Trump: suprematismo bianco al potere?

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E’ passato più un mese dall’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca ed è stato a dir poco intenso. La raffica di ordini esecutivi firmati dal neo-presidente ha causato una crescente ondata di reazioni negative e proteste. Nella sua recente conferenza stampa, diventata una specie di soliloquio, the Donald ha detto di aver ereditato il caos, mentre ora, grazie a lui, tutto fila liscio come l’olio. Non è esattamente così.

Il cosiddetto Muslim Ban non è andato molto lontano vista l’opposizione legale di ben tre giudici federali, e ora the Donald si sta preparando per il secondo round con un’imminente nuova versione, ma probabilmente si arriverà alla Corte Suprema. Ma bisognerà vedere se riuscirà a imporre il suo candidato Neil Gorsuch in tempo per capovolgere la situazione a proprio vantaggio.

Ma questo non è stato l’unico ostacolo alla foga impulsiva del nuovo presidente. Le dimissioni di Michael T. Flynn come consigliere alla sicurezza nazionale a causa delle sue indiscrezioni con l’ambasciatore russo negli USA hanno assestato un duro colpo al neo-presidente. Ed ora si sta scoprendo che almeno tre suoi collaboratori durante la campagna presidenziale hanno intrattenuto rapporti particolari con la Russia del suo “amico” Putin. Il New York Times, maggiore rappresentante dei media liberal anti-Trump, ha suggerito che venga creata un’apposita commissione congressuale d’inchiesta per esaminare il Dossier Russia, che potrebbe essere arricchito dalla scoperta che il miliardario newyorkese abbia pagato alcuni pesanti debiti riciclando il denaro sporco della mafia oligarchica russa.

Intanto continua la pesante tensione tra il nuovo presidente e i media, secondo lui “disonesti”: l’ultima mossa, senza precedenti, è stata l’esclusione di CNN, New York Times, Politico e Los Angeles Times da un briefing alla Casa Bianca, per giunta svoltosi a porte chiuse e senza telecamere.

Al di là della cagnara causata dal Muslim Band bisogna anche vedere le cose in prospettiva storica. Non è affatto la prima volta che gli Stati Uniti introducono bandi del genere, fa notare Stefano Luconi, professore di storia USA presso l’Università di Firenze. Per fare alcuni esempi, l’immigrazione dei cinesi fu congelata dal 1882 al 1943, non solo gli italiani, ma anche molti altri cittadini dell’Europa meridionale e orientale si videro decurtati i visti nella prima metà degli anni ’20 perché giudicati non assimilabili nella cultura anglo-sassone e protestante, e la stessa resistenza fu rivolta più tardi a molti ebrei che cercavano di fuggire alla persecuzione nazista.

Il Dossier Russo si sta appesantendo e a questo proposito si parla di un’apposita commissione d’inchiesta congressuale che faccia luce sui rapporti di Trump con la Russia…

Per mandare avanti questa proposta ci vuole una maggioranza nel Congresso. Potrebbe crearsi un’alleanza tra la minoranza democratica e l’ala internazionalista, neo-liberale e anti-russa repubblicana, più che altro per cercare di controllare Trump.

Si paventa un impeachment, ma per ora, in realtà si cerca solo d’imbrigliare Trump?

Sì, e le dimissioni di Flynn sono state una concessione proprio a quella parte di repubblicani che non vedono di buon occhio il presidente. Questi ultimi però non vogliono giungere a una commissione d’inchiesta: vogliono solo tamponare le iniziative presidenziali che più avversano.

Rimane il fatto che, al di là dell’immagine che vuole proiettare, l’inizio del mandato Trump è decisamente turbolento.

Sì, perché lui è entrato alla Casa Bianca pensando di entrare nel consiglio di amministrazione di una sua compagnia sulla quale imporre la propria volontà, ma non è così perché esiste un sistema di controlli, i famosi checks and balances, come si è visto chiaramente con l’opposizione legale al Muslim Ban.

Nel suo atteggiamento molto aggressivo verso la stampa, che a certi ricorda l’espressione lügenpresse (stampa che mente), usata da nazisti contro chi li criticava, Trump non si comporta forse in maniera dittatoriale?

