Lettera al presidente eurogruppo Jeroen Dijsselbloem, di Manuela Vigorita

il Presidente eurogruppo Jeroen Dijsselbloem
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Lettera al presidente dell’Eurogruppo Jeroen Dijsselbloem

Riceviamo e pubblichiamo volentieri la lettera aperta della poetessa e regista Manuela Vigorita.

Red. Cultura

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L’Europa delle donne e dell’alcol…..

Caro signor Dijsselbloem, mi preme scriverle a proposito della sua intervista che tanto scalpore ha destato ultimamente e di cui cito le parole riportate dall’ANSA :

 Durante la crisi dell’euro i Paesi del Nord hanno dimostrato solidarietà con i Paesi più colpiti. Come socialdemocratico do’ molta importanza alla solidarietà, ma hai anche degli obblighi, non puoi spendere tutti i soldi per alcol e donne e poi chiedere aiuto“.

Comprendo le sue motivazioni, il suo voler spronare, forse,  alcuni paesi dell’Unione Europea a mantenere gli impegni presi. Quello che mi preoccupa non è l’eventuale pregiudizio nei confronti  dei cosiddetti paesi del sud, da parte di una persona che ricopre il suo ruolo.  Mi preoccupa e molto leggere dalle sue parole un pregiudizio di gran lunga più grave, che mi riguarda direttamente.  Mi preoccupa quello che si legge dietro la metafora che lei ha usato per spiegare che in alcuni paesi gli aiuti comunitari vengono sperperati.

Le sue parole svelano un immaginario, una visione del mondo completamente cieca, limitata e ottusa per la quale i paesi sembrerebbero  composti solo da uomini, non in senso astratto, ma specifico: maschi. Maschi che vanno a donne e bevono alcol, invece di rispettare gli obblighi presi. Maschi che lei sceglie di provocare ed eleggere come  unici interlocutori e fautori delle sorti di milioni di persone.

Come se le donne non esistessero, come se io non esistessi.

Ebbene, mi spiace contraddirla, ma le donne esistono, io esisto. Nel senso che un paese vive e mangia e può permettersi di aiutarne altri anche perché metà della sua popolazione è composta da donne. Che lavorano, pensano, partoriscono, mettono al mondo, crescono figli e figlie come lei e come me, e senza le quali né io né lei esisteremmo.

So che questo a molti uomini fa spavento, detto così in maniera spudorata. Ma questa è una realtà. Anzi, è La Realtà  che la sua visione del mondo, e quella dei suoi esimi colleghi, non riesce e non può cambiare , pur coprendola di parole inadeguate e pericolosi sottintesi, retro pensieri (che poi, come le sue parole svelano, tanto “retro” non sono).

Mi rendo conto purtroppo che questa visione del mondo è condivisa, magari involontariamente, magari stupidamente dalla maggior parte degli uomini che si trovano in posizioni di rilievo in quanto a decisioni che coinvolgono tutti e tutte noi. E mi riferisco esplicitamente a uomini come Matteo Renzi che le ribatte “…si è lasciato andare a battute stupide – non trovo termine migliore – contro i Paesi del sud Europa a cominciare dall’Italia e dalla Spagna … Se vuole offendere l’Italia lo faccia al Bar Sport sotto casa sua, non nel suo ruolo istituzionale.”, o a Prodi che più sbrigativamente commenta: “Dijsselbloem? Ho percepito un senso di invidia…”. Maschi, appunto, che come lei colgono la palla per risponderle sullo stesso piano, cogliendo solo il senso di una offesa nei confronti di alcuni paesi del Sud, o rispondendo con una battuta proprio come si farebbe in un bar. Maschi come i  tanti giornalisti, televisivi e non, che nel nostro paese ne hanno parlato negli stessi termini.

Vede, il problema delle sue parole non è che creano una contrapposizione tra Nord e Sud Europa.

 Il problema è che metà della popolazione dell’Europa tutta sembra completamente assente dalle vostre affermazioni, dal vostro modo di concepire e interpretare il mondo e la storia e l’economia. Il problema è che, io credo, questa concezione del mondo ci sta portando, tutti e tutte, allo sfacelo, tra pantomime e giochi di potere di maschi che non sono in più grado di guardare oltre il proprio naso, i propri pensieri, i propri attaccamenti.

