Trump, una minaccia per l’Ambiente

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Se da un lato, per citare il New York Times “L’aspetto più imprevedibile di Donald Trump è l’imprevedibilità”, dall’altro bisogna ammettere che, fatto piuttosto nuovo rispetto ai suoi predecessori alla Casa Bianca, costui sembra mantenere le sue promesse. Almeno per ora. E infatti, nel giro di pochi giorni dal suo insediamento come 45mo presidente degli Stati Uniti, The Donald ha cominciato a muoversi su vari fronti, a cominciare dalla politica sull’ambiente.

Si è dato da fare subito quando, solo 4 giorni dopo l’Inauguration Day, durante il suo incontro con i top executive dell’industria automobilistica, tra cui Marchionne, in visita a Washington, ha detto che eliminerà quelli che lui ritiene norme ambientali “superflue”. Ironicamente queste dichiarazioni arrivano a pochi giorni da una nuova inchiesta sulla FIAT-Chrysler in materia di emissioni nocive, sulla scia del dieselgate. Ha poi avuto il coraggio di dire che (proprio lui) è un ambientalista, ma che la normative “sono andate fuori controllo”.

Ma il negativista Trump non si è fermato lì e nello stesso giorno ha firmato degli ordini esecutivi per mandare avanti la costruzione di due controversi oleodotti: l’XL Kerystone e il Dakota Access. Com’è noto questi oleodotti hanno dato il via a una lunga serie di proteste, in primis da parte della popolazione Sioux che ne ha intuito il potenziale pericolo per la salvaguardia ambientale delle terre in cui vivono. E infatti Obama, in dirittura d’arrivo alla scadenza del suo mandato presidenziale si era mosso per sospendere i progetti “incriminati”.

Gli oppositori di questa sfacciata politica trumpista, che sembra determinata a ribaltare certe conquiste a favore dell’ambiente degli ultimi anni, si sono mossi subito, a cominciare da Greenpeace che ha steso un gigantesco striscione in cima a una gru dietro la Casa Bianca con la scritta “Resist”.

Ed è proprio Mary Sweeters, di San Francisco, responsabile per le campagne di Greenpeace a parlare con YOUng delle prossime mosse per fermare la contro-rivoluzione trumpista. Secondo la Sweeters, con questa politica “Trump e il suo entourage in realtà si stanno inconsciamente dando la zappa sui piedi”.

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Mary Sweeters, responsabile per le campagne di Greenpeace.

Cosa ne pensa delle recenti dichiarazioni di Trump sulle norme sul controllo delle emissioni delle auto?

Si tratta di un grave ritorno al passato che mostra un totale disprezzo non solo verso la protezione dell’ambiente, ma in particolare verso la salute pubblica, soprattutto nelle grandi città.

Questo ribaltamento della politica ambientale ha dei precedenti storici?

Purtroppo questo tipo di mosse sono totalmente inedite nella storia del nostro paese.

Questo passo indietro sembra valere in particolare per gli ordini esecutivi relativi agli oleodotti XL Keystone e Dakota Access.

Certo e a questo bisogna aggiungere anche le sue intenzioni di riprendere le trivellazioni nell’Artico, che ultimamente Obama ha cercato di bloccare.

Esiste la possibilità, dal punto di vista legale, di bloccare queste iniziative da parte di Trump?

Sì, soprattutto per quanto riguarda il Dakota Access e le trivellazioni: entrambi questi processi sono tuttora sotto scrutinio e quindi non è detto che, per quanto Trump e certi legislatori repubblicani nel Congresso ci provino, avranno successo nel loro intento.

Quale autonomia ha l’EPA (ndr Environmental Protection Agency, l’agenzia per la protezione dell’ambiente) in questo contesto?

Molto relativa: tanto per cominciare il capo dell’EPA è nominato dal presidente.

Che attitudine ha Scott Pruitt, l’uomo nominato da Trump a capo dell’EPA?

Quest’uomo, prima senatore, poi Procuratore Generale per l’Oklahoma si è distinto in passato per i suoi attacchi all’EPA durante le precedenti amministrazioni e per chiedere che ne venissero ridotti i poteri di regolamentazione ambientale.

Potrebbe esserci qualche forma di resistenza all’interno dell’agenzia?

