Francia: la parziale sconfitta di Le Pen e la fragilità di Macron

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Una delle legittime domande che ci si potrebbe porre dopo i risultati delle elezioni presidenziali in Francia è: ha vinto Emmanuel Macron o ha perso Marine Le Pen? La domanda può essere riformulata così: Macron ha vinto per i suoi apparenti meriti o perché era il solito “minore tra i due mali”?

In molti hanno infatti tirato un respiro di sollievo dopo che, come nelle recenti elezioni in Austria e in Olanda è stato stornato il pericolo di una vittoria dell’estrema destra populista, xenofoba e anti-UE. Già basta, si dice, avere un personaggio come Donald Trump alla Casa Bianca e mentre un’Europa già divisa e indebolita dalla Brexit non ha bisogno di una Le Pen alla guida di uno dei suoi membri più importanti-

E infatti uno dei punti di forza di Macron è stato propria la sua dichiarata posizione pro-UE, ma al tempo stesso egli rappresenta col suo chiaro centrismo una visione decisamente neoliberale rispetto agli sconfitti della sinistra. E non è una sorpresa se molti, proprio a sinistra lo hanno appoggiato in funzione puramente anti-Le Pen. Varoufakis con il suo DIEM25 lo ha sostenuto, promettendo però di andargli contro dopo la sua vittoria. Infatti secondo un sondaggio il 43% di chi lo ha votato lo ha fatto in funzione anti-razzista e anti-xenofoba, mentre solo il 16% lo ha fatto perché d’accordo col suo programma.

Bisogna poi aggiungere un dato cruciale: in queste elezioni si è registrato un tasso di astensione del 25%, il più alto dal 1969, mentre il 12% dei votanti ha consegnato una scheda bianca o nulla, un livello doppio rispetto al record sempre del 1969.

Insomma, al di là dalle proteste giovanili a Parigi immediatamente dopo la sua vittoria, non ci sarà necessariamente una luna di miele tra Macron e il popolo francese nella prima fase della sua presidenza e sarà interessante vedere quali risultati otterrà il suo partito, ribattezzato Republique En Marche, una forza politica senza ancora delle solide basi, nelle elezioni per il parlamento a giugno. Gli sconfitti – Le Pen, ma anche Melenchon e il Partito Socialista – a rischio di “pasokizzazione” (ndr riferimento al pesante ridimensionamento del Pasok, il Partito Socialista Greco) – tenteranno una rimonta e, pur essendo la Francia una repubblica presidenziale, potrebbero indebolire la reggenza di Macron.

Al tempo stesso, se la sinistra più o meno radicale, tanto per cambiare, si presenta divisa, anche il Front National, dopo la sconfitta, mostra le sue crepe: a parte il solito Jean-Marie Le Pen, padre di Marine, che continua a inveire contro la figlia che dal 2015 l’ha sbattuto fuori dal partito, si fa relativamente più agguerrita la nipote 22nne Marion-Maréchal Le Pen, partendo da posizioni più radicali rispetto alla zia leader.

Parla a YOUng del voto in Francia Andrea Mammone, docente di Storia dell’Europa alla Royal Halloway, University of London, con una specialità sui movimenti e i partiti di estrema destra. Secondo lui “pur avendo perso, l’affermazione del Front National rimane una sconfitta della democrazia in Europa”.

L’INTERVISTA:

La vittoria di Macron, anche se prevista, non era poi scontata…

Sì, ma francamente non pensavo che quelli del Front National avrebbero potuto vincere, anche se non pochi all’interno del partito pensava di potercela fare o perlomeno di arrivare almeno al 40%.

Comunque il 34% non è un risultato da poco.

E’ vero, ma molti speravano in quel 40% che avrebbe permesso di presentarsi più forti alle elezioni parlamentari in arrivo, con il presupposto di essere l’unica vera, solida opposizione a livello nazionale.

Dopo la relativa sconfitta sono partite delle critiche a Marine Le Pen dall’interno del partito.

A parte quelle prevedibili del padre fondatore Jean Marie, ci sono quelle, anche se ovviamente più velate, della nipote Marion, che insiste sull’importanza di puntare di più sui valori della famiglia.

Marion_Marécal Le Pen è più radicale della zia.

Diciamo che è più tradizionalista.

Cos’è che non funzionato nella campagna di Marine Le Pen?

Secondo me la sua performance nel dibattito finale con Macron non è piaciuta a molti.

L’attacco a Macron sui supposti conti offshore alle Bahamas, che tra l’altro le è costata una denuncia. È probabilmente stato visto come un po’ meschino.

Sì, soprattutto tenendo a mente l’ipocrisia di criticare pesantemente la UE e al tempo stesso prenderne i soldi per poi pagare i propri collaboratori che stanno a Parigi o chissà dove: un minimo di coerenza ci vorrebbe.

