Il grilletto facile dell’imprevedibile Psycho-Trump

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Ci risiamo, l’America si rimette a fare il gendarme del mondo (ammesso che abbia mai smesso di farlo, in realtà) attraverso l’intervento “umanitario” di Donald Trump, così preoccupato per i poveri bambini vittime del presunto attacco chimico a Idlib in Siria di qualche giorno fa: sì, quei poveri bambini siriani che, con i suoi famigerati Muslim Ban, proprio lui non vorrebbe mettessero piede sul suolo USA.

Ma prima che ci vada alla testa la rabbia per l’ipocrisia di un uomo che da quando è entrato alla Casa Bianca ha già fatto un bel po’ di vittime non solo tra i civili (bambini compresi) a Mosul e in Yemen, ma a quanto pare anche nello strike contro la Siria improvvisamente ordinato mentre intratteneva il presidente cinese Xi Jinping a Mar-a-Lago, guardiamo con calma i fatti e ragioniamoci sopra.

Innanzitutto, per citare per l’ennesima volta il New York Times, l’unica cosa prevedibile di The Donald è la sua imprevedibilità. Fino a qualche giorno fa aveva reiterato la sua non belligeranza verso Assad, riconoscendo, insieme alla Russia che, pur non essendo un santo, au contraire, è in questo momento una forza essenziale nell’arginare l’attacco dei vari jihadisti e qaedisti, più DAESH, che vogliono toglierlo di mezzo. Abbiamo capito: sì, Assad è un feroce dittatore (come al-Sisi, il presidente egiziano accolto a braccia aperte alla Casa Bianca la settimana scorsa), ma è il minore dei mali.

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Detto questo affrontiamo il discorso del presunto attacco con armi chimiche. Bisogna sottolineare la parola presunto. Può anche darsi che sia Assad che Putin ci prendano in giro quando affermano che in realtà l’attacco “chimico” sia stato un normale bombardamento contro i ribelli jihadisti che ha purtroppo colpito un deposito chimico dei jihadisti stessi. Bene, allora un motivo in più per portare avanti un’indagine politicamente neutrale da parte dell’ONU.

C’è da aggiungere, per la cronaca, che Carla Dal Ponte, membro della U.N. Independent International Commission of Inquiry on Syria ha dichiarato alla TV Svizzera che ci sono forti testimonianze secondo le quali sarebbero stati i ribelli a usare sarin contro le truppe governative.

Domandiamoci poi cos’avrebbe avuto da guadagnare Assad nell’uso di armi chimiche dopo aver da tempo consegnato tutti i relativi depositi alle autorità internazionali. Sembrerebbe una mossa politicamente suicida.

Allora c’è da chiedersi il solito Cui Prodet? A chi fa comodo questo repentino cambio di direzione da parte di Trump, che – un po’ come fanno i poliziotti americani che prima sparano e poi fanno le domande – ha deciso di premere il grilletto senza aspettare le prove definitive contro Assad?

Innanzitutto c’è un vantaggio in termini di politica domestica. Finora The Donald può vantare una presidenza piuttosto disastrosa. Non gliene andata bene una: dal Russiagate, al patetico fallimento in Congresso del Trumpcare, al blocco del Muslim Ban, per non parlare delle difficoltà nel mettere Gorsuch, il suo uomo di fiducia alla Corte Suprema (anche se appena superate con il colpo di mano della nuclear option).

Con questo attacco ha creato una bella arma di distrazione di massa, puntando anche sullo spirito patriottico della sua campagna (oh, yeah, let’s make America great again!). E naturalmente si è fatto degli amici non solo nell’establishment militare, ma anche tra tutti i soliti falchi “umanitari” che circolano tra le file repubblicane, ma anche, notoriamente, tra quelle democratiche. Qualche rara voce si è alzata in dissenso, facendo notare, en passant, che prima di lanciare i i suoi prodi Tomahawk, il presidente avrebbe dovuto consultarsi, legalmente parlando, con il Congresso.

Dettaglio: a quanto pare la desaparecida Hillary Clinton ha chiamato il presidente due giorni prima dell’attacco spronandolo a darci dentro contro l’aviazione siriana: sì, la stessa signora che aveva convinto l’”imbelle” Obama , nella sua funzione di Segretario di Stato, ad attaccare la Libia e spodestare Gheddafi).