Il termine “dittatoriale” mi sembra un po’ forte. C’è semmai una tendenza decisionista che rischia di cadere nell’autoritarismo. Ma in realtà la stampa che gli va contro, capeggiata dal New York Times, non ha questo grande peso. Anche perché la carta stampata non ha più una grande influenza rispetto alla TV e ai social media. Al massimo è scomoda a livello d’immagine.

E questo spiega forse la sua continua controffensiva via Twitter?

Certo: quello che conta per lui è mantenere il support dei suoi elettori.

Quindi al di là dei media liberal delle grandi città la sua costituency nell’America profonda continua a stargli dietro?

Sì, infatti la sua strategia di consenso non è quella di conquistare gli elementi moderati, bensì di conservare intatto quello zoccolo duro di conservatori, o addirittura di reazionari, che l’hanno portato al potere.

Uno psicologo americano ha definito Trump “un ribelle senza una causa” come se dietro alle sue mosse ci fosse solo un ossessivo desiderio di vincere comunque: un mero gioco di potere.

E’ un’interpretazione condivisibile: quel che conta in lui sembra essere il desiderio di affermarsi. Basta considerare il suo continuo cambiamento di opinione.

Per esempio?

Negli anni ’80 Trump era pro-choice e poi si è avvicinato alle posizioni anti-aborto. Poi si è prima iscritto alle liste elettorali come democratico, poi come indipendente e infine come repubblicano. Alla fine con il GOP ha trovato un taxi per arrivare alla Casa Bianca.

A più di un mese dall’insediamento di Trump, con tutte le proteste che le sue decisioni hanno causato, ci troviamo un’America sempre più spaccata…

Sì, è ormai un paese diviso, innanzitutto perché alcuni lo considerano un presidente illegittimo, avendo la Clinton ottenuto 3 milioni di voti in più. Se ci fosse stato un sistema elettorale di tipo francese non sarebbe alla Casa Bianca.

E poi?

Diversamente dai suoi predecessori che all’inizio del mandato si sono sforzati di ricompattare l’unità nazionale, Trump non si è presentato come il presidente di tutti, presentandosi invece come il presidente dell’America bianca e protestante.

Ma questa America sta pian piano diventando una minoranza.

Sì, infatti secondo certe proiezioni demografiche entro il 2045, massimo 2053 la maggioranza degli americani non sarà di origine europea. Quindi criminalizzare in qualche maniera le popolazioni di origine ispanica o mussulmana va proprio contro questo trend.

Quindi è come se una certa parte della popolazione bianca che è dietro Trump si sentisse come assediata?

Sì, è un po’ l’ultimo “Hurrah!” di una parte della popolazione bianca di origine europea che eleggendo Trump nel 2016 ha voluto dare il suo ultimo colpo di coda, nella previsione che, almeno demograficamente, è destinata a divenire comunque una minoranza.

E allora questo si lega anche alla retorica trumpista di “America first”?

Certo, ma al tempo stesso America come la intende Trump non rispecchia la varietà multi-etnica e multi-culturale del paese.

Ma questa insistenza nel rendere l’America first e di nuovo grande non è anche una reazione al fatto che gli USA a livello mondiale si stanno indebolendo come leader “imperiale”?

Senz’altro gli USA sotto le due amministrazioni Obama hanno assistito a un arretramento a livello globale.

Perché?

In parte è subentrata la stanchezza delle lunghe guerre in Afghanistan e in Iraq che ha spinto l’opinione pubblica a frenare rispetto a ulteriori coinvolgimenti all’estero.

E poi?

Obama ha ritenuto più opportuno concentrare energie e fondi sulle riforme interne, a cominciare da quella sanitaria.

Ma questa riscoperta da parte di Trump di una certa vocazione isolazionista americana non è un po’ in contraddizione con la retorica dell’America first?

Sì, come c’è sempre stata una contraddizione nell’isolazionismo: già negli anni ’20 gli USA si rifiutarono di entrare nella Società delle Nazioni, pur continuando a mantenere una proiezione a livello internazionale. Se gli USA vogliono tornare ad essere grandi non possono smettere di avere appunto una proiezione internazionale.

Allora anche il tanto decantato protezionismo su cui insiste Trump potrebbe entrare in contraddizione con la promessa di rendere di nuovo l’America grande?

