Olanda: arginato il populismo ma non sconfitto

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Con la sconfitta alle elezioni politiche in Olanda di Geert Wilders, alla guida del Partito della Libertà (Pvv), l’Europa ha tirato un sospiro di sollievo. Almeno per ora. Il vincitore del contesto, il premier Mark Rutte, leader del Partito Liberale (Vvd), può dire, usando la sua analogia calcistica, che il populismo xenofobo e favorevole all’uscita dalla UE, ha perso i quarti di finale, in un campionato che vedrà, come prossime cruciali partite, le elezioni in Francia ad aprile e in Germania a settembre.

Al tempo stesso indicativa è l’avanzata del partito dei verdi GroenLinks e il clamoroso crollo dei laburisti della Pvda, che si trovano ad avere 29 seggi in meno rispetto a cinque anni fa.

Però non tutto è semplice e lineare. Pur avendo Rutte dichiarato che non farà alcuna coalizione con Wilders, già prima del voto, in una lettera pubblica, aveva mostrato una qualche forma di vicinanza alle preoccupazioni nel campo dell’immigrazione del suo rivale di estrema destra. E forse questo, insieme alla sua ferma posizione nei confronti di Erdogan, l’ha aiutato a recuperare voti su un Wilders che veniva dato come possibile vincitore. Poi, appena dopo la vittoria elettorale ha dichiarato che c’è qualcosa di “sbagliato” con il populismo stile Wilders, senza attaccare il populismo tout court.

Al tempo stesso, Wilders, che prima del voto aveva dichiarato: “il genio è ormai fuori dalla lampada”, subito dopo la sconfitta ha ricordato al suo opponente, ora impegnato nel creare una coalizione di governo operativa, che dovrà comunque tenere conto di lui e della sua forza politica.

Secondo Andrea Mammone, docente di storia dell’Europa presso la Royal Holloway, University of London, e studioso dei movimenti di estrema destra, “il populismo xenofobo è stato in qualche modo arginato in Olanda, ma la radice del problema è tutto fuorché eliminata: quindi la partita non è affatto chiusa”.

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Rutte ha sconfitto Wilders, ma al tempo stesso ha in qualche modo condonato il suo modo di pensare in campagna elettorale…

Beh, questo ormai è un fenomeno comune a tutta l’Europa: certi partiti mainstream, pur senza spostarsi completamente a destra, mostrano una minima apertura verso temi come immigrazione, identità e cultura nazionale.

Cos’è che l’ha colpita in particolare delle elezioni in Olanda?

Il successo di Groenlinks, i verdi di sinistra, ad opera del trentenne Jesse Klaver, che ha portato avanti un ottimo lavoro di attivismo informato a partire dal 2015Mi ha colpito, e poi, che i maggiori partiti si rifiutano di fare una coalizione con Winters e poi

D’altra parte Winters aveva appoggiato Rutte nei primi due anni di mandato.

Infatti, il pericolo di una qualche forma di alleanza c’era, ma è stato sventato. Questo, alemno, è un bel segnale.

Al tempo stesso Rutte ha detto, dopo la vittoria, che il tipo di populismo portato avanti da Winters è sbagliato, avvallando quasi una qualche forma di populismo più soft.

Il problema è che in realtà questo tipo di politici non hanno capito nulla: le élite tradizionali, nazionali ed europee, non sono culturalmente preparate ad affrontare le problematiche odierne.

A cosa si riferisce in particolare?

All’incapacità di prendere seriamente coscienza di una questione molto ovvia: la rinascita del nazionalismo.

Come si manifesta questa forma di superficialità?

In Italia, per esempio, quelli del PD, e anche gli scissionisti del PD, chiedono voti perché rappresenterebbero l’unica barriera contro il populismo nazionalista in crescita. Ma questo ovviamente non basta.

La pesante sconfitta dei laburisti in Olanda potrebbe dirci qualcosa?

Certo, è molto indicativa: queste forze tradizionali non offrono una vera alternativa ai problemi creati dal Sistema.

Quindi la battuta di Wilders – “il genio è ormai fuori dalla lampada” – dimostrerebbe che i populisti si sentono in una posizione di forza?

Sì, proprio perché non vengono offerte delle alternative efficaci da parte dell’establishment.

