Uno scheletro nell’armadio di Draghi? Di quale Europa parliamo?

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Mentre a Roma si sta per celebrare il 60mo anniversario della nascita dell’Europa unita, e mentre ci si chiede “Di quale Europa stiamo parlando?”, come dimenticare le immagini delle file di greci disperati di fronte alle banche chiuse nel giugno del 2105 grazie al diktat imposto dalla BCE al paese “ribelle” guidato da Alexis Tsipras? E’ uno scenario che potrebbe ripetersi un giorno in un altro paese europeo, magari anche in Italia. 

Ma dei seri dubbi sono stati posti recentemente circa la legittimità di una simile iniziativa. A porli è stato l’eurodeputato tedesco per Die Linke Fabio De Masi, figlio di un sindacalista italiano immigrato in Germania.

Bisogna sapere che Draghi, prima di chiudere le banche elleniche, si fece dare una consulenza da uno studio privato per indagare se, in base allo statuto della BCE, fosse autorizzato a portare avanti un’azione simile. Il problema è che non ha mai rilasciato pubblicamente il responso ottenuto, facendo palesare l’ipotesi che in realtà non ci fosse una giustificazione legale dietro quella nefasta decisione che alla fin fine costrinse Tsipras ad inchinarsi ai voleri della troika.

De Masi, insieme a Yanis Varoufakis, l’ex ministro delle finanze greco, che poco dopo quei fatti diede le dimissioni per poi creare DIEM25, sta portando avanti una battaglia legale affinché tutto venga messo alla luce. Le conseguenze per la BCE e lo stesso Draghi potrebbero essere pesanti. Un appello alla trasparenza è stato già sottoscritto dai candidati alle presidenziali francesi François Hamon e da Jean-Luc Melenchon, e anche dai due economisti James Galbraith (il figlio del celebre John Kenneth) e Jeffrey Sachs.

De Masi è anche co-firmatario di un documento stilato a Roma lo scorso weekend dal “Network per il Piano B”, un’iniziativa volta a esplorare alternative a un’Europa tuttora dominata dal credo neo-liberista dell’austerity. L’idea è che qualora l’Europa non si decidesse ad adottare politiche di rilancio dell’economia attraverso investimenti pubblici e ridistribuzione del reddito, uscendo dalla logica del fiscal compact, forse è giunto il momento di contemplare un’alternativa nella quale certi stati membri potrebbero minacciare un’uscita dall’euro. Tra i firmatari del Piano B c’è Stefano Fassina, il candidato presidenziale francese Melenchon, e altri importanti esponenti della sinistra radicale europea.

Fabio_De_Masi-europa

L’INTERVISTA.

Come ha scoperto la richiesta di Draghi di una consulenza privata prima di far chiudere le banche in Grecia?

Già nell’ottobre del 2104, mesi prima dell’arrivo di Tsipras al potere, avevo saputo che la BCE era pronta a minacciare la Grecia con l’uscita dall’euro se non si fosse giunti a un accordo sul debito. Chiesi di entrare come stagista, ma mi fu solo permesso di diventare un “informale interlocutore”. Come tale, misi in dubbio la legalità della successiva decisione di chiudere le banche e questo spinse Draghi a richiedere una specifica consulenza privata.

E poi?

Chiesi a Draghi di rilasciare pubblicamente i risultati della consulenza, ma lui si rifiutò di farlo.

Con quale giustificazione?

Venne addotto il privilegio di segretezza tra un avvocato e il suo cliente.

Quali saranno i tempi necessari per avere una risposta?

Stiamo avviando una richiesta formale di rilascio di informazioni. La BCE avrebbe teoricamente due settimane per rispondere e se non risponde potrà prendersi due mesi, dopo di che saremo costretti a portarla in tribunale.

E quando si potrebbe avere un verdetto che costringa la BCE a rilasciare le informazioni richieste?

In casi del genere bisogna aspettarsi un periodo di due anni.

Non è poco, ma almeno lei ha messo una pulce nell’orecchio dell’opinione pubblica…

Esattamente: questo era lo scopo.

D’altro canto certi vedono in Draghi una specie di “eroe” grazie al quantitative easing e in ogni caso molto meno duro sull’austerity rispetto a, per esempio, Schäuble…

Beh, fondamentalmente Draghi vuole tenere l’Europa unita, anche perché rischia di perdere il lavoro, anche se son certo che ritroverebbe un impiego nell’industria finanziaria.

Ma al di là dei suoi timori personali come potrebbe riassumersi la sua posizione nei riguardi dell’austerity?

Credo che Draghi possa descriversi come un “keynesiano bastardo”, per usare l’espressione della famosa economista inglese Joan Robinson.

Ossia?

Uno che crede nel poter stabilizzare l’economia offrendo denaro a buon mercato e abbassando la pressione fiscale. D’altra parte Draghi non può certo essere descritto come “un eroe della classe lavoratrice”.

