L’inconsapevole trinità – un romanzo di Marcello Lippi – seconda puntata

Settima Puntata de L'inconsapevole trinità o La cattedrale nell'Oceano. Romanzo di Marcello Lippi
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L’inconsapevole  trinità:  seconda Puntata del romanzo di Marcello Lippi.  Qui il link della prima puntata
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PREFAZIONE 

Scritto durante gli anni di permanenza in Cile dell’autore, questo romanzo racconta una storia affascinante e piena di colpi di scena, in cui agiscono fianco a fianco, secondo quella che è l’assoluta normalità nei paesi del Sudamerica uomini e spiriti, ninfe e personaggi letterari, tutti vivi di un’unica vita che da queste pagine prende corpo e significato. La vera protagonista è una donna, o meglio una creatura leggendaria della letteratura cilena, Osilas, la ninfa che oscilla (donde il nome) tra due mondi e che coinvolge, guida, illumina la vita dei protagonisti maschili. La sua voce è talmente potente e meravigliosa da muovere le onde del mare, il suo operare è benefico e potente per la vita di chi la incontra, siano esseri umani o personaggi letterari resi immortali dalla loro condizione e desiderosi invece di umanità. Il simbolo, il segno, le dimensioni dell’essere. La cattedrale nell’oceano è il racconto di tre vite, o non-vite, alla ricerca del significato del mondo: la prima attraverso la negazione della casualità e l’interpretazione estrema del reale come segno, la seconda attraverso la conflittualità dell’amore non corrisposto, la terza attraverso l’abbandono confidente ad un reale che supera i confini della normalità e ragionevolezza. Tre vite che si intersecano: quella di Pierre de Craon protagonista della pièce di Paul Claudel L’annonce faite à Marie , condannato per un gesto maldestro di violenza ai danni della giovane Violaine a peregrinare in eterno per il mondo con una lieve, ma contagiosa, forma di lebbra in corpo. Immortale perché personaggio di teatro, ma reale, più reale di altri personaggi, nella sua avventura fascinosa e ricca di sorprese, nel suo girovagare attraverso i secoli, maledicendo Dio per la punizione che gli ha inflitto, negandogli anche la redenzione, perché un reale tanto evidente nega la possibilità salvifica della fede; quella di un critico teatrale che, alle prese con un evento imprevisto e destabilizzante, il ritrovamento di una ragazza morente per overdose, si lascia coinvolgere, pensando a questo incontro come ad uno squarcio che deve spezzare la sua vita di prima e creare i presupposti per una nuova, nella quale gli si possibile intuire la ragione del suo esistere, operare ed amare; quella di un pensionato vedovo e solo che incontra uno spirito su una scogliera ed accetta di seguirne le indicazioni fino ad avere una nuova meravigliosa vita in Sudamerica accanto ad una giovane fanciulla. Cos’hanno in comune? Forse nulla, forse un mondo di sensazioni e verità che appartiene solo a loro e del quale Osilas, la creatura del mito andino che oscilla tra le due dimensioni e si coinvolge con l’esistenza di tutti e tre, possiede le chiavi. Il lettore è chiamato ad accettare in questa opera non solo l’operare congiunto di creature terrene, di esseri intermedi tra la dimensione della materia e quella dello spirito e di personaggi di teatro umanizzati, ma anche che i personaggi di una storia corrispondano a quelli dell’altra, che un personaggio possa essere nel contempo morto e vivo in uno sdoppiamento che trova le sue ragioni nel suo essere fortemente angelico e nel contempo simbolico.

Redazione Cultura

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L’inconsapevole  trinità

o

La cattedrale nell’ Oceano

ROMANZO di MARCELLO LIPPI

Seconda Puntata

 

4

Laura. Laura e i suoi occhi profondi, neri, che ti scrutano e ti attraversano, ai quali non puoi nascondere nulla. Laura e il fuoco che le brucia dentro e la divora.

Comparve all’improvviso sulla soglia della sala d’attesa, a stento trattenuta da un infermiere,  e  i  suoi  occhi si posarono su di me. Li sentii abbattersi sul mio capo chino. Stavo contemplando la lordura delle piastrelle del pavimento, immerso in considerazioni sterili  sull’insufficienza del gesto ad essere  segno, se  ad esso l’uomo non  dà il carburante della propria adesione, della  propria  razionalizzazione,  accettandolo  e decidendo  di  viverlo  fino  in  fondo con responsabilità, quando sentii  i  suoi  occhi  penetrarmi  nella  mente: mi sentii scrutato, vinto, condannato. Rialzai il capo quasi meccanicamente  e cercai di resistere, fissando lo sguardo in quell’inferno. Non udii nemmeno la sua voce, il suo grido:

– “Cosa le hai fatto?”.

Non sentii le parole  dell’infermiere che cercava invano di calmarla, forse di difendermi. Mi alzai. La fissai  negli  occhi, a lungo, senza sentire il dolore dei suoi pugni sul mio petto; guardavo le sue labbra tremanti di disperazione, le sue gote solcate da un fiume di lacrime…. guardavo!  Solo quando  i suoi occhi si distolsero dai miei per correre di là, da lei, mi resi  conto di quanto era accaduto e cercai di seguirla, di spiegarmi, ma l’infermiere mi arrestò:

-“La prego, almeno lei!”

Rimasi in  piedi  davanti alla porta della rianimazione, immoto, quasi spettatore della mia stessa vita. Quando Alex la vide tornare, capì subito; del resto era solo questione di tempo. Quello che  non  capì  fu  la  luce che vide negli occhi di lei, così differente dal fuoco che poco prima l’aveva quasi bruciato. Una calma profonda,  una  serenità  inattesa  si  era  impadronita di Laura e si rifletteva nei lineamenti del suo viso, ora più distesi. Tutto era compiuto.

– “Non  abbiamo  più  nulla  da  fare  qui: accompagnami  a  casa!”

Ubbidii come un automa. Non dissi nulla, nulla! Mi sembra impossibile, assurdo: mi lasciai fare ed accompagnai quella donna in silenzio per le scale, sostenendone un po’ il peso ed il dolore. Doveva avere poco più della mia età, lo  leggevo  da  certe  rughe sottili che le venavano il viso; la pelle era  scura, non avrei saputo dire se naturalmente o per effetto di un’abbronzatura, e gli occhi, neri, ma di una clarità impressionante, spiccavano, sotto due righe sottili di trucco molto discrete, come due fari: ci si poteva leggere attraverso, se te lo avessero concesso.

Non  le  chiesi  nulla;  sapevo  sin  da  quando la vidi che era sua madre: gli stessi lineamenti, la stessa gracilità, la stessa bellezza. Lei non parlò sino alla macchina.”

– “Ti prego, guida tu; non  mi sento di farlo.”

Alex prese  le  chiavi  e,  dopo  averla aiutata a sedere, si mise al volante.

– “Dove andiamo?”

Laura  gli  diede  l’indirizzo  e poi  tacque  per  un tempo che ad Alessandro  parve lunghissimo. Non piangeva, guardava la strada  e sembrava immersa in pensieri che a volte sembravano persino  lieti  e  le suscitavano un piccolo sorriso di tenerezza: stava sicuramente  ricordando  la figlia e fissando nella memoria tutto ciò che poteva, affinché il tempo non lo potesse rubare.

– “L’amavi molto?”

La  sua  voce  di  colpo  mi sorprese nei miei pensieri e mi mise a disagio; non ero pronto! Era l’occasione per spiegarmi, per dirle che non sapevo nemmeno  chi  fosse  sua  figlia, che non le avevo fatto nulla, che mi ero solo imbattuto in lei mentre tornavo a casa ed avevo chiamato i soccorsi……

– “Sì, moltissimo” –  risposi  quasi  senza pensare, sentendo subito una  strana  gioia  entrarmi  in  corpo –  “più  di  me stesso, d’un amore folle e senza limiti.”

Rassicurata  dalla  mia  risposta,  lei cominciò a parlarmi ed era come se la  sua  voce  venisse  da  una  parte diversa, lontana dal suo corpo.

– “Silvia   è   stata    una   figlia   meravigliosa,   dolcissima,  una sorella, un’amica…. certo,  sapevo del suo problema, ma come  aiutarla   a   venirne   fuori?  Io  stessa,   mi   vedi?,  non  sono riuscita  a  fare  della  mia  vita  nulla di  accettabile,  non   ho  saputo   nemmeno  darle  un  padre.  Povero  amore  mio,  hai pagato  per   colpe   non  tue…..tu   eri  innocente:   totalmente innocente!”

“Silvia”  ripeteva  Alex  nei  suoi  pensieri,  lieto di poter dare un nome a quel viso incantevole, a quella piccola  morta che era penetrata nella sua vita e se ne era impadronita.

– “La conoscevi da molto?”

– “No, solo da qualche mese!”- rispose Alex – ” Era  incantevole:  il suo sorriso mi dava una gioia infinita e i suoi occhi…..” disse pensando agli occhi di Laura.

– “Mi  sembri   un  uomo  a  posto, non  come  gli  altri  amici  di Silvia che ho conosciuto!”

– “Io l’ho amata, gli altri se ne sono serviti!”

– “Proprio  così:  serviti! Dunque  sei   tu   l’uomo  misterioso  di  cui mi aveva parlato, quello per  il  quale  si  era riproposta di  smettere con quella merda che si metteva in corpo; quello per  il quale non l’ho più vista da mesi”

– “Volevo sposarla!”

Alex  viveva  una  sorta  di  ebbrezza:  aveva  sempre sognato di avere una vita alternativa ed ora aveva l’occasione di crearsene una, inventandosela di  sana  pianta! La  fantasia  forgiava la realtà…. o era lui ad essere forgiato da una realtà più grande?

– “Sposarla?  Povero amico mio!  Silvia  era già sposata! Non te   l’ha detto?”

– “No!” – rispose Alex, fingendo sorpresa ed  afflizione – “E  con chi?”

– “Con  Massimo  Lonardi,  un  balordo:  per   amor   suo  aveva cominciato! E’ lui che l’ha uccisa!”

– “Non  importa!  Anche  se  non  mi  avesse  mai  sposato,  avrei voluto  vivere  con  lei  tutta  la  mia  esistenza: invecchiare con lei!”

Alex sentì la mano  di  Laura,  teneramente,  accarezzargli i capelli dietro la nuca e si concentrò su quel contatto, per gustarlo fino in fondo, come se fosse  Silvia  e  non  Laura  al  suo  fianco, come se Silvia fosse ancora viva, quella Silvia che lui non aveva fatto in tempo a conoscere. Laura  intanto  guardava  fissamente  la strada, quasi incurante della  tenerezza che dalla sua mano si trasmetteva a tutto il corpo di lui. Lo  carezzava  come  si  accarezza  un  bambino o un cagnolino: senza  dar  peso  al  proprio gesto, lieve di una levità a lui sconosciuta.

Era appena giunto alla conclusione che un  gesto,  come il suo  soccorrere Silvia, è pregno di significato, è illuminante,  è segno di  una volontà cui apparteniamo e quindi esige grevità, partecipazione, coscienza perché possa avere tutta la propria potenza, quand’ecco  che  un gesto ugualmente importante, capace di abbattere  un  muro  di  dolore  e  di diffidenza e di creare tra loro un’intimità impensabile fino ad un attimo prima, si rivelava di una leggerezza assoluta, di una naturalezza infantile e contraddiceva tutte le sue conclusioni!

Scosse la testa: in trent’anni non era stato capace di una sola intuizione  poi  rivelatasi  almeno presumibilmente vera. Tutti i suoi  studi  l’avevano  reso capace di  sincretismi  sconclusionati tra le varie opinioni di scrittori anche lontani  tra loro, ma  cosa  era suo nel suo stesso pensiero? Laura aveva il gesto dei semplici, il gesto dell’innocente! Dopo pochi minuti trascorsi ancora nel silenzio, immersi lei nei suoi ricordi, lui nei suoi pensieri, Laura fece  un  secondo  gesto potentissimo: posò dolcemente il capo sulla spalla di quello sconosciuto che stava guidando la sua macchina.

Lo fece senza calcolo, come se lo conoscesse da tempo e la confidenza lo rendesse normale. Parve addormentarsi.

” Sì! Ho fatto l’amore con Laura.

Era  naturale, perché tutti  e due lo desideravamo, nonostante le circostanze potessero renderlo mostruoso.

Tutto  ciò che abbiamo  detto  e  fatto da quando sono salito  in casa sua è stato solo un inutile prolungarsi  dell’attesa  di quel gesto potente che ci avrebbe unito per sempre, anche  se  non  ci  fossimo  mai  più rivisti. L’amore, l’amore fisico tra due sconosciuti, mossi da un bisogno e non da un ragionamento, resi pura azione, pura vita. Non ricordo una sola parola di quanto ci siamo detti, eppure abbiamo parlato come se ci conoscessimo da sempre, con sincerità, con  abbandono,  ma  solo  di come eravamo dentro, delle nostre aspirazioni,  dei nostri dubbi e certezze,  e lei era bellissima    nella   sua   maturità,   nel    suo   dolore,  nella   sua solitudine.

Sono entrato nel suo letto senza nemmeno sapere se avrei corso il rischio di essere sorpreso da un marito o da un amante, senza sapere nulla di lei.  Avevo  il  suo  corpo, avevo le sue sensazioni più intime, ma non il suo nome, né la sua storia. L’ho amata senza pensare al suo lutto, che ora era anche un po’ mio,  senza  alcuna considerazione sull’opportunità, sulla moralità e liceità  del  mio  agire, senza pensieri, libero fino in fondo di immergermi nel flusso della vita. Le  ho dato tutto il mio ardore, la mia tenerezza, la mia compassione e  non ho pensato un solo istante ad Anna!

Anna!!! Dove sarà ora?

Non  l’avevo  mai tradita ed ero sicuro che non sarebbe mai successo! Invece ora guardo il seno perfetto di una bellissima sconosciuta che dorme profondamente accanto a me, forse  in pace, forse nell’oblio momentaneo di sé e del proprio dolore, e la desidero e non mi importa nulla di Anna: Anna non ha nulla a vedere con questa donna, lei è in un altro mondo, in un’altra dimensione nella quale potrei rientrare tra un attimo o non rientrare mai più.”

