Attenzione a Fastweb ed al ricatto dei “costi di chiusura”

Pubblicato il 25 February 2017 da Germano Milite | Per leggere questo articolo ti servono: 3 minuti | 12630
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Ed eccoci qui ad occuparci nuovamente di consumatori danneggiati ed autorità/giurisprudenza troppe volte “distratte” o addirittura conniventi. In questo caso, l’esperienza mi ha coinvolto personalmente. Ve la espongo in sintesi, sperando che sia utile a quanti stanno valutando di aderire ad una delle numerose offerte lanciate oggi per internet e telefonia.

A Gennaio 2016 io e la mia compagna decidiamo di sottoscrivere un contratto d’abbonamento “Joi” con Fastweb: primi sei mesi scontati, poi ben 30 euro al mese per i restanti 18 mesi. Caparra di altroi 100 euro da versare se non si vuole l’addebito automatico sul conto. In ultimo, modem comprato a parte da noi (ergo senza il loro in comodato d’uso).

Tralasciando la qualità al solito abbastanza penosa della presunta “linea veloce” ed i primi 2 mesi di problematiche tecniche varie con relativi disagi, allo scadere del vincolo biennale decidiamo di disdire l’abbonamento. Naturalmente, mentre per aderire “basta un clic” (o poco più), per recedere è decisamente più complicato. Ti chiedono la classica “Raccomandata A/R”, come fossimo ancora nel 1890. Ricordi loro che sono obbligati ad avere una PEC e loro, come se stessi chiedendo chissà cosa, te la forniscono quasi controvoglia (noi abbiamo dovuto chiamare più volte, perché le prime due gli operatori ci hanno detto di non conoscere l’indirizzo mail).

Così invii la Pec e dopo “appena” 15 giorni ricevi comunicazione che la tua pratica sta procedendo e che entro 30 giorni il servizio in abbonamento ti sarà disattivato, con restituzione della tua caparra. “Wow: quasi troppo facile”, ti illudi e infatti, qualche giorno dopo, arriva la “sorpresa”: ti chiama una signorina che ti avvisa subito: “Ci sono 86 euro di spese da sostenere se decidete di lasciarci, perché ci sono comunque i costi di chiusura da considerare”.

“Costi di chiusura?”. Dopo le “spese di disattivazione” che hanno furbescamente sostituito le “penali” per il recesso anticipato rese illegali dal decreto Bersani, siamo dunque al cospetto di una nuova “mandrakata” delle compagnie telefoniche, che addirittura colpisce anche chi ha regolarmente pagato tutte le mensilità ed ha pazientemente atteso lo scadere del vincolo contrattuale per un servizio non sempre all’altezza e di sicuro molto costoso (oggi con 15 euro al mese puoi avere 30gb in 4G).

La signorina, comunque, ha aggiunto che se decidiamo di non recedere, avremo “Joy” a 24,99 euro “per sempre”, con linea adsl (che come detto da queste parti è abbastanza penosa) e naturalmente non pagheremo quegli odiosi 86 euro. Preciso per chi non lo sapesse che, il servizio da noi utilizzato, prevede solo internet e nessuna linea telefonica. Il costo resta quindi comunque alto, considerando che a breve la fibra scenderà di prezzo e con qualche euro in più al mese la si può già avere.

Insomma: a quanto pare, Fastweb, preferisce “ricattare” i propri oramai ex clienti, proponendo offerte per nulla vantaggiose a chi vuole andare via e sventolando il pagamento di quasi 100 euro che sarebbero imputabili a non ben precisati né giustificati costi di chiusura. Ho chiesto più volte conferma all’operatrice, perché la cifra mi sembrava spropositata, anche considerando che non abbiamo usufruito di promozioni particolari né tanto meno di un modem in comodato d’uso gratuito.

Che poi, quali sarebbero questi costi? La lettura di una PEC? In ogni caso, la pratica a mio avviso incredibilmente scorretta ed anche illegittima, è stata segnalata a varie associazioni dei consumatori ed all’AGCOM.

E voi? Avete avuto esperienze simili con Fastweb o altre compagnie? Segnalateci le vostre eventuali “disavventure” a info@young.it.


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Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".
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