Comunque, al di là di tutto questo, il risultato del Front National non è da sottovalutare.

Oltre a rappresentare un grosso salto in avanti rispetto a quello che ottenne Jean Marie Le Pen, che non si spinse oltre il 19%, con quasi 11 milioni di voti rimane il risultato più notevole di una destra radicale nell’Europa del dopoguerra. Se si aggiunge questo all’affermazione della destra estrema in Olanda, si può dire che questi rimangono degli stravolgimenti epocali.

C’è anche da notare che la maggior parte dei voti per Marine Le Pen sono giunti dalla classe operaia.

Questa tendenza era data per scontata e infatti si è parlato di un “lepenismo operaio”: questi sono processi tipicamente occidentali, nati dal fatto che si ha una sinistra che ha in parte abbandonato la classe lavoratrice per inseguire altro. E non mi riferisco solo alla socialdemocrazia tradizionale, ma anche alla sinistra più radicale.

Come, specificatamente?

Beh, una parte dei sostenitori di Melenchon hanno votato per Le Pen al secondo turno: francamente li considero degli inetti. E inetti sono anche quelli che suggeriscono che è meglio l’astensione pur di non votare per uno come Macron per le sue posizioni neoliberiste e favorevoli a un’Europa con meno diritti.

Ma lei è d’accordo su queste critiche a Macron?

Senz’altro, ma una potenziale vittoria di un partito come il Front National con l’affermarsi di politica xenofoba e con una spaccatura dell’Europa accompagnata da un ritorno a una forma estrema di nazionalismo è forse meglio di un Macron? Credo proprio di no.

Questo atteggiamento a sinistra che lei descrive non è appannaggio della Francia.

No, lo troviamo anche in Italia, in Germania e in Inghilterra. Ci sono diversi intellettuali di sinistra che pur di criticare l’establishment finiscono per avvallare questa nuova forma di fascismo dilagante. Le critiche sono giustificate, ma dovrebbero essere accompagnate dalla promessa di un’alternativa concreta e migliore alla destra estrema e al ritorno dell’Europa al vecchio sistema degli stati-nazione. Messa così, in questo momento storico, la posizione che ho descritto è puramente fallimentare.

E c’è anche l’esempio americano che dovrebbe dirci qualcosa…

Certo: ora abbiamo un mezzo fascista stile Trump. Certo la Clinton non era il massimo e l’establishment democratico ha fatto un grosso errore a permetterle di competere con The Donald, ma possiamo ora dire che i poveri negli USA saranno meno poveri, per fare un esempio? Possiamo sentirci più al sicuro nei rapporti internazionali?

Quindi la sua critica è quella di intellettualismo a vuoto?

Fondamentalmente sì: mi attacchi un Macron a favore di una Le Pen? Allora devi garantirmi che poi la Le Pen se ne vada e venga sostituita da una vera sinistra alternativa. La politica è anche fatta di numeri e di quello che ci offre momento per momento. Ripeto: vai pure contro Macron, ma fallo dopo. Tra una società ultraliberale e una in cui il diverso viene gettato per strada, e con la possibilità che si affermi uno stato di polizia, per quanto mi faccia schifo, preferisco una società ultraliberale.

Si è osservato che almeno Macron non ha cercato, a scopi elettorali, di cavalcare certi temi populisti di destra, soprattutto in tema d’immigrazione, come avviene altrove in Europa.

Sì e questo è positivo. E nel dibattito finale ha fatto una giusta osservazione: se certi cittadini francesi di origine straniera, magari di seconda o terza generazione, si radicalizzano e minacciano il paese, vuol dire che qualcosa non va nella società che li accoglie. E’ una sana ammissione di colpa e un invito a cercare di capire insieme dove si è sbagliato.

Come vede il prossimo appuntamento elettorale delle legislative a giugno?

Ora come ora non è facile fare delle previsioni. Anche se c’è un sistema di voto maggioritario non è detto che la sfida sia di nuovo solo tra Macron e Le Pen. Non sappiamo cosa può succedere a livello locale. Pur avendo il Fron National stravinto in certe aree come Calais, il nord-est e nel sud, potrebbe anche finire con pochi deputati.

E sarà anche difficile prevedere i risultati del partito di Macron.

Sì, perché non dimentichiamo questo: è un partito che fino a poco fa non esisteva e che non è ancora radicato nel territorio. E poi anche se molti elettori delusi hanno votato Macron, rimangono non pochi deputati socialisti che hanno fatto un buon lavoro e che potrebbero essere rivotati. Ci sono infine i sostenitori di Melenchon e, naturalmente, quelli repubblicani post-gollisti. Si rischia insomma di avere un parlamento assai frammentato che indebolirebbe la presidenza di Macron.

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Andrea Mammone Le Pen Macron

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