Alex si alzò lentamente dal letto,  perché il suo movimento non disturbasse il sonno di Laura; sentiva uno strano torpore nelle membra e soprattutto nella facoltà di ragionamento, come se i confini tra il sogno e la realtà fossero svaniti ed egli oscillasse tra i due mondi con la prevalenza  di uno sprofondamento nella dimensione onirica, tanto tutto era sfumato, senza contorni, indefinito. Tentò di  recuperare  il  contatto  con  la  realtà sensibile, con la materialità alla quale sin da bambino era stato educato ad attribuire il valore di veridicità inconfutabile: aveva bisogno di toccare, di porsi in contatto con qualcosa che eludesse la tentazione  della  vertigine. Nel tenue chiarore  dell’alba che s’infiltrava da una fessura della tapparella, cercò un po’ a tastoni un  oggetto qualsiasi che potesse svelare qualcosa non su chi fosse la sconosciuta nel letto, ma su se  stesso,  su quello che era  diventato,  ora  che  il  legame  con  il  proprio passato  era reciso. Trovò dapprima un piccolo oggetto d’alabastro,  che  incontrò le sue dita dando loro  una  sensazione di gelo; non riuscì a  sollevarlo, non poté  stringerlo, solo  accarezzarlo  lievemente sentendo il sangue  che  riprendeva   possesso,  a  poco  a  poco,  dei  suoi  arti  superiori.

Non  distinse  la forma dell’oggetto, ma non gli importò: sapeva di essere vivo e  questo riaccese subitamente la coscienza e con essa il senso del tempo.

Quanto ne  era  passato? Ora che gli  occhi si erano abituati alla poca luce, cercò con ansietà  un  orologio  e  lo  vide  su una mensola:  un  brutto oggetto finto-barocco di quelli che si trovano a poche lire sulle bancarelle dei mercati dell’usato, ma aveva  una grande virtù: un quadrante fosforescente.

Di colpo realizzò che era molto in ritardo per il lavoro: che scusa raccontare al giornale? Gli sembrò naturale l’idea di sfruttare gli eventi notturni: avrebbe scritto un servizio sulla morte di Silvia, raccontando di avere passato la  notte  all’ospedale  e  tacendo il resto. Seguendo il flusso affannoso dei pensieri fece un gesto spontaneo di una gravità inaudita, un gesto che avrebbe sconvolto la sua stessa esistenza. Si impadronì furtivamente della  foto  di  Silvia  fanciulla  che  stava sulla credenza tra due vasi colmi di frutta finta. Se la lasciò scivolare nella tasca e si vestì in fretta e in silenzio.

Stava fuggendo?

Ed avrebbe mai  rivisto Laura, se  lei  non  si  fosse  svegliata  in quel momento e non  fosse comparsa  sulla  soglia  della  camera con gli occhi grevi di chi non avrebbe voluto ridestarsi?

– “Devo andare al lavoro.”

– “Torni ?”

– “Sì.”

La  baciò  sulle  labbra,  che  gli  parvero  stranamente fredde, e senza dire altro corse giù per le scale verso la sua nuova vita.

Laura  richiuse  stancamente  la  porta e tornò in camera, prese un sonnifero e si rimise a dormire.

5

Francesco camminava lungo il sentiero sassoso  sul  quale venti anni prima  posavano i binari della vecchia ferrovia, poi spostata  a  monte  perché  troppo a ridosso del mare. Amava quel sentiero, lungo il quale spesso soleva passeggiare meditabondo nelle dolci  giornate di  primavera e  d’autunno, quando aveva la gradevole impressione  di  rubare  all’inesorabile scorrere del tempo qualche raggio di sole quasi estivo, anticipando o prolungando il piacere intenso  che  gli  dava  la  stagione  più  calda.

Si beava  di quell’aria mai stantia, sempre in moto dal mare ai monti o viceversa, e di quella frescura marina che lo carezzava e riportava ai suoi sensi profumi lontani,  insieme a ricordi dolorosi o lieti. Queste memorie erano pur sempre gradite perché gli appartenevano, o meglio appartenevano a ciò che era stato, e quindi provava un autentico piacere quando una di esse riemergeva da quel mondo ignoto dove va a nascondersi tutto ciò che dimentichiamo, pronto poi a riaffiorare quando un codice segreto, un profumo o un colore lo richiama potentemente alla vita. A Francesco piaceva inoltre entrare nelle gallerie, ormai dismesse, che ogni tanto interrompevano il sentiero  e sentire quel freddo di antro e di viscere  della  terra  che  lo  colpiva  dopo pochi passi  e  gli  entrava nelle ossa dandogli una sferzata, una sensazione di vita e dolore  molto  intensa. Il suo corpo era così richiamato ad una selvaggia libertà dal dominio della mente alla quale lui non era abituato e che gli dava ebbrezza. Più s’inoltrava, più l’umidità  gli  metteva  voglia di affrettare il passo,  quasi  ad ogni istante presentisse il  pericolo di ignoti aggressori  celati  nell’ombra, lungo le pareti, in quelle nicchie che una volta servivano  di  rifugio  in caso d’incidente ed ora erano uno squallido deposito d’immondizie ed il regno incontrastato dei ratti. Era una sfida a questo  immaginario pericolo, come al freddo stesso che lo pungeva e sicuramente avrebbe nuociuto alla sua bronchite ormai cronica, sicché ogni volta si riprometteva di percorrere il sentiero esterno alla galleria, ma, ahimè, erano propositi vani ed ogni  volta  sostava davanti alla bocca nera del tunnel, quasi cercasse l’energia  necessaria  a  scansare la  tentazione  di  entrarvi.  Poi, con un sorriso di autocompiacimento, vi penetrava con il  batticuore  tipico  del  bambino  che commette una marachella e, una volta  dentro,  gustava  sulla pelle e nei polmoni    quell’umidità  così  nociva,  quell’odore  di  topo  e di  calce che gli faceva quasi chiudere le nari. Ah, il piacere della ribellione s’impadroniva di lui, che per quasi sessant’anni non si era mai saputo ribellare a nulla, mai, nemmeno di fronte ad un pensionamento ingiusto ed alle beffe dei colleghi del sindacato: “uomo di destra”- dicevano- “servo dei padroni!”

“Uomo di principi”- diceva lui, e lasciò la fabbrica a capo chino, senza mai  più  voltarsi a rimirarla, sapendo che la sua vita finiva in quel  punto e che nessuno mai avrebbe assunto un dirigente cinquantaseienne,  per  giunta bollato come nemico dei sindacati.

Francesco non era mai stato particolarmente devoto, né si era posto seriamente la questione se occorresse o meno  un impegno  con la fede che gli era stata insegnata sin da piccolo. Inoltre aveva sempre evitato per carattere qualunque tipo di coinvolgimento con persone o fatti che non lo riguardassero direttamente, toccandolo  nella sfera  degli  affetti  familiari  o nel portafogli. Era, se così si  può dire,  un  uomo  senza  colori, amante più del piccolo cabotaggio che delle traversate con il mare tempestoso. Ligio ad una morale fatta di comportamenti da osservare e di convenienze da rispettare che si era creata sin da giovane e che aveva rafforzato nel tempo, attribuendo quasi un valore esistenziale a piccoli riti di una metodica frammentazione dell’esistenza, si adoperò per far sì che le gioie fossero piccole gioie ed i dolori piccoli dolori, al fine di rendere la sua vita il più possibile uguale a sé stessa. Poteva così sentirsene padrone ed illudersi consapevolmente di averne il controllo.

Ora, in  una  mattina di lavoro come tante, passata al telefono per ottenere che le merci  fossero  recapitate in tempo ai grossisti ed a convincere nuovi  negozianti a lanciare sul mercato le immangiabili merendine per bambini che la sua ditta si  ostinava a produrre per la gioia e i profitti  dei  dentisti e dei  pediatri  in  generale, aveva sentito la voce concitata di un’operaia gridare nel corridoio della Direzione Ufficio Vendite e, siccome era raro che accadesse qualcosa in quel  noiosissimo ufficio, aveva sospeso il lavoro, come tutti gli altri, per  accertarsi dell’accaduto. Vide l’operaia, quasi in lacrime, lamentarsi del  fatto che tutti i crocifissi erano scomparsi dalle  pareti  delle  sale  comuni. La donna era visibilmente scioccata, come se il fatto, di per sé banalissimo, la toccasse in qualcosa di molto intimo e caro. Nessuno sembrava comprendere le ragioni del suo affanno: qualcuno sorrideva, molti la compativano, e più i loro visi si riempivano di quel vuoto sorriso di circostanza, più l’angoscia della donna aumentava e la sua voce si faceva rotta e disperata. Sentì allora, per la prima volta in vita sua, l’impellente necessità di eroismo che talvolta spinge l’”idiota” a compiere un gesto  sacro, da “innocente”, e non solo accettò  il  coinvolgimento, ma lo cercò deliberatamente. Si avvicinò alla poveretta e la prese a braccetto; la condusse al bar aziendale, dove si preoccupò che si calmasse e le diede la sua parola che avrebbe provveduto lui a riparare al misfatto. Considerava assolutamente stupida la questione e sproporzionata la reazione della donna, né il crocifisso aveva per lui alcun significato particolare: era un ricordo dell’infanzia  che lo lasciava tutto sommato indifferente. Però qualcosa gli rendeva insopportabile il fatto e non era il gesto in sé, uno scherzo amaro di poco dissimile da quelli tipici degli scolaretti che si rubano gli oggetti personali in classe: era l’idiozia ideologica che gli stava dietro; ricordava benissimo di aver ascoltato i commenti sguaiati di alcuni colleghi che sostenevano la  necessità di provvedere a che Cristo non facesse da testimonial politico durante le imminenti elezioni amministrative a favore di un partito di centro. No, questo era troppo stupido! Francesco credeva nell’esistenza di un Dio unicamente creatore, da qualche parte nell’universo, un Dio assente, un Dio indifferente che non gli aveva mai rivolto una sola occhiata e non lo aveva mai difeso dalla sofferenza;  ma non per questo poteva tollerare che fosse offeso chi invece una fede l’aveva! Quale bestemmia sarebbe stata maggiore del ridurre la divinità ad un traino per il successo politico di un candidato?  La stupidità dei suoi colleghi non valeva una sola delle lacrime di quella donna.

Lei credeva in qualcosa al punto da esporsi, da piangere e gridare in un corridoio affollato incurante delle risatine dei colleghi. Ai suoi occhi quella donna semi-sconosciuta divenne un’eroina, una santa, una Giovanna d’Arco. Non esitò!  Si presentò ai superiori e denunciò i colpevoli, che vennero ovviamente redarguiti severamente dalla cattolicissima Proprietà della ditta. I crocifissi tornarono immediatamente al loro posto, ma Francesco non trovò più il suo, o, meglio, fu talmente boicottato ed isolato dai colleghi che il suo rendimento lavorativo calò al punto da indurre la Proprietà a suggerirgli il pre-pensionamento.

Francesco accettò, più  per stare vicino alla moglie malata che perché  realmente  toccato  dai dispetti mafiosi dei colleghi e dai loro lazzi. Passato il primo momento di autocritica per quella che gli sembrava ora un’imprudenza fatta, si era adattato, visto che nessuno gli affidava neppure il minimo incarico, a far finta di lavorare ed a passare il tempo in ufficio vivacchiando tra una pausa-caffé, una lettura del giornale sportivo in bagno ed una lunga  meditazione  guardando  fuori dagli ampi finestroni del suo reparto. Stava subendo la più feroce delle punizioni: la condanna all’inutilità, cioè la sottrazione della dignità di lavoratore e di uomo. Col tempo  l’ostilità  dei  colleghi  si era attenuata, lasciando il posto anche ad una certa  pena,  ma  Francesco  non  aveva un solo amico vero, proprio perché  sosteneva  che le amicizie fossero fonte di problemi e fosse preferibile  evitare  qualunque  coinvolgimento con  la vita del prossimo; così non fece nulla per ricominciare almeno a scambiare qualche parola con i colleghi e si isolò in un mondo personale e desolato. Come una vittima predestinata porse volontariamente il capo al carnefice.

Fu quasi per gioco che un giorno decise di  andare a trovare un sacerdote e questo avvenne poco dopo il pensionamento, ancor prima che Carla morisse. Scelse  il  giovane  sacerdote  della parrocchia del quartiere e gli chiese, con un po’ di sfida nella voce, se avrebbe avuto il coraggio di confessare un ateo, la cui ultima confessione risaliva ai tempi della Prima Comunione.

L’altro rise e gli  indicò la scala che portava alle camere della canonica.

-“Venga su, davanti ad un buon caffè : ho l’impressione che non   sarà una cosa breve ed in casa mia corriamo meno il rischio di essere disturbati.”

Arrivati in canonica, gli indicò dove sedere e si mise a preparare il caffè:

-“Allora, cosa l’ha spinta a desiderare questo incontro?”

E  Francesco  raccontò la storia dei crocifissi, del suo intervento senza logica, perché da  sempre  lui  aveva  votato comunista e si definiva ateo, della sua regola di non immischiarsi, brutalmente contraddetta proprio nel momento più sbagliato.

-“E’ come  se  avessi  fatto  una  cosa  senza  rendermene  conto, qualcosa si  è  impadronito  di  me  ed  io  ho  dovuto  ubbidire, come  una voce, una spinta dell’anima, qualcosa di ineludibile,

di  decisivo! Ed un  attimo  dopo  mi  sono  chiesto  perché,  ma   ormai il pasticcio era compiuto!”

Don  Carlo  Romagnoni  lo guardò  attentamente,  lo  lasciò raccontare un’infinità di cose, lo lasciò piangere  descrivendo la pena di  vedere la moglie semiparalizzata nel letto,  il suo senso d’ impotenza, d’inutilità: lo lasciò sfogare.

Poi si alzò e, passeggiando per la stanza come per trovare nel fondo dell’anima le parole migliori, gli parlò di un Dio vicino agli uomini e misericordioso, del suo Spirito che agisce in tutti gli uomini, del suo impadronirsi di coloro che sono stati prescelti e che sono disponibili a divenire strumento di Dio in terra.

