assolse Clinton. Nel 1868, Andrew Johnson, il primo dei tre unici presidenti sottoposti a impeachment, si salvò dalla destituzione per un solo voto.

C’è una critica da sinistra al Partito Democratico secondo la quale questo invece di concentrarsi sul Russiagate dovrebbe concentrarsi di più nell’opporsi a Trump per le sue politiche sociali.

E’ una critica valida. Il nuovo budget proposto da Trump per il 2018, che toglierebbe ben 800 miliardi di dollari alla spesa pubblica per sanità e welfare, potrebbe essere il vero cavallo di battaglia dei democratici.

Anche perché questa riduzione delle spese sociali avrà come effetto collaterale una pesante riduzione delle tasse per le corporation e per i ricchi.

Appunto e questa è un’iniziativa che va contro certi valori della tradizione progressista democratica.

Ma anche sul fronte repubblicano permane una certa relativa fragilità dell’amministrazione Trump: è appena stata bocciata al senato, proprio grazie ai repubblicani, l’iniziativa per eliminare una legge di Obama per la protezione del demanio pubblico contro i danni ambientali.

Questo è un segnale e infatti la nuova proposta di legge di Trump sulla sanità volta a eliminare l’Obamacare, passata per un solo voto alla Camera dei Rappresentanti, potrebbe non passare al Senato.

Però nonostante tutta questa opposizione quasi bipartisan e nonostante un tasso di approvazione al 35%, assai basso per i primi mesi di una presidenza, Trump continua ad avere l’appoggio dello zoccolo duro dell’elettorato che l’ha portato al potere?

Continua ad averlo perché permane l’immagine populista di un presidente che vuole distinguersi dall’establishment tradizionale di Washington, mantenendo la promessa di restituire il potere al “popolo americano”, reiterata nel discorso d’insediamento.

E’ ancora forte l’opposizione a Trump da parte dei tanti attivisti al di fuori dei partiti?

Va avanti sì, ma bisogna capirne i limiti: alla fin fine quella che conta adesso è l’opposizione nel Congresso.

Quindi cosa dovrebbe succedere?

Il Partito Democratico dovrebbe presentare dei candidati che facciano veramente da portavoce all’insoddisfazione di quella parte dell’elettorato che attacca Trump dalla strada e non insistere su certe posizioni moderate.

D’altra parte Trump stesso, con le sue mosse, sembra voler spezzare quell’equilibrio dei poteri alla base della costituzione USA.

Certo: è indicativa la sua tendenza a procedere a furia di decreti esecutivi invece di fare delle proposte di legge da passare al vaglio del Congresso.

C’è poi stato l’aumento delle pene, introdotto dal Segretario per la Giustizia Session, per l’uso di droghe leggere e si sa che, statisticamente, questo sarebbe a svantaggio soprattutto degli afro-americani.

Sì, ma questo, bisogna ammetterlo, rappresenta un trend già cominciato con le amministrazioni precedenti che viene semplicemente portato avanti.

Sembra essersi concluso in qualche modo il conflitto tra Steve Bannon, consigliere di Trump, e Jared Kushner, suo genero.

Si è concluso con un compromesso: Bannon si è ritirato dagli affari esteri, anche per pressione dell’establishment militare, ma rimane la sua influenza in politica interna, da posizioni tuttora razziste, xenofobe e suprematiste.

In politica estera, dalla Siria all’Afghanistan alla Corea Trump continua a sorprendere per le sue iniziative estemporanee.

Credo che siano tutte mosse volte a distrarre l’opinione pubblica dai problemi che continua ad avere a livello interno.

Ma continua al tempo stesso una certa pressione sul fronte orientale della NATO in funzione anti-Russa attraverso nuovo dispiegamento di forze ed esercitazioni varie.

Anche qui c’è da domandarsi se non sia un modo per controbilanciare le accuse di russofilia che continuano a piovere sulla testa di Trump. Dopo tutto, per esempio, anche in Siria, nonostante il recente blitz su Shayrat, sembra rimanere un accordo tra Trump e Putin per tenere Assad al potere.


 

Documentario olandese sulle “amicizie pericolose” di Trump

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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