Concordo in parte con le sue parole, anche se forse non era questo che intendeva esprimere, con la sua convinzione che tanta responsabilità di quanto accade in Europa dipenda da maschi che ci rappresentano politicamente e che invece di occuparsi del bene pubblico vanno a donne e bevono alcol (ed entrambi ne abbiamo di sicuro in mente più di qualcuno). Maschi che mettono in piedi sistemi di potere inattaccabili, fanno leggi per autotutelarsi, pongono ormai da decenni le basi per trasformare la democrazia in oligarchia. E penso anche che ci siano molte donne offuscate e complici, che partecipano attivamente ai giochi di potere e alle guerre, altre incapaci di reagire o semplicemente indaffarate a fare altro finché possono, perché quei giochi non a tutte piacciono. Ritengo persino che ci siano tanti  uomini capaci di vedere meglio, di mettere a fuoco i punti nodali dei problemi che attraversiamo, molto meglio di lei o di Renzi o di Prodi.  Però non posso più sopportare personalmente che a governarci e a prendere decisioni che riguardano le nostre vite e il nostro futuro  siano persone che nella loro concezione di “paese” non riescono a tenere conto che le donne esistono, non sopporto più che questo passi sotto silenzio.

Le donne esistono , signor Dijsselbloem. Io esisto. E le dico, per quello che io vedo, posso capire e leggere dai fatti, in quanto donna, in quanto poeta, le dico che la crisi in cui l’Europa versa, e il mondo versa,  non dipende dalle relazioni tra Nord e Sud. Ma dal modo in cui la maggior parte dei maschi guarda e vive il mondo, da una incapacità di fondo di interpretare in maniera saggia e corretta (oserei dire felice)  la realtà. Un modo di pensare e agire che ci sta portando lentamente verso la catastrofe sociale, ambientale, culturale, economica. Come essere in un vicolo cieco, un labirinto che imprigiona gli stessi costruttori .

Esisto. E prendo in mano la penna, l’unica arma che possiedo, per combattere questo stato di cose. Per dire che provo molta rabbia e molta tenerezza per tutti gli uomini che non sono in grado di vivere e pensare se non in contrapposizione con altri. O  in guerra, simbolica o reale che sia. Come se la loro vita fosse un immenso gioco di Risiko. Maschi in grado e con maestria di lottare, di acquisire potere, di affermarsi con invidiabile sicurezza, gonfi di parole di cui perdono il senso come perdere spicci dalle tasche, incuranti del fatto  che ogni loro mossa, ogni decisione, ogni parola coinvolge milioni di persone, milioni di donne. E  la loro fatica, il loro quotidiano, persino la loro capacità di sperare. Dico che l’economia, la finanza, gli stati, persino i giochi del potere stanno in piedi perché a sostenere tutto ci sono milioni di donne che si occupano del sommerso, dell’invisibile. Dell’essenziale. Cose piccole, quotidiane, come la vita, come una mano tesa, come il cercare continuamente di tessere e mantenere relazioni che la vita la sostengono davvero, malgrado le parole,  le mosse giocate al tavolo del grande Risiko.

Non è un pensiero mio, e non voglio appropriarmene. Molti e molte sanno che a più riprese le donne sottolineano come tutta l’economia si regge sul lavoro e la fatica quotidiana non vista e non retribuita delle donne. Che proprio per questo hanno un loro sapere, un loro sguardo, un loro modo di vedere il mondo, unico, prezioso. Preziosissimo e solidale quanto e  più del sostegno e della solidarietà che il Nord offre al Sud.

Betty Williams , attivista Irlandese e premio Nobel per la Pace nel 1976
Betty Williams , attivista Irlandese e premio Nobel per la Pace nel 1976

Lo ammetto, c’è anche forse un dolore silenzioso in questo tenere in piedi la società letteralmente con il proprio corpo, le proprie mani, il proprio quotidiano senza che venga mai calcolato, valorizzato o semplicemente visto. Un dolore che non sempre riesce a trovare spazio ed espressione,  perché se il prezzo è entrare nel tavolo del Risiko, alle regole stabilite dai maschi, è un prezzo troppo alto, che farebbe noia e forse orrore. Non vale certo per tutte, e non per tutte allo stesso modo, ma quasi.