Gli parlò dell’Avvenimento, del fatto imprevisto  ed  imprevedibile che sconvolge un’esistenza, ridesta la coscienza in un preciso momento, in un punto preciso della parabola umana, che per ogni uomo è differente e dal quale è impossibile prescindere  se non seppellendolo sotto quintali di terra, se non necrofizzandolo, uccidendo così però la propria umanità.

-“Ogni  gesto,  anche  fatto  per  scherzo,  porta  dentro  di sé un barlume d’eternità, ma il Gesto, l’Avvenimento, come  fu  per  San Paolo  l’apparizione  di  Cristo  risorto,  è  uno  solo  ed  è  definitivo, perché è un gesto di Dio.”

Parlarono  a  lungo  e Francesco obiettò che secondo lui qualunque azione umana era un nulla, era  un  peto in una giornata di vento, altro che eternità! E lo pregò, invano, di non parlargli di Dio, perché lui non credeva, che diamine!, a nessun essere superiore, perché nessun essere superiore giusto e buono, come il sacerdote  gli  presentava, avrebbe permesso una tale crudeltà come quella di costringere sua moglie immobile a letto, ridotta ad essere poco più di un vegetale, capace solo di reazione, ma non più di azione.

Se  lui  era lì, era per cercare di capire cosa era accaduto sul lavoro, perché si fosse immischiato  nella  faccenda  dei  crocifissi, perché  avesse denunciato i colleghi; voleva ragioni umane, consigli comprensibili, e pensava che il sacerdote avrebbe potuto lasciar  da  parte per un momento la divinità, nella quale, diciamo la verità, sicuramente nemmeno lui credeva, anche se per il mestiere che aveva scelto era tenuto a dire il contrario.

Don Carlo ascoltò ogni obiezione e rispose pazientemente: il dialogo si protrasse a lungo, fino quasi all’ora della santa messa vespertina. Allora il sacerdote fu costretto a congedarlo, ma prima lo invitò ad unirsi ad un gruppo di persone della sua età, con gli stessi problemi di adattamento alla vita da pensionati.

Francesco scosse il capo, ringraziò e riprese la via di casa.

Si sentiva sconfitto, disgustato, deluso.

-“Possibile che nessuno sappia o voglia affrontare la verità di sé senza partire da una prevenzione, da un’ideologia che tenti di  spiegare la realtà sforzando i fatti contro ogni evidenza? Non esiste nessuna spiegazione  globale  della  realtà,  solo  un   ammasso   di  frammenti    inutili,  di   gesti   vuoti,  di   parole perdute. Questa è la verità! Ed io ho il coraggio  di  guardarla in faccia;  questa  è  la  vera  dignità  dell’uomo:  guardare  in  faccia  la   propria  miseria  ed   accettarla   con   nobiltà,  con stoicismo!”

Pensando  così  tra  sé e sé, ripercorse la  strada fino a casa: mai più  avrebbe  rivisto  quel prete e mai più ascoltato quelle chiacchiere inutili. Ancor meno si sarebbe  lasciato  coinvolgere  a frequentare un gruppo di pensionati depressi: gli faceva orrore solo il pensiero di ridursi a passare  i  pomeriggi  a  giocare  alle  bocce  o alle carte in uno squallido circolo parrocchiale!

Qual’ era l’ultima frase che don Carlo gli aveva detto sulla porta della canonica? Ah sì:

-“Dio non entra mai in una vita se non per  condurre  a   compimento la sua opera.”

Bella frase, totalmente vuota di significato!

Ed anche ammettendo che esistesse una divinità, che diavolo voleva da un pover’uomo come lui? Perché lo angustiava così, dandogli  la  penitenza  di una moglie invalida, di una pensione prematura, di un’inutilità sociale?

Lui  era  vivo, sentiva  in  sé la gioventù ancora bruciare e le urgenze che percepiva, le questioni che si poneva, non aveva alcuna intenzione di seppellirle con lo stordimento dell’oppio di una religione o di una filosofia. Voleva essere libero davanti alla realtà: senza alcuna influenza, fiero ed eretto come l’albero della nave in mezzo alla tempesta.

No, non era stata una buona idea andare a trovare don Carlo!

Si sentiva confuso più di prima, con strane idee nella testa, specialmente quella dell’energia dello Spirito di Dio!

-“Bah, meglio non pensarci!”

e si diresse deciso a casa al fine di giungervi in tempo per predisporre la cena per sé e l’inferma. Vivevano in una piccola casa: una  camera da  letto,  un salotto, una cucina, ed una camera in più, che in origine doveva essere  la  camera  dell’erede, poi, quando fu chiaro che avrebbero dovuto invecchiare senza prole, divenne  la “stanza degli ospiti”,  un  eufemismo per designare un ripostiglio dove ammassavano le cose più disparate, visto che di ospiti quella casa ne aveva visti ben pochi: solo, per qualche ora, qualche amica di Carla, fintanto che la malattia le aveva lasciato le facoltà intatte e la morte non aveva cominciato a diffondere il suo profumo, che emanava dal corpo ed impregnava ogni oggetto della stanza e  talora  dell’intera casa.

Da  allora  le  visite si erano molto rarefatte e la malattia si era molto aggravata, tanto che l’unico vero momento di lucidità Carla l’aveva quando, per un riflesso condizionato gridava: “Sei tu?”, sentendogli aprire la porta. Per il resto, rispondeva  reagendo  alle  sollecitazioni  del marito, ma tutto era meccanico, come se fosse una bambola parlante, come un vecchio pappagallo.

Così, per ovviare alla mestizia dei suoi monologhi travestiti da dialogo, del suo raccontare  bugie sui propri successi nel lavoro a quei due grandi, meravigliosi occhi vuoti, del suo inventarsi storie e personaggi che  le  narrava  infaticabilmente nella speranza che lei si ridestasse,  anche solo per un momento, prese l’abitudine di uscire, se il tempo lo permetteva, ed andare a passeggiare all’aria aperta, quasi sempre sul lungomare, nelle ore del primo pomeriggio, quando lei si assopiva.

Un giorno aveva scoperto il sentiero della vecchia ferrovia e quello divenne il suo itinerario abituale, perché gli permetteva di camminare  per  una mezz’oretta senza incontrare che qualche pescatore, categoria umana che non ama la conversazione e quindi non gli era di disturbo in alcun modo.

Si fermava spesso ad osservare il volo dei gabbiani o il frangersi irregolare delle onde sugli scogli: viveva ore liete su quel sentiero, ore di dimenticanza, di dissolvimento della  fatica; pensava molto e spesso  riteneva di aver scoperto qualcosa di importante su di sé ed il mondo. Decideva allora di scriverlo per ricordarsene, ma quel pensiero, quella intuizione erano più veloci dei gabbiani e quando giungeva a casa non si ricordava più nulla.

Perfino quelle rare volte in cui aveva portato con sé un foglio e  scritto sull’istante  la frase illuminante, quando, giunto a casa, la rileggeva,  trovava che avesse perduto tutta la genialità: era una stupidaggine, che,  fuori da quella situazione  che l’aveva generata, fuori da quel sentiero, perdeva ogni senso, ogni ragionevolezza.

Tanto  la  casa significava per lui fatica e noia, quanto quel sentiero era libertà, possibilità indisturbata di sognare, anelito di creare:  quante  volte  desiderò saper dipingere per fissare sulla tela la bellezza di ciò che vedeva!  Ma  non sapeva fare nulla, se non vendere merendine per bambini, ed ora nemmeno più quello!

Tre mesi dopo il pensionamento, la moglie Carla morì: la  trovò addormentata nel letto di ritorno dal fare la spesa e, siccome lei aveva il sonno leggerissimo, appena Francesco richiuse la porta dietro  sé e  non  sentì  la  sua  voce  chiedere “Sei tu?”, capì che qualcosa doveva essere accaduto.

Lei aveva gli occhi aperti, ma non sbarrati, e la bocca atteggiata ad un  piccolo  sorriso. Così  le  rimase  impressa  nella memoria:  sorridente e statica.

Egli soffrì molto per questa morte, moltissimo, a dispetto di tutti i propri studi sulla maniera di evitare la sofferenza; lo straziava particolarmente il pensiero di averle  troppo poco manifestato il proprio amore, di averle fatto troppa  poca compagnia ed anche di esserle stato infedele, alcune volte, quando  lei  era  ancora in vita.

Le parlava spesso, come se potesse sentire la sua presenza.

Dopo  la morte di Carla quel sentiero in riva al mare divenne il suo santuario, il luogo dove poteva parlarle, anche ad alta  voce: la vedeva ovunque,  e la vedeva viva,  non statica come  l’avrebbe rivista dopo qualche anno; era ancora viva, più viva,  come  se la morte l’avesse  ringiovanita. La vedeva nel mare, nel cielo, negli arbusti che pencolavano sulla scogliera, ne sentiva la voce, il canto di quando spensierata attendeva  alle  faccende domestiche e lo aspettava per fare all’amore.

Il sentiero della sua libertà si era trasformato in una via Crucis: ad ogni angolo un nuovo ricordo di lei viva lo colpiva  e  Francesco ne  rimaneva  allibito; come  aveva  potuto  dimenticare  tutti quei particolari?  Il  ricordo  di Carla era più vivo lì, in riva al mare, che  nella  loro casa, dove tutte le cose che erano state sue parlavano di lei malata e della sua sofferenza.  Qui no: questo  era il luogo del passato, dove lei, libera dalla schiavitù  delle  cose,  gli appariva giovane e sua, come non mai.

Fu in questo luogo che Francesco, in una mattina di sole dei primi giorni di aprile, ebbe quella che lui pensò fosse un’apparizione,   forse  della stessa Carla.  Appena  uscito  dalla  galleria  più lunga,  con  ancora  il  freddo e l’umidità nelle ossa, vide una giovane donna giù in basso, ancora ad una certa distanza. Era in piedi su uno  scoglio lambito dalle onde; ne vedeva la chioma nera e molto folta di una ragazza del sud e l’abito semplice: una camicetta sopra  un  paio  di  jeans; ma non ne poteva scorgere il viso.  Stava  eretta di fronte al mare ed ebbe l’impressione  che   cantasse: sentì, infatti, una voce appena accennata, frammentata dal vento, poteva  anche  essere  quella di un gabbiano; la sentì  penetrargli  nell’anima,  nella  quale si fece il vuoto: una sensazione di stordimento e di piacere intenso.

Cercò di  avvicinarsi. Ah!, come avrebbe voluto avere la gioventù di  un tempo: saltando di scoglio in scoglio l’avrebbe raggiunta! Invece, le sue membra gli permisero solo una lenta e faticosa marcia di avvicinamento  e quando arrivò a poter vedere lo scoglio da vicino, lo vide vuoto. Si sedette esausto perché aveva faticato sotto un sole impietoso, e disse, disperato, pieno di rimpianto e di nostalgia: “Carla!”. Scoppiò in un grande pianto liberatorio, il primo da quando l’aveva seppellita, che durò a lungo, finché un pescatore non lo notò e gli chiese se avesse bisogno di qualcosa.

Allora si rialzò, lo  rassicurò con un sorriso forzato e riprese la via di casa.

Il pensiero di quella visione  non  gli dette tregua per i giorni seguenti: era veramente Carla?  Era  un’apparizione o semplicemente una ragazza intenta a prendere il sole?

Seguirono tre giorni di maltempo e così fu impossibile dissipare il dubbio: ogni mattina Francesco scrutava il cielo e poi, con delusione, scuoteva il capo pensando cosa mai potesse averlo persuaso che quella fosse la sua Carla e non una semplice bagnante. Era stato quel canto, quel vuoto dentro di sé a persuaderlo che qualcosa di soprannaturale stesse accadendo? Fantasie? Sogni? Proiezioni di una sofferenza interiore? Alla fine cedette e tornò da don Carlo.

-“Eccola finalmente! Ce  ne  ha  messo  del  tempo  a  ritornare! Ma Dio non entra mai in una vita…”

-“Sì, sì, d’accordo!” – lo  interruppe Francesco -” Non  sono  qui   perché  abbia   ripensato   alle   sue   sciocchezze,  padre,  e mi  perdoni la franchezza, ma lei sa  come  la  penso! E’  accaduto

   un fatto nuovo.”

-“Si sieda!”

Francesco  raccontò della morte di sua moglie e disse al padre il motivo per  cui  quella  che  doveva  essere   semplicemente  una ragazza intenta a prendere il sole, gli era  sembrata la “sua” Carla: perfino quella camicetta, o per lo meno una molto simile, lei l’aveva indossata quando si conobbero da studenti. E gli  descrisse quel vuoto, dentro di sé, nel profondo dell’anima.

– “Lei  dunque ammette di avere un’anima!”- lo  interruppe don Carlo.

– “Padre,  non  ne approfitti subito per tirare acqua al suo mulino! Ho detto anima, ma potevo dire  psiche  o  subconscio.  Mi ascolti piuttosto: mi parve che quella  fanciulla  cantasse,  che

cantasse al mare.”

– “Nulla di strano, caro amico, nulla  di  soprannaturale,  ma  se anche fosse stata la sua Carla, perché meravigliarsi?”

– “Lei dunque, padre, crede ai fantasmi?”

– “Credo  che  a Dio nulla sia impossibile, come  anche  all’amore, visto   che   Dio   è   amore. Non  rimane  che  tornare  là  e vedere  se la  dovesse incontrare di nuovo.  Comunque,  anche

 se fosse  stata  solo una  ragazza   intenta  a  prendere  il  sole, Dio si è servito di lei  per  raggiungerla  di  nuovo.  E’  chiaro: vuole qualcosa da lei.”

–  “Cosa?”- chiese con un sussurro Francesco che ormai dubitava  perfino di sé stesso.

– “Lui  stesso glielo farà capire. Abbia pazienza e non si  opponga più.”

– “A cosa?”

Il padre si volse, sorrise e non rispose e Francesco uscì più confuso di prima. Perché era ritornato dal sacerdote? Quell’uomo sapeva parlare bene, lo stava plagiando, approfittava della sua debolezza, questo era evidente! Ma allora, perché lo aveva cercato? Si rispose che era l’unica persona che  lo  avrebbe ascoltato senza deriderlo e senza dargli del pazzo. Capì che, anche solo per questo, avrebbero potuto diventare amici.