D’altra parte un certo settore sinistra radicale parla di un Piano B, ossia smembramento della UE, in caso che il Piano A, una UE libera dal dogma neo-liberale.

Non credo che una distruzione della UE e poi di una sua ricostruzione sia seriamente fattibile.

Perché?

Magari riesci a distruggere, ma poi magari non riesci a ricostruire.

Quali potrebbero essere le difficoltà?

Ricostruire, ma su che basi? E poi, come fai, se, obiettivamente non hai neppure i numeri?

Ma lei è d’accordo sulla posizione di principio?

Sì, teoricamente, sarebbe bello avere un’Europa sociale, solidale, ma, ripeto, mancano i numeri. E’ una posizione giusta, ma solo a livello utopico.

Quindi ci si trova in una specie di limbo: il populismo xenofobo può essere arginato senza però scomparire, mentre i problemi che l’hanno stimolato non scompaiono.

Sì, è una specie di limbo, anche se la sconfitta di Winters, verrà citata come una vittoria.

Ma lo è.

Sì, è una vittoria del buon senso, ma non è in realtà una vera vittoria della democrazia. Si andrà avanti così, con l’austerity e l’egemonia tedesca, almeno fino alle elezioni in Germania.

Cosa potrà succedere dopo il voto tedesco?

Potrà cambiare, magari con una vittoria di Schulz, l’orientamento generale europeo, ma, premetto, solo leggermente.

Al tempo stesso il discorso del ritorno ai confini nazionali, dopo il fallimento dell’Europa, sta prendeno quota appunto negli ambienti di sinistra radicale.

Sì, e può avere una giustificazione, ma la sinistra radicale è arrivata con grande ritardo e ha ormai perso.

In che senso?

Sulla questione nazionale è stata preceduta con gran successo dal nazionalismo di destra, che tra l’altro non ha alcuna base teorica e intellettuale.

Mi pare che il tema della regressione culturale sia uno dei suoi cavalli di battaglia.

Sì, nella nostra era super-tecnologica, veloce. dominata dai social è ormai dilagante una forma d’ignoranza politica.

Un esempio?

Il fatto che tra le masse non si riesca a distinguere tra un nazionalismo di destra estrema e uno di sinistra radicale, per cui, magari, un Fassina è messo sullo stesso piano di un Salvini, come si può leggere in certi tweet Il pubblico mette tutti nello stesso calderone.

Cosa manca esattamente?

Direi che manca un passaggio cruciale di razionalità informata: da qui nasce una diffusa superficialità, se non addirittura cretinaggine.

Questo è un pericolo per la democrazia?

Sì, certo, perché ormai in Italia, come anche un po’ dovunque in occidente, sta venendo a mancare il cittadino attivo.

Ossia?

Semplicemente colui che si occupa della cosa pubblica, ma non necessariamente in prima persona, ma semplicemente informandosi e riflettendo a fondo prima di votare. Magari anche in base ai propri interessi.

Sta dicendo che certa gente vota contro i propri interessi?

Esattamente. Una volta tutto era più chiaro: un operaio votava comunista per difendere i propri interessi, per esempio. Un industriale votava per un partito che lo favoriva.

E oggi, per esempio?

Hai un industriale o un agricoltore, in Inghilterra, che vota per la Brexit, anche se in realtà non gli conviene. E’ come se io, che lavoro all’università, votassi un politico che mi taglierà tutte le sovvenzioni.

Al tempo stesso negli USA, soprattutto tra i giovani e le donne, sembra esserci una reazione operativa all’arrivo di Trump.

Questo è vero, ma in Inghilterra, per esempio, sembra esserci, a parte l’opera di certi attivisti, una forma di rimozione collettiva di fronte alla Brexit, e bisogna dire che anche Corbyn, nonostante il suo radicalismo, non sta offrendo un’opposizione chiara all’establishment.

Qual è la sua soluzione?

Insisto: bisogna educare meglio le masse a livello nazionale ed europeo sulle dinamiche che ci hanno portato alla situazione odierna, cosa che una volta facevano partiti e istituzioni. La retorica della “tenuta democratica” di fronte ai populismi di destra non è sufficiente. Dopo tutto milioni di persone continuano a votare in quella direzione e hanno già consegnato gli USA a un personaggio come Trump.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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