Vorrei infine raccontarle di un incontro anni fa a Roma, con Betty Williams, premio Nobel per la pace, che raccontò la sua storia e la sua lotta per la pace in Irlanda del Nord con migliaia di donne cattoliche e protestanti insieme. Era bellissima, solare, felice come chi sa di aver creato e sostenuto la vita insieme ad altre, a dispetto dei giocatori di Risiko. Rispondendo a una domanda del pubblico disse “Io spero che gli uomini prima o poi si rendano conto. Sono secoli che hanno in mano il potere e secoli che si fanno guerre. Potrebbero provare a farsi un po’ indietro. Potrebbero dire a noi donne:  bene adesso fate voi,  guidate un poco voi, provate a guidare e vediamo se il mondo cambia, magari prima che tutto sia distrutto”. Non so se erano queste le parole precise, io le ricordo così. E le ricordo sapendo che questo il gioco dei maschi non lo prevede (ancora), ma esisto e almeno lo dico.

Ecco. Non so quanto riuscirà a capire di quanto le ho scritto, ma in qualche modo le sono grata. Perché l’enorme fastidio che mi hanno provocato le sue parole mi ha spinto, forse follemente ma in modo concreto, a dire, a cercare spazio ed espressione in altro modo. Il mio.

Manuela Vigorita

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MANUELA VIGORITA
Manuela Vigorita
Manuela Vigorita
Nata a Roma,  nel 1965, poeta da sempre, regista di documentari dal 2000.
Fin da giovanissima, ha creato occasioni di incontro e rassegne letterarie con giovani poeti e scrittori, indirizzando la propria ricerca a sperimentare nuove forme di oralità poetica. Negli anni 90, con Natale Antonio Rossi, ha curato le pagine settimanale di Paese sera dedicate alla poesia e all’arte e la trasmissione radiofonica “Radiopetica per un’ora” in onda su Radio Rock. Si è laureata in Lettere e in Filosofia . Ha scritto e interpretato spettacoli di poesia e teatro collaborando con i musicisti Karl Potter, Angela Moscogiuri, Paolo Angeli, Francesca Pellegrini, Enrico Goldoni, il gruppo musicale Meczlà, la pittrice Cinzia Beccaceci e la regista Gianna Mazzini.
Al linguaggio audiovisivo è  approdata nel 2000, spinta dal desiderio di raccontare, con  Loredana Rotondo – dirigente Rai che letteralmente l’ha nutrita di fiducia-, la grandezza di Goliarda Sapienza, autrice scomparsa con (o per) il dolore di veder rifiutato da tutte le case editrici L’arte della gioia, il libro a cui a cui la scrittrice dedicò  gli ultimi dieci anni della sua vita, oggi  tradotto in moltissime lingue e in Italia da Einaudi, con un  successo imprevedibile, in parte grazie a quel documentario e al semplice tam tam di lettori e lettrici.
Ha lavorato in Rai  fino al 2010 come autrice e regista di numerosi documentari, soprattutto per la serie Vuoti di memoria, di cui L’arte di una vita, su Goliarda Sapienza, era il numero zero. Nel 2001, assieme a Loredana Rotondo e Gianna Mazzini, ha ricevuto la menzione speciale Minimum Prize dalla Fondazione Pistoletto per l’impegno di “trasformazione sociale responsabile nei campi dell’arte, della politica e della condizione della donna’ . Nel 2005 ha fondato con  altre professioniste la società di produzione indipendente L’Altravista, che ha realizzato documentari, mostre multimediali, eventi culturali.
Tra i suoi documentari, spesso frutto di una felice collaborazione con altre donne, ama ricordare Le rose del noir (Rai), su Annibale Ruccello, La rissa degli angeli (Rai), su Amelia Rosselli, L’imperdonabile, su Cristina Campo, L’amore che non scordo, storie di comuni maestre (Tvdays, Rai Cinema), La politica del desiderio (L’Altravista, Media Programme 2007-2013, Festival del cinema di Roma). Continua a scrivere e a girare documentari con tanta fatica, ma anche tanta passione.
Redazione Cultura

la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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