Passarono  ancora  due  giorni di maltempo e di pensieri sempre più ansiosi, sempre più incerti tra le due ipotesi di quella visione che lo aveva così colpito, ed una mattina, finalmente, tornò il sole. Francesco si vestì in fretta e tornò al sentiero: questo era tutto  zuppo  della  pioggia  dei  giorni precedenti che la ghiaia non era riuscita a contenere.  La  galleria lo colpì con un’umidità insopportabile,  ma non desistette e non fece il percorso alternativo: puntò dritto allo  scoglio.  Esso  era vuoto, battuto   dalle  onde  violente   del   mare  ancora   sconvolto  dal maltempo dei giorni passati;  i gabbiani, infastiditi dal vento, lanciavano acuti richiami.

Si  sedette in alto, su una sporgenza del sentiero, dove un sasso fungeva quasi  da panchina per il ristoro dei viandanti, e si mise a fissare il mare. Poi, approfittando della completa  solitudine, alzò gli occhi al cielo e si mise a cantare.

6

A Francesco piacque così tanto questa strana esperienza  che  la trasformò  in  una  consuetudine  e,  se il tempo lo permetteva, si recava  al  sentiero non più per passeggiarvi guardando la natura, ma per cantare, seduto su una roccia, in fronte al mare.

Passarono così giorni e giorni, trascorsi cantando  sul sentiero della vecchia  ferrovia  vicino al mare. Non era un canto gioioso, ma era ugualmente consolatorio; tutte le canzoni che gli venivano in mente andavano bene. Ricordò perfino motivi di quarant’anni  prima:  spesso cambiava le parole, spesso stonava, ma cosa importava?

La  voce  non  si stancava mai e quando si fermava a riprendere fiato si sentiva libero,  come se ogni canzone fosse un episodio del suo passato che si staccasse  da  lui  per sempre e precipitasse nell’abisso di quello stesso mare che gli stava in fronte con i suoi riverberi dorati. Sentiva di  ripercorrere a ritroso tutto il  suo  passato; che, per qualche evento miracoloso, si stesse realizzando una rinascita.  Non  pensava  più, accettava con serenità di non sapere e di non capire più nulla: si sentiva vivo, di una vitalità incosciente e prorompente, fisicamente forte e giovane. Aveva una percezione  nuova  del proprio  corpo, non più solo per le noie che questo gli procurava quando doveva alzarsi da una poltrona o salire scale ripide! Ora lo  sentiva  vivere.  Si sentiva  vivere!  Assaporava  il vento sulla pelle;  gli odori dei fiori  che ornavano le rocce a strapiombo sul mare  gli  colpivano  le  nari  e  lo  stordivano; sentiva il proprio timpano vibrare al  canto  dei  gabbiani e la sua voce,  nel canto liberatorio, proveniva  dal centro del suo essere, come se tutto il corpo cantasse: ogni muscolo, ogni vena, ogni capello.

Non pensò più a quella misteriosa figura femminile. Finché, una mattina, non la rivide.

Era appena uscito dalla galleria, dando un’occhiata distratta ai titoli  principali  del  giornale,  quando  ebbe  l’impressione  che qualcosa si muovesse in prossimità del solito scoglio. Il cuore gli sobbalzò, il fiato gli mancò e la vista si  fece  incerta:  non così il suo passo che, dimentico dell’età, si fece rapido. Girò le due curve del  sentiero che lo separavano dallo scoglio, che era solo parzialmente  visibile dal sentiero stesso, e vide laggiù in basso uno zaino. Dal sentiero  non  si scorgeva altro, ma ciò che vedeva, e non era ancora  sicuro  fosse  lei,  era  senz’altro  reale: lui era ben sveglio, tutti i sensi all’erta, pronto a cogliere il minimo segno che lo sottraesse ai dubbi di quei giorni.

Si  sedette  sul  ciglio,  deciso  a non muoversi di lì, visto che tentare la discesa fino al mare avrebbe  imposto  salti  quasi da stambecco da una roccia all’altra. Vide una giovane mano spuntare e deporre sullo zaino una  magliettina azzurra, poi un jeans corto ed infine uno slip bianco.

– “Si sta cambiando”- pensò, e si sentì un po’ a disagio, quasi fosse un voyeur intento a spiare una ragazza intenta a spogliarsi.

Non  vedeva  se non quel braccio, ma era un braccio reale, né si era  mai  udito  di uno  striptease  fatto da  un fantasma, per cui sorrise di sé stesso, si autoderise ed autocommiserò.

A tal punto era giunto! Ed era andato  perfino  a parlarne a don Carlo! Fu in  quell’istante  che lei uscì dal nascondiglio ed andò sino  alla punta dello scoglio, laddove le onde potevano giungere a lambirne i piedi. Francesco trasalì.

Era completamente nuda e divinamente bella!

Si ritrasse per non  essere  visto, ma in modo da poter guardare: si appiattì dietro una roccia.

Lei non si girò intorno per vedere  se  qualcuno  potesse notarla, ma, incurante di tutto, si sedette con  le gambe  intrecciate  sullo scoglio e rimase a lungo immobile.  Mai Francesco avrebbe immaginato  di  assistere  ad uno spettacolo simile, mai avrebbe pensato  di sentirsi esplodere la carne dentro i pantaloni, di sentirsi mancare il fiato, di provare alla sua età una simile incontrollabile eccitazione. Quella ragazza non era Carla, non c’era dubbio, ma il fatto che  non  fosse  un  angelo  era ancora da dimostrare, tanta era la sua bellezza, una bellezza pura e giovane; nessun suo movimento  aveva  dato a vedere il disagio della nudità; sembrava fosse una creatura marina, una sirena, nulla di reale, nulla che Francesco avesse mai visto né pensato di vedere.

Rimasero  così  a  lungo:  lei immersa nei raggi del sole che l’avvolgevano  sullo  scoglio, lui con gli occhi fissi su di lei, eccitatissimo, incurante che qualche pescatore potesse vederlo spiare la ragazza come un maniaco.

Lei, finalmente, si rialzò, rivelando, sotto la cascata di capelli neri, un corpo assolutamente perfetto nella sua innocente bellezza. Alzò le braccia , fissando il  mare  in  lontananza,  e  cominciò  a cantare.

No, quello non era un canto umano, quella era la voce degli angeli! Nulla di simile era mai riecheggiato sulla terra!

Francesco  era  inebetito,  sconvolto;  quello cui stava assistendo contraddiceva  tutto quello che lui era sempre stato, stravolgeva ogni sua convinzione. E il mare rispose alla voce di lei, dapprima con un mugghio sordo e pacato, poi con onde sempre più alte, finché divenne  tempestoso, benché non ci fosse che una lievissima brezza, e prese a sbattere con violenza contro lo scoglio dove la fanciulla cantava una melodia sconosciuta a Francesco, dolcissima, vagamente orientale. L’eccitazione  sessuale  lasciò  il posto allo stupore, all’incredulità: a cosa stava assistendo?

Tutto il mare era calmo, tranne la zona vicina allo scoglio!

Si volse intorno,  ma  non vide nessuno; non c’era nessun pescatore che potesse vedere quello che lui vedeva. Il canto cessò ed il mare,  dopo  un  poco, si  placò ed era più azzurro e limpido che mai: dall’alto lui poteva distinguere le pietre sul fondo.

La ragazza si volse e riprese i vestiti posati prima sopra lo zaino: si rivestì con moti lenti, quasi senza togliere lo sguardo dal  mare;  si pose lo zaino sulle spalle e, saltando di pietra in  pietra,  si arrampicò fino al sentiero. Quindi si allontanò in direzione opposta a dove Francesco stava nascosto.

Il  suo  primo  pensiero fu di correre da don Carlo, ma Francesco sentiva la necessità di riordinare prima, se possibile, la propria mente. Rimandò al giorno dopo e camminò verso casa meccanicamente, senza pensare che a lei.

Sentiva  di  essere follemente innamorato di quella creatura, come se ella fosse apparsa  solo per lui, come se già gli appartenesse, come se la sua nudità, così disinibita ed esibita, la manifestasse automaticamente  disponibile  ad  una storia d’amore con un uomo maturo e solo.

– “E’ un angelo, un angelo!”-  furono le ultime parole che disse.

Giunto a casa, si spogliò e si coricò sul letto come faceva da ragazzo, con  lo sguardo sognante perso nel vuoto della stanza, totalmente preso dall’amore e dal mistero di quella fanciulla.

Le sue mani scivolarono lentamente verso il basso e cominciò ad accarezzarsi,  piangendo  e  gemendo come un  bambino,  finché  tutta l’eccitazione non lo abbandonò di colpo come un fulmine e cadde in  un  sonno profondo, il primo da quando Carla l’aveva lasciato. Rimase lì fino a mattina inoltrata e gli costò moltissimo alzarsi, come  dopo  una  sbornia feroce. La coscienza tardava a ridestarsi, gli occhi ad aprirsi, il ricordo a riaffiorare.

Si fece una doccia, respirando profondamente, ed uscì per andare alla canonica.

“Non  potrò  mai dimenticare il giorno in cui Francesco entrò come un ossesso nella canonica, mi guardò con occhi pieni di lacrime, chiarissimi, e, senza dire nulla,  mi  abbracciò tanto forte da togliermi il respiro. Sentivo le sue lacrime  calde  scendermi  giù per il collo.  Confesso che il mio primo pensiero fu per il collarino che la perpetua aveva appena stirato e che quest’uomo, nella sua furia,  stava  bagnando  e  stropicciando.  Quando  riuscii  a staccarmi  ed a  farlo  sedere, gli  offersi un  bicchierino di liquore, che egli rifiutò con gesto fermo, e mi sedetti accanto a lui.

-“Allora, amico caro, che succede? Ancora quell’apparizione?”

Mi  fissò con due occhi tanto supplichevoli da commuovermi profondamente, ma non rispose; dopo un attimo si  alzò  ed  andò alla  mia  scrivania,  da cui prese un foglio sul quale scrisse semplicemente:

            “Ho visto un angelo.

                        Sono diventato muto.

                                   Ora credo.”

Sulla  parola  “credo” era caduta una lacrima grande come una goccia di pioggia, che  aveva  sparso  l’inchiostro sul foglio tutto intorno.

A cosa pensai?  Forse il primo pensiero fu per un caso di pazzia, come  tanti ce ne sono nel mondo, perché, devo confessarlo, pur credendo  possibile  in teoria l’apparizione di un angelo a chiunque, sono, insomma, un  po’  restio  a  crederci  quando mi viene raccontato. Ma Francesco non era certo il tipo del fanatico religioso!

Mi  incuriosii  soprattutto  per  il fenomeno del mutismo, chiara reazione emotiva a qualcosa d’incredibile che quell’uomo doveva  aver  sicuramente visto e cercai di fargli spiegare, scrivendo, cosa fosse successo. Le  mani  gli tremavano e non poteva che scrivere  parole   sconnesse,   slegate  una  dall’altra, con una calligrafia sempre più incerta, mentre dagli occhi le lacrime scendevano ora senza alcun ritegno.

Lessi qualcosa come “scogliera-ieri-ragazza-nuda-canto-angelo”: tutto ciò aumentò la mia perplessità, specialmente il riferimento sessuale alla nudità della ragazza, ma  volli  indagare  se fossi davanti ad un caso di choc provocato da qualche impudica bagnante e dovuto alla recente vedovanza o se ci fosse qualcosa di diverso, di più misterioso.

Iniziò un strano dialogo nel quale io formulavo domande cui lui potesse rispondere solo scuotendo la testa per dire “sì” o “no”.

Gli  dissi che è consuetudine, benché nessuno di mia conoscenza ne abbia mai incontrati, ritenere che gli angeli non abbiano sesso e quindi non producano eccitazione alcuna.

Ma il suo sguardo si posò su di me con una tale intensità che ebbi lo strano disagio di sentirmi io il miscredente, come se i nostri ruoli si fossero invertiti.

Capii  che desiderava portarmi a vedere questa ragazza, che voleva un testimone, che solo io potevo capire e solo io non lo avrei considerato un pazzo. Mi sentii imbarazzato: gli dissi che non ero certo la persona più adatta per andare a spiare bagnanti  nude alla scogliera, che capisse la mia posizione, ma quegli occhi  mi  fissavano,  pieni di lacrime, come se  appartenessero  già ad un altro mondo. Accettai!

Lo convinsi però ad  andare a vedere un medico per il problema della voce: io stesso lo avrei  accompagnato. Gli promisi che non avrei nemmeno accennato al motivo del suo mutismo per evitargli  qualunque  rischio di derisione e che, in cambio della sua disponibilità a farsi visitare, lo avrei accompagnato alla scogliera, ma solo nel tempo che  avrei  avuto  libero dagli impegni della parrocchia.”

Don  Carlo  accompagnò  Francesco  solo  per due volte alla scogliera e fu anche per lui una piacevole diversione: quel sentiero, invisibile dalla strada, aveva la rupe  scoscesa  da  un  lato,  e  la scogliera in basso dall’altro: era tuttavia abbastanza largo (aveva  ospitato  la  linea  ferroviaria) per potervi passeggiare senza sentirsi  in  pericolo  e, nei punti a rischio di frane, gli operai comunali avevano ingabbiato le rocce con reti metalliche, per prevenire gli incidenti.

Era un po’ ardito bagnarsi in mare, poiché occorreva saltare di scoglio in scoglio per giungervi.  I due uomini  erano  d’accordo che avrebbero approfittato del tempo della passeggiata per parlare  del  Vangelo, del quale Francesco voleva ampliare la conoscenza che si limitava allora a ricordi infantili di episodi isolati: quelli che sentiva alla messa tra uno sbadiglio e  l’altro,  tra  un dispetto del compagno a fianco ed un  rimprovero  della catechista.

Letta così, come don Carlo faceva, leggendo ad  alta  voce  il Vangelo  di  san  Matteo  in modo consecutivo, come fosse un romanzo e ripetendo tutti i  passi  che  Francesco gli chiedeva con un  cenno  di ripetere, la storia di Cristo era incredibilmente potente ed affascinante! La voce del sacerdote risuonava contro le pareti che costeggiavano il sentiero ed i due amici erano come fuori dal mondo, immersi in un racconto senza tempo.