Certamente, nel lungo termine le misure protezionistiche propugnate da Trump si ritorceranno contro gli USA proprio perché causeranno delle contro-misure da parte dei partner commerciali, a cominciare dal Messico, riducendo le esportazioni americane. Questo è un paradosso: l’idea di Trump può aver funzionato in campagna elettorale, ma è in realtà un boomerang che va contro questa idea di nuova grandezza.

Quindi ci si sta avviando verso una serie di guerre commerciali?

Sì, ma le guerre commerciali vanno a scapito degli USA.

Precedenti storici?

Basti a pensare alla Grande Depressione cominciata nel ’29: a monte c’erano anche le misure protezionistiche introdotte dai repubblicani tornati al potere nel 1921 che portarono infatti a nuovi dazi a partire dall’Europa causando una crisi di sovrapproduzione.

E poi ci sarebbe anche un salto nei prezzi dei prodotti importati.

Sì, a scapito proprio di quella classe medio-bassa che ha votato Trump e che compra prodotti a basso prezzo provenienti dalla Cina o dal Messico.

Da dove verrà la maggiore opposizione a Trump nel breve termine?

Credo che verrà soprattutto dall’ala neo-liberista nel Partito Repubblicano che, tra le altre cose, vede Putin come un partner inaffidabile.

Questo quindi vale per il contenzioso sul protezionismo?

Sì, perché la maggioranza repubblicana nel senato è contraria alla visione protezionista.

L’opposizione interna al partito potrebbe opporsi a una ri-candidatura di Trump nel 2018?

Potrebbe, ma già bisogna vedere cosa succederà nelle elezioni per il Congresso nel 2018. Trump ha già promesso che farà campagna per sbarazzarsi dell’opposizione interna, tra cui, per esempio John McCain che l’aveva battuto nelle primarie in Arizona. Non è detto che ci riuscirà.

Proprio Mc Cain si è espresso fortemente al waterboarding.

Appunto, come aveva fatto nella prima amministrazione di George W. Bush.

A livello internazionale si sta rafforzando la “special relationship” tra gli USA e il Regno Unito, anche se la May è critica della posizione di Trump sulla NATO.

Sì infatti si sta creando un asse Washington-Londra in contrapposizione all’asse Washington-Berlino. Trump è molto critico della politica sull’immigrazione della Merkel che a sua volta l’ha criticato insieme a Hollande.

Non potrebbe essere questa l’occasione per un’Europa più unita e più libera dallo scudo protettivo USA?

Potrebbe, ma l’Europa è tutto fuorché coesa e, storicamente, di fronte a crisi del genere tende ad agire in ordine sparso.

Il premio Nobel per l’economia Krugman ha descritto la trumponomics come una reagonomics con steroidi, riferendosi al programma di detassazione delle imprese per rilanciare l’economia. Cosa ne pensa?

In parte è vero, e questo porterebbe però a un maggiore disavanzo nel bilancio statale, ma c’è una novità rispetto alla reagonomics.

Quale?

La defiscalizzazione va insieme a un programma di nuovi investimenti nelle infrastrutture che ricorda molto il New Deal di Roosevelt. Ma qui c’è un’altra contraddizione.

Ossia?

Il Congresso repubblicano tradizionalmente anti-statalista concederà a Trump i fondi per questo suo programma d’investimenti? Sarà proprio l’establishment “corrotto” di cui Trump ha sempre parlato in contrapposizione al “popolo” di cui dice di essere il paladino che gli dovrà dare i soldi.

Problemi con l’establishment nel Pentagono e nella CIA?

Vedo più problemi con i servizi segreti che con il Pentagono, laddove Mattis, Segretario alla Difesa e uomo di Trump. Ma lo stesso Mattis potrebbe creare problemi in politica estera non avendo grandi simpatie per la Russia di Putin.

A parte l’opposizione repubblicana e, sul versante opposto, quella sulle strade e da parte di Sanders e Keith Ellison nell’area democratica, chi potrà cercare di ostacolare Trump?

Mi colpisce l’esempio di Jerry Brown, il governatore democratico progressista della California che ha prospettato un’opposizione al muro col Messico avvalendosi delle norme statali per la tutela dell’ambiente. Come il Texas fu lo stato leader nell’opposizione a Obama, la California potrebbe diventarlo contro Trump.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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