Cosa può dire a difesa di Draghi?

Capisco che si trova tra una specie d’incudine e martello, e mi riferisco alle pressioni di personaggi come appunto Schäuble , ma al tempo stesso la minaccia di chiudere le banche a meno che un paese non tagli salari e pensioni è un’indebita interferenza della BCE nella sovranità nazionale.

Esiste la seria possibilità che una minaccia del genere penda pure sulla testa dell’Italia?

Certo, ma bisogna capire che al di là dell’incidente greco, la BCE era già intervenuta con una simile iniziativa in Irlanda e a Cipro. E non diementichiamo la lettera della BCE a Berlusconi che poi portò alla sua caduta.

Quindi esiste sempre una spada di Damocle della BCE sulla testa di ogni paese membro della UE.

E’ la spada di Damocle. La gente non capisce bene il funzionamento dell’unione monetaria: la questione chiave è che la BCE, la banca centrale dell’unione, agisce come una banca straniera nei confronti degli stati membri. Nessuna banca nazionale può andare a dire a un governo che è pronta a tagliare la liquidità.

Dopo la drammatica resa della Grecia ai voleri della troika oggi in Europa esiste solo il Portogallo con una coalizione di sinistra al potere. Rischia qualcosa?

Finora non c’è stato un rating negativo da parte delle solite agenzie che avrebbe potuto innescare una situazione come quella greca.

D’altra parte si può dire che l’atteggiamento del governo portoghese è stato molto più cauto rispetto a quello greco?

Il Portogallo ha dei vantaggi rispetto alla Grecia, possedendo industrie i cui prodotti possono essere esportati e mantengono anche un rapporto privilegiato con le ex-colonie e ciò ha diminuito la pressione. La Grecia invece, pur avendo raggiunto un record incredibile nel livello dei salari, non riesce ad esportare.

Comunque il Portogallo non ha sfidato la troika come la Grecia di Tsipras.

Sì, però almeno è riuscito, grazie a una politica minima di investimenti, a fermare l’austerity e ci troviamo quindi di fronte a un’economia relativamente più stabile.

La situazione in greca continua ad essere tragica. Vede alternative?

Oltre a essere tragica è assurda, paradossale: si chiede alla Grecia di accettare nuovi prestiti e le si impone al tempo stesso di pagare i vecchi, mantenendo un pesante regime di austerity con redditi molto bassi. Varoufakis dovette dimettersi perché aveva offerto l’alternativa di due regimi valutari, ma non venne accettata. Anche mio figlio di 7 anni capirebbe che non si può andare avanti così.

Quali sono le prospettive per il Piano B da lei proposto insieme ad altri esponenti della sinistra radicale?

Il Piano B dovrà essere portato avanti se non funziona il nostro Piano A.

Che sarebbe?

Il nostro Piano A consiste nella riforma della BCE, nel promuovere gli investimenti pubblici, nel sanzionare il cronico surplus dell’export tedesco, ma credo che questo approccio continuerà ad incontrare delle resistenze da parte del governo tedesco, anche qualora vincessero i socialdemocratici alle elezioni. Ironicamente l’export surplus tedesco potrebbe essere fermato dalla politica tariffaria di Trump.

E il futuro dell’euro?

Ho parlato di persona con Stiglitz e lui, come molti altri economisti, pensano che l’euro, nella sua presente forma non potrà sopravvivere per più di 5 anni.

Quindi questo fallimento dell’euro sarebbe inevitabile a meno che venga implementato il vostro Piano A?

Temo proprio di sì, e la sinistra deve essere pronta a questo.

Quindi anche l’eventuale arrivo al potere di Schulz in Germania non porterebbe a cambiamenti radicali.

Credo che Schulz farà delle promesse per acquisire voti, ma poi non sfiderà l’austerity e non farà nulla per controllare la tigre nella gabbia: l’export surplus tedesco. E non possiamo dire ai disoccupati greci, italiani o spagnoli di aspettare che vinca la sinistra radicale in Germania per risolvere i loro problemi.

E lo stesso vale se dovesse vincere Macron in Francia?

Temo di sì: tutti questi politici, pur promettendo riforme e minime politiche espansionistiche, non vanno alla radice del problema.

Che sarebbe?

La caduta della domanda nell’economia dovuta principalmente ai bassi salari e alla disoccupazione: in pratica alla grande debolezza delle classi lavoratrici di fronte al capitale.

Ma la vostra proposta di eventuale uscita dall’euro non vi mette sullo stesso piano dei vari movimenti populisti che chiedono la stessa cosa?

E’ una comune critica, ma ovviamente non possiamo essere messi sullo stesso piano per una serie di ovvi motivi. Chiaramente, se l’establishment neoliberista non offre delle soluzioni radicali ai problemi che ha creato, la soluzione è una sola, indipendentemente dalla colorazione politica di chi la sostiene.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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