Nessuno  dei  due avrebbe saputo dire quante volte ripercorsero avanti e indietro il  cammino, che  in  tutto misurava poco più di due chilometri, interrotto da un lato da un porticciolo, dall’altro da  ville  recentemente  edificate ed  immerse  nella  vegetazione della pineta.

La ragazza non si fece vedere. Don Carlo non ne aveva mai dubitato, sin da quando il medico aveva  parlato di un apparato vocale sanissimo e detto loro che l’unica spiegazione era quella di un mutismo psico-somatico o di una decisione cosciente  di  non  parlare più.

Francesco aveva sicuramente bisogno di Dio e si era rivolto a lui, inventando o esagerando o romanzando un episodio  di  per sé  banale della vita, ma che celava questo bisogno, lo giustificava, lo metteva al riparo dalla mortificazione di dover spiegare a coloro che ne conoscevano il conclamato ateismo il  fatto di essere visto, ora, frequentare un sacerdote.

Carlo non poté però non constatare  come  fosse  la  prima volta che Dio si servisse di  una  bagnante  nuda  per inviargli una pecorella smarrita. Il  caso  era  comunque, anche solo per questo, straordinario!

Dopo il secondo giorno  trascorso  a  passeggiare con don Carlo, Francesco cominciò a riflettere: se fosse stata, come diceva l’amico, una semplice bagnante, sarebbe andata al mare anche in presenza di don Carlo; se invece era là per lui, per lui solamente, sarebbe comparsa unicamente se lui fosse andato laggiù da solo.

Gli  venne  in  mente  che, tutte e due le  volte che l’aveva  vista, non c’erano i  consueti pescatori sparsi  qua e là, a  debita  distanza uno dall’altro, lungo la scogliera. Erano soli: lui e lei.

Non c’era che un modo per sapere e  questo, dunque,  era  tornare laggiù da solo. Fu pertanto contento quando don  Carlo  gli  spiegò  che il giorno  successivo  avrebbe dovuto  celebrare

un funerale e non avrebbe potuto pertanto accompagnarlo.

Si alzò di buon’ora e, nonostante la giornata fosse molto  incerta e minacciasse pioggia, si recò alla scogliera.

Come notò l’assenza di pescatori, già prima della galleria  seppe che stava per rivederla.

Non fu pertanto stupito di trovarla, già sullo scoglio, nuda, nella posa tipica della meditazione  yoga.  Si  fermò sul ciglio e rimase immobile, senza nascondersi, in attesa di quello che sarebbe successo.

Riascoltò il suo canto, che le uscì d’improvviso dall’anima: le sue braccia erano tese verso l’orizzonte lontano e dalle sue labbra usciva quella strana melodia che egli aveva già ascoltato la volta precedente.  Il mare, anche questa volta, rispose.

Poi la ragazza  si sdraiò sullo scoglio, come fanno i bagnanti per prendere il sole,  ma  non  c’era  sole  in quel momento, anche se Francesco poteva sentirne il calore, perché varie nubi si stavano ammassando sul mare. Si tese, come se  stesse facendo un esercizio di ginnastica, ed egli la poté guardare  in  tutta la sua nudità e, finalmente, la vide chiaramente in viso.

Non era Carla!! Questo era chiaro! Non le assomigliava se  non per i capelli, che sembravano quelli di lei giovane.

La guardò a lungo, sentendo esplodere lo stesso desiderio ed era un desiderio chiaramente sessuale, non c’erano dubbi!

Dunque, se don Carlo diceva il vero, non  poteva  assolutamente essere un angelo! Sentiva di amarla per questa sua prorompente bellezza, per quella sua naturalezza  nel  mostrarsi  coperta solo dai  propri  capelli.  Se  avesse  sorpreso  un  pescatore in atto di guardarla, sentiva che avrebbe potuto ucciderlo per la gelosia!

Ma quel canto? Quelle onde che le  rispondevano  dal  profondo degli abissi? Chi era, dunque quella ragazza?

Ed era lei ad avergli sottratto la voce?

Rimasero  quasi mezz’ora, lei nuda distesa sullo scoglio, lui ritto sul ciglio del sentiero incurante del fatto che, se lei avesse alzato lo sguardo verso di lui, l’avrebbe senz’altro visto.

Poi lei si alzò e si rivestì.

Francesco   decise  che  non  l’avrebbe   lasciata   andare   senza sapere.  Ma se fosse stata una semplice bagnante?

Sentiva che stava per esporsi al ridicolo come mai in vita sua.

Si mise nel centro del sentiero e  l’attese: lei  si  arrampicò  sulle rocce con grande agilità e quando gli fu quasi vicino, gli rivolse la parola:

– “Buongiorno, vedo che le piace guardare le ragazze!”

Lui arrossì violentemente, sentì una vampata di calore assalirgli il viso e gli occhi  divennero  supplichevoli: si sentiva  sprofondare  dalla  vergogna. Fece  segno di sì con la testa.

Lei gli passò davanti , bellissima,  giovane,  delicata,  emanando un profumo di roselline; i suoi piedi quasi non facevano rumore sulla ghiaia del sentiero.  Quando  si  fu  allontanata  di qualche

passo, si volse di scatto:

– “Domani torna?”

Lui fece segno di sì, colto di sorpresa.

– “Laggiù,    dopo    quello   spuntone,   c’è   un    passaggio    più  semplice per scendere al mare. Scenda anche lei,  così mi può guardare più da vicino!”

Scoppiò  in  una  risata  argentina  e si mise a correre, con il suo zainetto sulle spalle, verso il porticciolo.

– “A domani!”- gli gridò ancora da lontano.

Era una sfida? Vedeva  in  lui l’uomo maturo costretto ad osservare  le  ragazze  non potendo più averne e voleva umiliarlo imponendogli lo spettacolo della propria nudità da vicino?

Lo riteneva così inoffensivo?

Si avviò verso casa pieno di risentimento: odiava che lo facessero sentire  vecchio  ed  era  quello  che  gli  era sempre capitato quando aveva tradito la povera Carla  per  ragazzine  molto più  giovani di lui. Pagava il conto del ristorante e la stanza dell’albergo e loro, in cambio, gli facevano notare con la loro indifferenza, o addirittura con espliciti riferimenti, il suo inevitabile degrado fisico.  Poco mancava che  ridessero  quando si spogliava:  lui  allora  faceva  l’amore  con  rabbia, quasi sempre senza soddisfazione, poi le cancellava dalla propria vita. Vecchio!

Lui si sentiva giovane:  era  come  un  incubo  per  lui  accettare quel corpo sempre stanco, quei peli superflui, quei muscoli flaccidi, quella incipiente calvizie……era come non fosse suo.

Avrebbe accettato la sfida! Era deciso!

Ma quel canto? Quelle onde?

Francesco si fermò di colpo, sulla strada di casa, come se un fulmine lo avesse colpito.  No, a  questo non aveva più pensato. Per questo non c’era nessuna spiegazione. Una maga?

Sulla sua fisicità e sessualità  non  poteva  più  avere  dubbi: era una  donna, e che donna! Ma  cosa  c’era  nella  sua  voce, quale potere?  E perché, ormai l’aveva appurato, era là per lui? Cosa voleva da lui?

Il giorno seguente,  per la prima volta,  non invitò nemmeno don Carlo a seguirlo e si recò alla scogliera in un’ora differente, per provarsi  che non c’era alcun legame tra lui e la bella sconosciuta.  Giunto  in  prossimità  dello  scoglio, che vide vuoto, seguì le istruzioni della ragazza e scese, con fatica, fino al mare.

Il sole brillava in cielo già con l’intensità  estiva e,  pur  essendo solo le dieci del mattino, la temperatura era già molto elevata. Slacciò sbuffando il bottone del colletto della camicia e si accantucciò in  un anfratto della roccia, che formava come una specie di piccola grotta,  per  difendere almeno il capo dall’inclemenza del sole.  Lì attese,  compiaciuto che lei non avesse potuto prevedere il suo cambiamento  di orario: dunque, veramente, non era un angelo! Pensò a Carla ed a  questo  nuovo sentimento d’amore che gli riempiva il cuore; ma  era poi amore?  Come poteva pretendere di dare una simile dignità di sentimento a quella che era solo una volgare  esplosione  di  libido  verso  una donna dal corpo sufficientemente bello da far impazzire qualunque uomo?  Era forse possibile amare una persona totalmente sconosciuta? Stava così ripensando, rivalutando le proprie sensazioni, quando, vinto dal caldo, si assopì.

Fu una piccola dolcissima mano a risvegliarlo, una mano che gli accarezzò  lievemente i capelli e la prima cosa che vide fu il fresco, sincero sorriso dell’amata.

– “Buongiorno! E’ venuto presto questa mattina!”

Francesco  allargò  le  braccia e  sorrise. Lei gli porse una bottiglietta d’acqua e cominciò a spogliarsi. Egli trasalì e la prese per un braccio facendo “no” con la testa.

Non si sentiva pronto a sopportare un’esperienza così intensa, il sonno lo aveva svuotato di energie, si sentiva confuso, indifeso, spiazzato.

– “E’  l’ora  della  mia  meditazione,  non  ho  molto  tempo:  poi devo tornare al lavoro.”

Francesco fece per andarsene, ma lei lo fermò:

– “Rimanga, non abbia vergogna di guardare: a me piace essere  guardata,   a   lei   piace   guardare,   ci   facciamo  del  bene a  vicenda!” – e di nuovo rise in quell’irresistibile modo un po’ infantile.

Si tolse la camicetta, scoprendo un seno assolutamente giovane e perfetto, e rimase in fronte a lui, che era seduto praticamente ai suoi piedi. Francesco teneva gli occhi bassi, vinto da un ineluttabile  senso  del  pudore,  nonostante  desiderasse più di ogni cosa poterla guardare, ora che  la  sapeva  nuda per lui, davanti a lui solo.  Fu  lei  ad  ordinargli di alzare lo sguardo: lo fece in modo spiritoso ed era talmente a suo agio, orgogliosa di quel petto vittorioso e  colmo d’ogni grazia, che a lui passò la vergogna ed osò puntare gli occhi direttamente sul suo seno.

La  ragazza riprese quindi a spogliarsi: si tolse le scarpe da ginnastica,  si  calò  l’esile gonna estiva e quindi gli aderenti underskirts che portava per tenere i muscoli caldi durante il footing.

Solo un esilissimo paio di mutandine bianche ed infantili lo separavano dalla visione, a pochi centimetri di distanza, del sesso di lei. Abbassò di nuovo lo sguardo.

– “Vuole meditare con me? Di solito lo faccio  da  sola, ma  sento che lei ha bisogno di pregare in compagnia.”

Appena lo sguardo di  lui  si risollevò per far cenno di sì, lei fece scivolare le mutandine a terra e lui si trovò a dir di sì ad un piccolo boschetto  ben  disegnato, dal quale spuntavano due labbra procaci ed in rilievo, pronte per l’amore.

Ringraziò  il cielo di essere muto, perché si rendeva conto che in caso  contrario  avrebbe  urlato,  tanta era l’emozione e l’eccitazione che sentiva. Il suo cuore era quello  di  un ventenne, la sua vitalità anche.

– “Guardi con me verso l’orizzonte! Si concentri  solo  sul  canto  del  mare  e  su  quello  dei  gabbiani,  poi  cerchi  di  sentire  il   calore del sole sulla pelle e lo scorrere dell’aria tra i capelli.”

La  ragazza gli voltò le spalle e si mise nella posizione yoga consueta.

–  “Poi, quando saremo pronti, canteremo insieme.”

Francesco le prese il braccio di nuovo, impazzendo di piacere al contatto, e le spiegò a gesti che non  poteva  cantare,  perché era muto. Lei sorrise e gli accarezzò la fronte:

– “Non occorre aver la voce per poter cantare.”

Si volse verso il mare e non gli parlò più.

Rimasero così per alcuni minuti, lei con gli occhi chiusi ed il viso verso l’orizzonte, lui alle sue spalle,  guardandola  come un lupo guarda un agnellino ed arrivando quasi a sentire il contatto

delle proprie dita sulla sua pelle, su quella schiena giovane, atletica ed abbronzata. La desiderava. Il suo corpo la chiamava.

Ma lei pareva non sentire il suo urlo muto.

Improvvisamente,  colto  da una decisione improvvisa ed irrevocabile, Francesco si alzò e si liberò totalmente dei vestiti.

Il suo corpo, accanto a quello  di lei, era  patetico. Non prendeva il sole da molto tempo ed aveva il biancore malaticcio tipico della gente  del  nord  poco  adusa a vedere il sole, con per di più gli avambracci  ed il collo  più  scuri  del resto del corpo. Si sentiva un orso peloso e rivoltante, per  giunta  con una incredibile,  per lui, misura della propria  virilità, dovuta all’enorme eccitazione che stava provando. Avrebbe  dovuto  vergognarsi  di  mostrarsi  in quello stato, eppure sentì il bisogno di essere guardato da  lei. Sapeva che  non gli avrebbe fatto notare le sue imperfezioni.

Gettò un’occhiata al  sentiero, per vedere se non sopraggiungesse qualche vicino di casa in gita  con la  famiglia, e poi,  dopo un profondo respiro, le si sedette accanto.

Lei si voltò e lo guardò.  Si  sentì  bellissimo, perché si vide negli occhi di lei, vide il suo sorriso e  gli  dette  piacere  lo sguardo di lei sulla sua nudità, mai sinora mostrata in pubblico.

– “Ora  concentrati,  e   quando   mi   sentirai  cantare,  distendi  le braccia verso l’orizzonte e canta con me.”

Lui non riuscì a concentrarsi a fondo se non  sulla  nudità di lei, sul  gigantismo del proprio membro e sul sentiero, dal quale  avrebbe potuto  provenire  qualcuno  che lo  potesse vedere in quella situazione.

Ma  all’improvviso  iniziò  il  canto e fu una meraviglia, perché questo non usciva solo dalla bocca di lei, ma dagli occhi , da tutto il  corpo. Anche  Francesco se lo  sentì  nascere  dentro e  si sentì leggero,  come se stesse volando, prigioniero di  quella musica bellissima ed irresistibile. Vide una luce strana disegnarsi nel cielo all’orizzonte e questa  luce si avvicinò fino a coprirli, se la sentì penetrare nell’intimo e, per la prima volta in vita sua, si sentì assolutamente felice. Con tutto se stesso cantò senza voce, unendo il suo spirito a quello di lei.