Poi ci sono i vantaggi di breve termine a livello di politica estera. Con il suo attacco Trump ha voluto mostrare al suo (ex?) amichetto Putin che anche lui “ha le palle” cercando di metter paletti all’egemonia russa in Siria, e lanciando al tempo un messaggio all’Iran, altro sponsor del regime. Non dimentichiamo la posizione antagonista di Trump nei confronti dell’Iran Deal in sede di campagna elettorale.

Last but not least, forse non è un caso che l’attacco sia stato sferrato proprio mentre The Donald ospitava Jinping, col quale sembra aver minimamente ricucito dopo tanta retorica anti-cinese. Come per dirgli: okay, cerchiamo di andare d’accordo, però tenete alle redini il vostro alleato DOC, la Corea del Nord, perché quello che ho fatto ad Assad posso farlo anche a Kim Jong-un, che vi piaccia o no.

Naturalmente non dobbiamo sorprenderci di fronte alla lista di capi di stato che hanno avvallato il colpo di testa trumpiano, oltre ai “soliti sospetti” europei, dall’alleata di ferro May al buon Gentiloni (che da bravo bambino invoca “una soluzione pacifica”), passando per Merkel e Hollande. Cominciamo con l’”umanitario” Erdogan, che, dopo tutti i bocconi amari fattigli mandar giù da Putin negli ultimi tempi, non può che gioire di fronte ai guai in cui si trova il suo storico nemico Assad. E poi c’è ovviamente Netanyhau, che da un po’ di tempo si diverte anche lui lanciare anche lui missili contro la mai amata Siria. Aggiungiamo poi gli applausi provenienti da Arabia Saudita (che in Yemen sta mietendo vittime civili a go-go) e l’Egitto di al-Sisi, il dittatore comodo all’Occidente (o per dirla all’americana: “un figlio di puttana, ma il nostro figlio di puttana”). E c’è da scommettere che oltre ai vari jihadisti e quaedisti stanno gongolando anche i leader assediati di DAESH.

Ma andiamo al di là dello sdegno per l’ipocrisia, o perla latente incoerenza latente di Trump, lo pseudo-isolazionista, e vediamo le cose nel loro complesso. Nel pasticcio siriano, con il suo orrendo bilancio umano in termini di vittime e di rifugiati, a parte il feroce Assad, nessuno è totalmente innocente. La Russia ha i suoi ovvi interessi egemonici. E poi c’è l’inarrestabile rivalità tra Arabia Saudita e Iran. Aggiungiamo la tradizionale protervia israeliana e la smisurata ambizione del Sultano Erdogan e capiamo come in un Medio Oriente impoverito e ormai irrimediabilmente destabilizzato dalla recente politica USA (vedi Iraq e Libia, ma anche la Siria stessa), ognuno si da da fare per ottenere la sua bella fetta di torta. E quindi non dobbiamo sorprenderci se tutti i tentativi di giungere a un accordo duraturo, dai ripetuti incontri di Ginevra a quelli paralleli di Astana, siano finora falliti.

Il Segretario di Stato USA Tillerson e il Ministro degli Esteri Lavrov s’incontreranno a Mosca tra pochi giorni e bisognerà vedere se riusciranno a trovare un qualche compromesso che riesca a smorzare i venti di Nuova Guerra Fredda ora più forti che mai dopo lo strike trumpiano. Sì, perché i russi hanno appena avvertito che stavolta a Trump (il quale li aveva avvertiti dell’attacco) è andata liscia, ma che al prossimo giro non sarà necessariamente così. E intanto la nuova ambasciatrice USA all’ONU Nikki Haley è uscita dal Consiglio di Sicurezza annunciando che questo non potrebbe essere necessariamente l’ultimo strike.

Tenendo sempre a mente l’irrisolto contenzioso sul fronte orientale europeo (espansionismo NATO, Ucraina, Crimea, ecc.) c’è solo da sperare che non ci troveremo presto di fronte a una nuova Sarajevo o Danzica. I casus belli sono sempre, ahimé, facili da trovare quando la brace continua ostinatamente ad ardere sotto la cenere delle “buone intenzioni”.

P.S. Qui c’è il link all’articolo sulle dichiarazioni di Carla del Ponte sull’uso di Sarin da parte dei ribelli in Siria.

E per chi vuole “rinfrescarsi” con un po’ di humour c’è anche un video di Daily Show, che pur non mettendo in dubbio le presunte responsabilità di Assad per l’attacco chimico, prende in giro Trump per la sua palese incoerenza.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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