Quando si salutarono, Francesco non era più lo stesso.

Lo si  poteva vedere dall’aspetto trasandato, da quella luce follemente intensa nello sguardo, da quell’espressione del viso, come se tutte le pene e le  fatiche degli anni fossero scomparse e fosse rimasto  solo  lo  stupore  ed  il  desiderio di  guardare  ancora, di guardare più in là.

Sapeva che quel  canto a due voci era stato come un atto d’amore che li aveva uniti e  sentiva su di sé il suo profumo, anche se i loro corpi non si erano nemmeno sfiorati. Era felice.

Si riavviò verso casa, con  un’andatura  sognante, come un  fanciullo al primo  amore; ma girato l’angolo della via in cui abitava, il suo sguardo  si fece  di colpo risoluto e fiero: aveva deciso! Doveva fare in fretta!

“Quando rividi Francesco, alcuni giorni dopo, si presentò con un grande sorriso e due buste in mano: pareva incredibilmente felice. Mi diede la prima busta. Lessi. Diceva più o meno:

“Caro  padre,  so che da tempo lei si  lamenta di  essere  rimasto solo nella gestione della parrocchia, a causa della scarsità delle  nuove  vocazioni sacerdotali, e che non  si  può  permettere   un  sacrestano, perché  la  parrocchia non è ricca e sono molti i poveri   da  aiutare  ogni  giorno.  Mi  prenderebbe a lavorare qui con  lei, a  titolo gratuito?  Potrei  venire a  vivere in  canonica, nell’ appartamentino  che   occupava   l’altro  sacerdote  prima di venir  trasferito. La  pensione  mi  basta  per  vivere, non  ho bisogno   del   suo   denaro. Stia  tranquillo:  non  sono  più  un miscredente ed imparerò in fretta tutto ciò che devo sapere sul mio nuovo lavoro.

Le chiedo solo un po’ di libertà al mattino per poter andare alla  scogliera a passeggiare.”

Alzai  gli occhi stupito e mi trovai davanti un sorriso aperto, entusiasta, convincente.

– “Per me sta bene! Se Dio chiama, chi sono io per oppormi? Ma  l’appartamentino di don  Guido  è  molto  piccolo  per  te  e  ci   saranno lavori da fare, perché è disabitato da molto tempo!”

Francesco scrollò le spalle e mi diede  la  seconda  busta.  Conteneva molto denaro: una cifra che  non avevo mai vista tutta assieme, così, in contanti, ed un biglietto che diceva:

  “Dio  non  entra  mai in una vita, se non per condurre a compimento la sua opera”.

– “Hai venduto la tua casa!!”

Fece  di  sì  con  la testa e sorrise come mai vidi sorridere un uomo. Gli occhi gli brillavano: trasmetteva pace, fiducia.

– “Cosa devo fare con questo denaro?”

Aprì le braccia come per dire: “decidi tu” e con il dito mi fece capire che me lo donava per la parrocchia.

– “Tu  sai  che con  questo  denaro  potrei  rifare il tetto, là dove, quando piove, cade l’acqua  in  chiesa?  Ed  i  poveri ….grazie,   Francesco, accetto non per me, ma per  Dio che ti ha  mandato

 a   me   con   questa   beneficenza.  So   quanto  ti  sarà  costato   vendere  la casa dove hai  passato  tanti   anni   felici  con   tua moglie, ma  Dio  ti  ricompenserà. Vieni,  andiamo  a vedere la  tua nuova casa.”

Lo  accompagnai  nell’appartamentino  disabitato  all’ultimo piano della canonica.”

Furono  giorni di duro lavoro per Francesco che rimise a nuovo, con il solo aiuto di don Carlo, l’ex-appartamento di don Guido e fece traslocare alcuni suoi mobili dalla vecchia casa alla canonica. Lavorava  con  grande  energia e,  se  non  pioveva,  scompariva sempre al mattino per un paio d’ore, per andare alla scogliera.

Don  Carlo gli aveva chiesto della bella misteriosa, ma aveva capito che  Francesco  preferiva che non ne  parlasse più:  forse era stato un suo sogno, una sua fantasia, qualcosa che era  bene  appartenesse a lui solo.

Ogni giorno l’amico sacerdote gli  dava lezione: imparò a fare il chierichetto, a fare il segretario, a badare agli arredi della Chiesa, a pulirla ed a far sì che non mancasse mai nulla del necessario per il rito.  Don Carlo si fidava completamente di lui e gli lasciava in  custodia le chiavi per chiudere la chiesa, così poteva ritirarsi più presto la sera e, se non c’erano riunioni dei gruppi parrocchiali, dedicarsi un po’ alla lettura. Francesco, dal canto suo, non  perdeva una  funzione ed imparava ogni  giorno,  instancabilmente,  nuove preghiere, che poi recitava  senza voce in riva al mare; partecipava ad ogni  riunione, si  interessava di  tutto e la sera si addormentava  sognando la sua  misteriosa compagna, dopo aver letto la compieta sul breviario e qualche passo dai Vangeli. Sapeva dei commenti della gente che lo aveva conosciuto  prima, ne avvertiva la  derisione: “Poverino, come si è ridotto”, come se lui  avesse scelto di essere lì a causa della malattia alla voce o della disperazione per la vedovanza.

No, non era così!! Lui  aveva  scelto di essere lì, aveva capito ciò che costoro, religiosi da sempre, tuttavia ignoravano.

Faceva molta  attenzione  a  che  nessuno   potesse   vederlo  alla scogliera e potesse approfittare di questo per nuocere a don  Carlo.  Guardava mille volte il sentiero prima di discendere e poi stava molto  indietro,  sullo  scoglio, dove non era possibile essere visti dall’alto.

Anche la  ragazza si abituò a stare un po’ più indietro per rimanergli accanto. Francesco,  da parte sua, faceva tutto quello che lei gli  diceva di  fare e si sforzava, nei minuti iniziali che precedevano lo sgorgare della musica celestiale, di non lasciare che il suo sguardo scorresse troppo impudicamente sul corpo di lei.

In tutto questo tempo non cercò mai di sapere il suo nome. Sapeva che era là per lui e questo gli bastava.

Intanto in  parrocchia erano ricominciati i lavori di rifacimento del tetto e don Carlo aveva  voluto che  Francesco  facesse parte del  Consiglio  Pastorale Parrocchiale, dove si prendevano le decisioni importanti per la vita della parrocchia. Lui  accettò e fu accolto con grande affetto e stima dai consiglieri, specie dopo  il discorso del parroco, che pur non nominandolo mai, fece  intendere a  tutti chi fosse il  misterioso  benefattore che aveva  permesso il rifacimento del tetto.

Francesco era  molto  felice di assistere a queste riunioni, ma un po’ perché non era in grado di parlare, un po’ perché non si leggessero sul suo viso gli stati d’animo, prese l’abitudine di sedere in disparte, alle spalle di alcuni consiglieri, in seconda fila. Questo perché molto spesso avvertiva un profondo  disagio: quelle  riunioni erano una cosa  sicuramente bella, ma erano totalmente inconcludenti; si parlava per un’ora di un problema e poi si passava al successivo, senza aver assolutamente  risolto il precedente. Non si costruiva abbastanza.

Rimasti soli, don Carlo, che gli leggeva il disagio in volto, lo calmava:

– “Amico  mio,   so   che  questo   non  è   abbastanza,  ma   è  già qualcosa. E’ importante  che  queste persone escano di  casa e   vengano qui a consigliarci ed a partecipare ai  nostri   problemi. Già  solo  per questo bisogna   ringraziare  Dio,   in  tempi come questi!”

Francesco scuoteva il capo e dava con un  cenno la  buona  notte al parroco,  ma poi,  giunto  nelle sue stanze, si  sfogava  passeggiando nervosamente avanti e indietro,  scuotendo  la testa come per un tic nervoso e tormentando le pagine dei Sacri Testi.

Don Carlo sentiva i suoi passi  e, con un sorriso, commentava:

– “Ti passerà, amico caro, ti ci abituerai anche tu!”

Si arrivò così in prossimità dell’estate e gli appuntamenti con  la sua compagna si  fecero  sempre più  mattinieri,  perché ad  una certa  ora arrivavano i bagnanti  vacanzieri, pronti ad approfittare di quel  giugno così caldo  e  decisamente estivo con tutto il loro armamentario di ombrelloni, borse da  mare,  asciugamani, radioline, creme  per  l’abbronzatura, bambini  urlanti e  spesso cani e nonni al seguito. Si ridussero ad incontrarsi alle sette della mattina, con il  sole da poco sorto e  l’aria  ancora  molto frizzante che intirizziva le loro nudità. Anche lei, ora, aveva preso l’abitudine,  prima di  scendere al mare, di spiare sul sentiero se qualcuno si avvicinasse. Non per  pudore,  lei  non  conosceva questa sensazione, ma per amore della quiete. Qualche volta furono costretti, dalla presenza di un pescatore, a cambiare luogo.

Si aspettavano sul sentiero e, dopo un rapido bacio che riempiva di emozione e di felicità il cuore di  Francesco, scendevano nel posto che  ritenevano più  tranquillo e riparato dagli sguardi altrui. Per Francesco si faceva sempre più arduo, perché ovviamente i  posti più  nascosti  erano i più difficili da raggiungere e spesso era possibile arrivarci soltanto facendo un breve tratto immersi fino alle ginocchia nell’acqua, ancor gelida, del mar Ligure.

Incredibile che nessuno, nemmeno per sbaglio, per tutto questo tempo, li avesse mai visti meditare su quella scogliera!

Quel giorno, egli   avvertì  subito che c’era qualcosa di differente, sin dal primo sguardo di lei, sin da come lo baciò: questa volta con meno  naturalezza. Le sue labbra si  fermarono a lungo a contatto con le sue e  Francesco credette d’impazzire per l’eccitazione e la  passione. Poi lei  strofinò le guance sul suo viso, come accarezzandolo, mentre le sue mani affondavano nei capelli di Francesco, accarezzandogli la nuca. Lui  le  passò  le mani intorno alle spalle e la strinse a sé con un misto di amore e  dolore, di felicità e di malinconia.

Gli parve che la sua pelle sapesse di sale.

– “Questa è l’ultima volta che vengo qui per quest’anno.  D’estate, con tutta  questa  gente,  è  impossibile  meditare,  lo capisci, vero?”

Lui  capiva, ma l’idea di non vederla per molto tempo gli era insopportabile ed il viso si atteggiò ad una smorfia di doloroso stupore:  se  lo  aspettava, certo, che  quest’ora  quasi quotidiana di magia e di mistero sarebbe prima o poi terminata, che lei avesse di meglio da fare, forse che avesse anche un fidanzato, ma nel segreto del suo cuore sperava che non sarebbe mai accaduto.

Si accorse di non sapere nulla di lei,  nemmeno il  nome. Eppure quell’appuntamento era diventato  per  quasi  due mesi un gesto fondamentale, forse anche per lei: si  cercavano,  si aspettavano, quando il tempo era incerto cercavano d’indovinare cosa avrebbe  deciso  l’altro, se  sarebbe o no  andato alla scogliera; se uno era  malato  (ma  era  capitato  solo due  volte) l’altro  aspettava preoccupato e rimaneva in pena fino al giorno dopo.

Quel giorno sarebbe finito tutto ? Oppure l’avrebbe rivista?

Non c’era mai stata possibilità, né  necessità di  dialogo tra loro: lei gli leggeva sempre  nel  viso tutto quello che lui pensava e lui si era abituato ad usare la  mimica in sostituzione delle parole, ma era così limitato quello che riusciva ad esprimere in confronto a  quello che lei capiva di lui, che dopo un po’aveva addirittura smesso di tentare di raccontare.  Ora si accorse che invece avrebbe avuto moltissime cose da dirle e che non avrebbe forse mai più potuto farlo.

Scesero nel punto più scosceso e lei dovette aiutarlo in più di  un tratto, perché le sue gambe non avevano l’agilità necessaria. Poi, passando  nell’acqua,   attraversarono  un    piccolo    anfratto  e sbucarono in un punto nascostissimo, circondato per tre lati dalle rocce e semicoperto da uno scoglio che troneggiava nel mare. Lì c’era una piccola spiaggia, poco  più di due metri per due e mezzo, giusto  lo spazio per  loro due. Lei si spogliò subito, mentre  lui  cercava ancora riparo dall’aria molto frizzante del mattino muovendo le gambe e le braccia come un ginnasta.

– “Sbrigati” -gli disse-  “non c’è molto tempo!”

Lui  non  capì, ma  ubbidì come sempre aveva fatto ad ogni cosa che lei avesse detto.  La ragazza aspettava nuda all’in piedi a pochi centimetri da lui  ed egli, nei suoi patetici sforzi di spogliarsi con eleganza, senza l’abituale goffaggine, la urtò più volte.

Quando fu nudo, si pose davanti a lei e si fissarono negli occhi a lungo:  comprendeva  poco, ma ubbidiva e si lasciava fare docilmente. La ragazza chiuse gli occhi, rimanendogli  in fronte,  e Francesco la imitò. Passarono alcuni secondi di silenzio rotto solo dallo sciacquio delle onde e dal canto di alcuni gabbiani.

Il  corpo di Francesco si beava dell’aria fresca, della sensazione di libertà e  di  vicinanza  del  corpo  di lei: ne sentiva il calore e questo lo eccitava moltissimo. Ne coglieva il  respiro,  quel  lieve ansimare sempre più  lento che  precedeva le  meditazioni,  quel ricercare  nella  potenza  della  respirazione  il rilassamento e la porta di mondi nuovi.

Improvvisamente, lei gli si avvicinò e le sue labbra lo baciarono, dolcissimamente,  il  suo  corpo  si  avvolse a quello di Francesco come  un’edera,  come  un  vestito, e  caddero  avvinghiati  sulla sabbia  fine,  in un  amplesso tenero e appassionato.

Poi  si  assopirono  per  qualche  istante, lei sdraiata su di lui col capo  poggiato  mollemente  sul  suo petto. Francesco era ancora incredulo, sorpreso: aveva tanto  desiderato,  nelle notti insonni, accarezzare  il  corpo della sua amica, quel corpo che lei gli mostrava  senza ritegno, con naturalezza totale, quasi non si accorgesse  del  suo  turbamento, della  sua  eccitazione  che  pure era tanto visibile. Non aveva mai osato sfiorarla se non con gli occhi ed il pensiero, per non interrompere la magia di quegli incontri: sapeva che solo così avrebbe avuto accesso all’intimità di lei;  ed ora, invece, era stata lei a prendere l’iniziativa, improvvisamente, donandogli quello che lui non aveva osato chiedere.

Non c’era più dubbio: quello era un addio.

Francesco  si sforzò di rivivere tutti gli istanti dell’amplesso appena  vissuto, di  rinchiudere nella propria memoria ogni sensazione di quel momento,  perché  nulla  andasse  perduto, soprattutto  il  contatto  con il corpo di lei bagnato di sudore e d’acqua marina ed abbandonato sul suo in un sonno ritempratore.

L’amava, ormai  non c’erano dubbi! Iniziò a pregare Dio per sé stesso,  cosa che non era solito fare, perché succedesse qualcosa che impedisse questo addio.

-”Ma sia fatta la Tua volontà, non la mia” e, recitando il rosario appreso da don Carlo, si addormentò.

Quanto tempo passò?  Forse pochissimo: Francesco si ridestò di sobbalzo,  accorgendosi che lei non era più su di  lui  e  si  rasserenò solo quando la vide seduta sullo scoglio  nel mare, in fronte  a lui, con le spalle all’orizzonte. Il mare avvolgeva impetuoso  lo scoglio e la luce all’orizzonte disegnava un alone intorno alla sua figura che si stagliava come un’ombra in un mare di luce. Aveva già cantato!!

Si  stropicciò  gli  occhi per vederla bene e rimase in fronte a lei, sulla  spiaggetta  distante  poche  decine  di centimetri dallo scoglio. Le onde si abbattevano su di lui, ma, per quanto forti fossero, lo bagnavano, ma non gli facevano perdere l’equilibrio. La guardò e vide che i suoi occhi erano così luminosi da avere lo stesso colore della luce alle sue spalle.  Fu allora  che udì  la sua  voce, ne fu  sicuro, anche se le sue labbra erano chiuse: quella era la sua dolcissima  voce,  che lui ben conosceva, la voce dell’amata e dell’amore.

– “Carlos, tu sai, vero, che devi partire?”

Perché lo chiamava così? Quello non era il suo nome!!

–  “Sì, lo  so  Osilas, ma non so ancora dove devo andare”- rispose senza  muovere la bocca lui o qualcuno dentro di lui; si sentì come in un sogno:  parlava  un’altra persona dentro di lui? E chi era? E chi era questa Osilas? Era il nome dell’amata? E soprattutto: che accidenti stava dicendo? Perché partire?

– “Ti sarà  detto  Carlos,  ti  sarà  detto a suo tempo. Quando mi vorrai parlare sai come fare.”

– “Non so un accidente!”-pensò Francesco, ribellandosi, ma sentì la propria voce di un tempo, profonda e sicura, dire:

– “Sii prudente e sicura del mio amore; io ti amerò per sempre.”

Questo sì, questo Francesco lo avrebbe voluto dire anche lui, ma il resto?  Che stava succedendo? Era stata trasmissione del pensiero? Ma del pensiero di chi? Allibito, la fissava e lo stupore era tanto che gli occhi non riuscivano a focalizzare i contorni della sua figura, i quali si perdevano così nella  luce  che  sorgeva  dall’orizzonte. Questa luce avanzò verso di lui, abbagliandolo, fino a fargli perdere il senso del tempo e dello spazio.

Si ridestò con fatica, come da un sonno di ore, e fu stupito di trovarsela ancora lì, addormentata sul petto come dopo l’amore, quando aveva iniziato la preghiera del rosario. Aveva sognato? Faticava a crederlo: era tutto così reale!

O  meglio,  d’accordo,  era  tutto  totalmente assurdo, ma gli era sembrato  davvero  di  essere  sveglio, che diamine! Le sensazioni  fisiche  erano fortissime e quelle voci….. poco a  poco  la realtà lo riprese e si convinse di aver semplicemente sognato. Lei  si accorse, frattanto, del suo risveglio, e, dolcemente, si strinse a lui e lo baciò con una dolcezza infinita. Come avrebbe voluto poterle raccontare il sogno!

– “Dobbiamo andare”- disse dopo un poco e si scostò da  lui, che fremette di dispiacere.

– “Detesto   i  lunghi  addii,  sei  d’accordo?  Dai,  vestiamoci  ed andiamo, non roviniamo tutto con piagnistei.”

Sì rivestirono rapidamente, lui guardandola ancora, il più possibile,  come  se  non conoscesse già ogni particolare di quel corpo amato. Allungò la mano per accarezzarle ancora la schiena prima che la maglietta la ricoprisse e poi la prese per un braccio. Fece uno sforzo terribile per cercare il modo di farsi capire, ma lei rispose prima ancora che lui formulasse la domanda, mentre era  ancora  alle prese con la prima ridicola espressione facciale del suo  mimo disperato:

-“Sì,  certo  che  ci rivedremo,  ma non qui. Questo mare sta per morire. Vieni, saliamo!”

La salita fu lentissima:  Francesco esagerò la propria mancanza di agilità per ritardare il più possibile il momento dell’addio. Arrivati  sul  sentiero  la abbracciò con tutta la disperazione del suo  cuore  solitario e  bisognoso  di  tenerezza. L’aveva  appena amata e già doveva lasciarla!

– “Che stupida, a momenti mi dimenticavo. Ti ho preso un regalino!”

Frugò nella sua sacca e ne estrasse un  pacchettino ben  fasciato con carta da regalo.

– “Aprilo quando sarai solo, così ti ricorderai di me!”

Ricordarla?  E come avrebbe fatto a dimenticarsi di quell’angelo dalla voce di paradiso?

– “Ogni volta che avrai bisogno di me, sai come fare.”

Le stesse parole del sogno! Francesco trasalì e  cercò  disperatamente di dirle che no, che lui non sapeva come trovarla.

– “Canta, amore mio, canta come noi abbiamo  fatto  insieme  in    tutti  questi   giorni  ed  i   nostri   spiriti  saranno  uniti,  come  sempre!”

Ma  che  accidenti stava dicendo? Ma cosa gli importava del suo spirito? Era il corpo  che voleva, quel corpo incantevole e docile fra le sue mani appassionate, o meglio era tutta lei, tutta! E poi lo prendeva in giro?  Lui non poteva cantare: era muto! In quei giorni si era solo unito al canto di lei con il pensiero, con l’anima,  ma era lei a  produrre la  magia, lei alla  quale le  onde rispondevano commosse! Lei era l’angelo e lui partecipava della sua bellezza, ma come spettatore ubbidiente! Ed ora se ne andava così, senza  dargli  nemmeno un indirizzo, un recapito, dicendogli che lui avrebbe saputo come trovarla!

Il viso di  Francesco  esprimeva  tutto questo strazio, ma lei fece finta di non accorgersene: lo baciò e  di  scatto  si mise a correre in direzione opposta alla galleria. Francesco  rimase  immobile,  inebetito, invecchiato, con un piccolo pacchetto rosso tra le mani ed il viso solcato da due ruscelli incontenibili.

Passò una mezz’ora prima che trovasse  il coraggio di riavviarsi verso casa, gli occhi gli si erano prosciugati e l’anima con loro. Trascinava i piedi come un vecchio e si sentiva veramente finito. Il sole,  che in tutti questi giorni  gli  aveva  trasmesso  calore ed energia, ora lo bruciava rendendo i suoi passi grevi e faticosi. Aveva detto che si sarebbero  rivisti, ma quando? Come?  Lei non sapeva nemmeno il suo nome, né dove trovarlo!

Non  gli rimaneva che seguire ancora una volta le sue indicazioni e  cercarla come lei gli aveva detto di cercarla. Forse era davvero una maga, e…. si  sentì  sconfitto, vinto,  ma  aveva creduto all’incredibile, perché smettere ora? Si fermò ad un bar sul lungomare e bevve una bibita  fresca.  Non  voleva che don Carlo lo vedesse così sconvolto, non voleva dare spiegazioni. Recuperò la calma esteriore pregando per tutta la strada, fino alla canonica.

Per  fortuna don Carlo era assente, così poté raggiungere il proprio appartamento senza vedere nessuno che potesse immaginare la  sua  pena,  senza  avere  la  tentazione  di  sfogare  con  un estraneo quel dolore che era solo suo. Sul comodino,  vicino  al  letto, c’era  la  fotografia di  Carla. La prese con tenerezza e pensò: “Perdonami, povero amore mio.” Si addormentò, buttato a faccia in giù sul letto.

Dormì  a  lungo,  fino  al  primo  pomeriggio, quando don Carlo, preoccupato, lo venne a cercare.

– “Stai male?”

Lui fece cenno di sì con la testa.

– “Chiamo un medico?”

Gli fece  cenno  di no ed indicò il  letto, per  dire  che aveva solo bisogno di dormire.

– “Non ti preoccupare, oggi penso io a tutto.”

L’umanità calda ed accogliente di don Carlo lo avvolgeva e provò la  tentazione di  confidarsi,  ma sarebbe stato troppo complicato: lasciò perdere, lo ringraziò e, mentre il sacerdote scendeva per le scale, si mise a fare un caffè.

Il sole batteva ferocemente sulle imposte delle finestre ed il calore dal tetto si propagava all’appartamento di Francesco, situato all’ultimo piano della palazzina. Era  un’afa  agostana,  fuori luogo per quel mese di giugno ed il suo corpo, che per due mesi non aveva  sentito né la stanchezza  né  l’età,  cominciò a  dargli una violenta sensazione di disagio.

Stava bevendo  con  gusto  la  sua tazza di caffè quando un pensiero lo colse improvvisamente: balzò dalla sedia e corse ai piedi del letto, frugò tra le coperte e, trovatolo, cominciò ansiosamente a scartare il regalo dell’amata.  Come  aveva  fatto a dimenticarsene?

Il viso di Francesco tradiva tutto lo strazio  della  sua  anima; la carta  volò via  strappata con feroce impazienza e quello che apparve sconvolse totalmente la sua mente : gridò senza voce, gridò  come  se i  muscoli  del suo  viso  scoppiassero,  era  un grido dell’anima, un grido che proveniva dalle profondità  della  terra e non  trovando sfogo  nella sua voce spenta, esplose nel suo cuore, lasciandolo come morto. Si accasciò al suolo, esanime.

Il colpo sul  pavimento fu udito da don Carlo che accorse immediatamente e lo soccorse. Chiamò subito il suo medico di fiducia, che gli fece il favore di  interrompere le visite nel suo studio e di precipitarsi in  canonica.  Diagnosticò  un’insolazione  con stato febbrile acuto e gli somministrò con grande tempismo i  farmaci necessari. Gli salvò certamente la vita.

A don Carlo disse che Francesco ora non  correva  più  pericolo, ma che tassativamente doveva evitare la spiaggia, ora che il sole estivo metteva a dura prova la resistenza anche dei più giovani.

Avrebbe avuto qualche giorno di febbre, ma poi si sarebbe ripreso senza conseguenze.  Don Carlo, confortato dalla  diagnosi del medico di famiglia, si sedette ai piedi del  letto e  pregò per il malato, che non aveva ancora  ripreso  conoscenza, recitando la meravigliosa  invocazione alla Vergine che Dante Alighieri mette in bocca a San Bernardo nel canto XXXIII del “Paradiso”:

“Vergine madre, figlia del tuo figlio,

   umile e alta più che creatura,

   termine fisso d’eterno consiglio,

   tu se’ colei che l’umana natura

   nobilitasti sì, che ’l suo fattore

   non disdegnò di farsi sua fattura………”

Poi si  alzò e rimise un poco d’ordine nell’appartamento, lavò la tazza del caffè e raccolse gli oggetti sparsi per terra: della carta rossa, un nastro  ed una piccola statuetta raffigurante un angelo con le mani levate al cielo e la bocca aperta in canto. Sotto il piedestallo dell’angioletto c’era scritto:

“A Carlos, con amore. Osilas.”

Francesco  rimase  in  stato confusionale per molti giorni, anche quando la febbre lo  aveva  ormai  abbandonato grazie alle cure del dottore; era incapace di alzarsi dal letto,  incapace di pensare,  incapace di  darsi  pace per quell’impossibilità che era divenuta possibile dinanzi ai suoi occhi. Qualcosa  dentro  di  lui non poteva evitare di riconoscere l’evidenza di un avvenimento straordinario, qualcos’altro cercava disperatamente una spiegazione logica, qualunque fosse. Viveva  in  una  sorta di dormiveglia dal quale si svegliava a tratti in preda all’angoscia più atroce.

Lui non aveva fatto l’amore con un angelo, di questo era sicuro; neppure  per  un  minuto, in  sua compagnia, aveva pensato a lei come ad un angelo, anzi l’aveva desiderata, concupita ed infine posseduta in un incanto di tenerezza, passionalità ed abbandono, in una fisicità! Lei aveva un lavoro, lo aveva detto lei stessa, aveva una vita propria, dunque non era un angelo! Non poteva esserlo!

Quella statuetta era un dono casuale: avrebbe potuto regalargli un maialino di ceramica  intento a  cantare ed  invece,  per caso, aveva scelto un angioletto.  Questa era una spiegazione accettabile! Non era una creatura del paradiso apparsa solo per lui; si erano  infatti nascosti per sfuggire agli occhi dei bagnanti curiosi, dunque loro avrebbero potuto vederla: lei era reale! Però come mai nessuno si era mai avvicinato a loro, nemmeno per caso, durante i loro incontri? Nessun pescatore, nessun bagnante..

No, no,  il suo corpo era reale; era una  donna ed una donna meravigliosa, dolcissima, profumatissima. Lui lo sapeva bene!

Sentiva  ancora il suo  aroma su  tutto il  corpo, a  dispetto  della fragranza  malsana dovuta alla febbre. Sentiva ancora il contatto con la  sua  pelle,  la  sentiva ancora presente nella sua anima vinta e nel suo corpo sofferente.

Ma quel canto, quelle onde che si sollevavano, che giungevano a lambirla? Era un fenomeno naturale quello?

Ed il sogno fatto sulla spiaggia dopo l’amore?  Di questo doveva prendere atto: non era stato un  sogno!  Ma anche  ammesso che lei gli avesse parlato solo con il pensiero, perché l’aveva chiamato Carlos? E di chi  erano  quelle  cose che  lui con il  pensiero le aveva detto senza volere, costretto da una volontà che non era la sua? Carlos…Osilas…la mente di Francesco si contorceva alla ricerca disperata di comprendere, di spiegarsi razionalmente l’accaduto o, per lo meno, di capire ciò che gli era  chiesto di accettare come un dato inoppugnabile, per quanto assurdo gli potesse parere. Riviveva ogni istante di  quell’ ultimo incontro: sapeva che il bandolo della matassa era in  qualcosa che  lei aveva  detto o fatto, ma perché non riusciva a ricordarsene?

Quando  le forze cominciarono a ritornare, grazie anche agli intingoli che la  perpetua preparava espressamente per lui trascurando un po’ don Carlo, cercò varie volte,  sollevandosi a  fatica sul letto, di ripetere l’esperienza della meditazione, come  la sua amica  gli  aveva  insegnato:  assumeva  una  posizione  patetica, perché  non gli  riusciva  assolutamente di incrociare le gambe e faceva un’espressione del  viso tra il  serio ed il  corrucciato cercando di concentrarsi per chiamarla; ripensava a lei, la evocava con il corpo e con lo spirito, ma non c’era nulla da fare.

Il canto non sgorgava.

Passarono i  giorni e quello che riprese a lavorare in parrocchia fu un uomo triste, vecchio, accorato; don Carlo non sapeva spiegarsi il  motivo di  questo suo  mal genio, di questo  deperimento fisico e  spirituale, ma l’amico resisteva a qualunque suo tentativo di indagarne le ragioni. Spesso lo sorprendeva al lavoro in lacrime,  con la testa china tra le mani. Don Carlo  faceva finta di niente e presto  prese  l’abitudine  di muoversi in modo rumoroso, perché Francesco si accorgesse sempre del suo sopraggiungere.

Il medico non sapeva spiegarsi, sul piano fisico, il mancato ristabilimento del malato: dovevano esserci ragioni   psicosomatiche, forse un grande dolore. Don  Carlo era  veramente in pena, non  osava  chiedere  direttamente, né  riusciva in alcun modo a focalizzare il problema  indirettamente.  Aveva  capito che era qualcosa che aveva a che  fare con la  statuetta, perché  Francesco la teneva  con cura  religiosa e non tollerava che qualcuno la prendesse in mano, ma cosa? Quando gli chiese dove l’avesse trovata, Francesco scrisse che l’aveva comprata al mercatino delle pulci e nulla più.

In parrocchia si abituarono tutti a questa presenza lugubre, nera, silenziosa. Tanto egli esprimeva allegria prima dell’incidente, quanto ora  sembrava sempre pronto per servire ad un funerale. Inutile consigliargli svaghi, inutile invitarlo a cene o a gite: declinava sempre l’invito,  cortesemente,  ma in  modo fermo ed irrevocabile.  Non lo si vedeva più guardare sorridendo i bambini intenti a giocare all’oratorio, né impegnarsi in partite a bocce o a briscola con gli amici pensionati. “Ha bisogno di una donna”- era il  commento  dei più tra gli  amici  parrocchiani,  alcuni dei quali, vedovi come lui, ben conoscevano quel tormento.

Un giorno don Carlo aveva affrontato con lui  l’argomento della morte e  della vedovanza, pensando che forse lo avrebbe confortato  e spinto a confidarsi, ma Francesco ascoltò tutto imperturbabile, annuendo a ciò che  diceva, ma  senza  lasciar  trapelare alcuna emozione.

Partecipava alle riunioni senza che sul suo viso si disegnasse più alcuna espressione, era apatico, senza nessun interesse per qualcosa che non fosse il proprio dolore, sempre assorto in altri pensieri: a volte si illuminava in viso come se avesse capito qualcosa di importante, poi si rabbuiava  ancora più cupamente, come se il pensiero  di prima si  fosse  rivelato una  sciocchezza; era comunque sempre assente e spesso don  Carlo  doveva richiamarlo durante la messa, perché si dimenticava di  assolvere  a questa o quella  funzione o suonava le campanelle fuori tempo o si metteva a passeggiare avanti e indietro alle spalle del celebrante, preso dalle sue riflessioni e dimentico della situazione.

Si  era a  fine  giugno ed il  tempo si era rifatto quasi autunnale: pioveva da giorni, come se il clima  volesse  compensare il  caldo esagerato dei primi giorni del mese. Le attività della parrocchia andavano  riducendosi  sempre più e ci si  preparava alla  pausa estiva, in cui  sarebbero rimasti garantiti solo i servizi essenziali e le messe. Quel  venerdì si  svolgeva l’ultimo consiglio pastorale parrocchiale prima dell’estate e c’erano in  ordine  del giorno la raccolta di fondi per le missioni, il rendiconto di cassa e le varie, cioè tutti i problemi lasciati irrisolti durante l’anno.

Oltre ai membri del  consiglio, partecipò  un  missionario, padre Ignazio, che  illustrò a lungo le urgenze di denaro e di  aiuti  che le  missioni  avevano un po’ in  tutto il  mondo. Si  decise di  fare una raccolta straordinaria durante le messe della  domenica e ci si chiese come sensibilizzare la gente.  Padre Ignazio si soffermò soprattutto su un progetto che gli stava molto a cuore: l’organizzazione di  una  scuola  nella città di  San Bernardo; occorreva soprattutto personale specializzato nella  gestione  economica, che avesse spirito manageriale ed imprenditoriale, per ottenere di fare  del  bene  utilizzando al massimo  le  risorse. Pensando che San  Bernardo  fosse un  paesino  isolato  dell’entroterra  ligure, dettero  un  po’ tutti la propria disponibilità materiale per il periodo  delle  vacanze estive, salvo chiudersi in un silenzio vergognoso  non appena fu chiaro che  San Bernardo era a trenta chilometri circa da  Santiago del  Chile. Padre  Ignazio passò  dallo stupore  per  un’adesione  così entusiastica,  allo scoramento più totale e stava già implorando:

– “Davvero non  conoscete  nessuno al quale si possa chiedere…”quando una  voce ferma e potente riecheggiò alle spalle dei consiglieri:

– “Vado io! Ho  esperienza di  management, anche se non specifica, e nulla mi lega qui.”

Si voltarono di scatto e  videro il  viso  entusiasta e sorridente di Francesco. Si alzarono in piedi.

-“Francesco, ti rendi conto? Hai parlato!”- disse don Carlo.

-“Sì, ora è il momento:  devo  partire!  Padre,  la  prego,  accetti questo volontario: anche se non ho mai diretto una  scuola,  né redatto  progetti  per  edificarne,  mi   occupavo  di   acquisti e  vendite in una ditta di  dolciumi ed  ho   dimestichezza  con  le  cifre.  Inoltre, non ho famiglia, sono solo  al  mondo e,  se   don Carlo mi dà la sua benedizione….”

Don Carlo, felice di rivederlo entusiasta e  pieno di  vita e  felice di riascoltarlo parlare, girò intorno  al tavolo e lo abbracciò con lo stesso calore con cui  l’altro  l’aveva  abbracciato  la  seconda volta che si erano incontrati.

Sapevano entrambi che era un addio.

FINE SECONDA PUNTATA

(prossima puntata sabato 15 Aprile)

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Marcello Lippi.
Baritono. Nato a Genova, si è diplomato presso il conservatorio Paganini; e laureato presso l’istituto Braga di Teramo con il massimo dei voti. E’ anche laureato in lettere moderne presso l’Università degli studi di Genova. La sua carriera comincia nel 1988 con La notte di un nevrastenico e I due timidi di Nino Rota e subito debutta a Pesaro al Festival Rossini in La gazza ladra e La scala di seta. In seguito canta in Italia nei teatri dell’opera di Roma (Simon Boccanegra, La vedova allegra, Amica), Napoli (Carmina Burana), Genova (Le siège de Corinthe, Lucia di Lammermoor, Bohème, Carmen, Elisir d’amore, Simon Boccanegra, La vida breve, The prodigal son, Die Fledermaus, La fanciulla del west), Venezia (I Capuleti e i Montecchi), Palermo (Tosca, La vedova allegra, Orphée aux enfers, Cin-ci-là, Barbiere di Siviglia), Catania (Wienerblut, Der Schulmeister, das Land des Lächelns), Firenze (Il finanziere e il ciabattino, Pollicino), Milano ( Adelaide di Borgogna), Torino (The consul, Hamlet, Elisir d’amore), Verona (La vedova allegra), Piacenza (Don Giovanni), Modena (Elisir d’amore), Ravenna (Elisir d’amore), Savona (Medea, Il combattimento, Torvaldo e Dorliska), Fano (Madama Butterfly), Bari (Traviata, La Cecchina), Lecce (Werther, Tosca), Trieste (I Pagliacci, Der Zigeuner Baron, Die Fledermaus, Al cavallino bianco, La vedova allegra), Cagliari (Die Fledermaus- La vida breve), Rovigo (Werther, Mozart e Salieri, The tell-tale heart, Amica), Pisa (Il barbiere di Siviglia- La vedova allegra), Lucca (Il barbiere di Siviglia) eccetera. All’estero si è esibito a Bruxelles (La Calisto), Berlin Staatsoper (Madama Butterfly, La Calisto), Wien (La Calisto), Atene (Il barbiere di Siviglia- Madama Butterfly), Dublin (Nozze di Figaro, Capuleti e Montecchi),  Muenchen (Giulio Cesare in Egitto), Barcelona (La gazza ladra, La Calisto, Linda di Chamounix), Lyon (Nozze di Figaro, Calisto), Paris (Traviata, Nozze di Figaro), Dresden (Il re Teodoro in Venezia, Serse), Nice (Nozze di Figaro, The Tell-tale heart), Ludwigshafen (Il re Teodoro, Serse), Jerez de la Frontera (Nozze di Figaro), Granada (Nozze, Tosca), Montpellier (Calisto, Serse), Alicante (Traviata, Don Giovanni, Rigoletto, Bohème), Tel Aviv (Don Pasquale, Elisir d’amore, Traviata), Genève (Xerses, La purpura de la rosa), Festival Salzburg (La Calisto), Madrid (La purpura de la rosa, don Giovanni), Basel (Maria Stuarda), Toronto (Aida), Tokio (Traviata, Adriana Lecouvreur), Hong Kong (Traviata), Frankfurt (Madama Butterfly), Dubrovnik (Tosca), Cannes (Tosca), Ciudad de Mexico (La purpura de la rosa), Palma de Mallorca (Turandot e Fanciulla del west), Limoges (Tosca), Toulon (Linda di Chamounix) ed altre decine di teatri in differenti nazioni del mondo.
 
Dal 2004 al 2009 ha ricoperto l’incarico di Direttore Artistico e Sovrintendente del Teatro Sociale di Rovigo. Nel 2010 è stato direttore dell’Italian Opera Festival di Londra. Dal 2011 al 2016 è stato direttore artistico della Fondazione Teatro Verdi di Pisa.
Dal 2015 firma come regista importanti spettacoli operistici in tutto il mondo: ha appena terminato il Trittico di Puccini ad Osaka (Giappone), Cavalleria rusticana di Mascagni, Traviata di Verdi, Don Giovanni a Pafos, Tosca, Rigoletto e sarà presto impegnato in altre importanti produzioni estere ed italiane come Jolanta e Aleko. Ha firmato la regia anche di opere moderne come Salvo d’Acquisto al Verdi di Pisa e barocche come Il Flaminio con il Maggio Formazione di Firenze
Docente di canto lirico in conservatorio a La Spezia, Alessandria, Udine, Ferrara e ora a  Rovigo
Ha insegnato Management del Teatro all’Accademia del Teatro alla Scala di Milano.
Ha fatto Master Class in varie parti del mondo, per esempio Kiev (accademia Ciaikovski), Shangai, Chengdu, Osaka, San Pietroburgo, San Josè de Costarica ed in moltissime città italiane.
Musicologo, ha pubblicato molti saggi: Rigoletto, dramma rivoluzionario    2012; Alla presenza di quel Santo   2005 quattro edizioni e 2013; Era detto che io dovessi rimaner…   2006;  Da Santa a Pina, le grandi donne di Verga   2006 due edizioni; Puccini ha un bel libretto   2005 e 2013, A favore dello scherzo, fate grazia alla ragione   2006 e 2013; La favola della ”Cavalleria rusticana”   2005; Un verista poco convinto  2005; Dalla parte di don Pasquale  2005; Ti baciai prima di ucciderti    2006 e 2013;  Del mondo anima e vita è l’amor   2007 e 2014Vita gaia e terribile   2007; Genio e delitto sono proprio incompatibili?   2006 e 2012; Le ossessioni della Principessa  2008 e 2012; Dal Burlador de Sevilla al dissoluto punito: l’avventura di un immortale 2014; L’uomo di sabbia e il re delle operette    2014; Un grande tema con variazioni: il convitato di pietra  2015; E vo’ gridando pace e vo’ gridando amor        2015; Da Triboulet a Rigoletto   2011;  Editi da Teatro Sociale di Rovigo, Teatro Verdi di Padova, Teatro Comunale di Modena, Festival di Bassano del Grappa, Teatro Verdi di Pisa.
Ha pubblicato  “una gigantesca follia” Sguardi sul don Giovanni per la casa editrice ETS. Nel 2012 Ha edito un libro di poesie “Poesie 1996-2011” presso la casa editrice ABEdizioni. E’ nell’antologia di poeti contemporanei “Tempi moderni” edito da Libroitaliano World. E’ iscritto Siae ed autore delle versioni italiane del libretto delle opere: Rimskji-Korsakov  Mozart e Salieri; Telemann  Il maestro di scuola; Entrambe rappresentate al Teatro Sociale di Rovigo ed al teatro Verdi di Pisa. Dargomiskji Il convitato di pietra  rappresentata al teatro Verdi di Pisa

Redazione Cultura

la Cultura di Young, diretta da David Colantoni.

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