C’è già stato il recente rifiuto di alcuni impiegati dell’EPA di silenziare certe informazioni sul mutamento climatico presenti sul sito dell’agenzia, come richiesto la nuova amministrazione Trump.

E com’è andata a finire?

L’amministrazione Trump è stata costretta a fare un passo indietro, esigendo solo una forma di censura verso certe affermazioni sul sito che riflettono un’opinione invece di un fatto scientifico.

Questo tentativo da parte di Trump è piuttosto grave.

Certo: è un vero e proprio attacco contro l’integrità della scienza.

Ma a parte voi di Greenpeace e l’opposizione democratica esistono nel Congresso dei legislatori repubblicani che pensano con le loro teste rispetto a questo drammatico capovolgimento?

Fortunatamente sì: ci sono dei repubblicani che hanno molto più rispetto per le conclusioni della scienza sui pericoli per l’ambiente e quindi si opporranno al presidente.

Poi naturalmente continuerà la lotta sul “terreno” da parte della popolazione Sioux e di tanti attivisti contro il progetto di oleodotto in Dakota.

Questa lotta è subito ricominciata: a poche ore dalla firma di Trump dei suoi ordini esecutivi una folla di 1000 persone ha dimostrato di fronte alla Casa Bianca.

A livello globale esiste poi una forte possibilità che Trump faccia un passo indietro sulla ratificazione USA degli accordi presi alla Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici.

Vedo questa possibilità in arrivo, ma al tempo stesso quest’ulteriore capovolgimento della politica USA incontrerà una forte opposizione non solo tra gli altri stati che hanno firmato l’accordo, ma anche tra la popolazione americana. L’idea di energia pulita si è ormai affermata e Trump non potrà fare più di tanto.

Questa nuova politica USA portata avanti da Trump aggiungerebbe al già pesante contenzioso con la Cina, che ultimamente si è schierata a favore di una nuova attitudine sul cambiamento climatico?

Sotto Obama gli USA e la Cina hanno raggiunto una posizione comune. Un eventuale defilarsi da parte di Trump avrebbe senz’altro conseguenze disastrose.

Rimane comunque tutta l’ambiguità russa a riguardo.

Sì, infatti ci sono molte speculazioni su quello che potrebbe combinare il nuovo Segretario di Stato Tillerson, uomo della Exxon, in complicità col suo amico Putin, in rapporto allo sfruttamento fossile nell’Artico.

Qual è la strategia di Greenpeace di fronte alle gravi prese di posizione dell’amministrazione Trump?

Nelle prossime settimane e mesi continueremo non solo a rivelare tutte le bugie nel campo scientifico di Trump e i suoi legami con l’industria fossile, ma intensificheremo a livello nazionale e locale una forma di resistenza combinata, insieme a quelli che si oppongono non solo alla politica ambientale, ma anche alle altre iniziative come quella sul muro con il Messico.

Ma per evitare l’accusa di conflitto d’interessi Trump dice di aver disinvestito nel campo dell’industria fossile.

Sì, ma per quanto riguarda l’oleodotto Dakota Access non ha reso pubblico il suo disinvestimento da compagnie legate a questo specifico progetto: quindi non c’è ancora una vera trasparenza.

Quindi potranno sorgere maggiori pressioni affinché “l’imperatore faccia un bello… strip-tease”

Certamente e noi ci muoveremo proprio in questa direzione.

A parte i vostri alleati naturali a livello politico, come Sanders, Jill Stein e possibilmente Obama, dove troverete un appoggio concreto?

Soprattutto nella società civile e in particolare tra le comunità costiere che sono tra le più direttamente danneggiate non solo dall’inquinamento ma anche dall’innalzamento dell’acqua marina a causa dei cambiamenti climatici.

Avete anche come alleato la lobby dell’industria energetica pulita?

Certo e la società civile ha ormai capito che un crescente affermarsi dell’energia pulita ha un impatto positivo non solo sull’ambiente, ma anche nel campo dell’occupazione, della salute e della sicurezza.

Esiste però un aspetto positivo nella politica trumpista che promette maggiori investimenti nell’infrastruttura, quasi un ritorno ai giorni di Roosevelt col New Deal.

Chiaramente noi siamo favorevoli a questo tipo d’investimenti, ma al tempo stesso dobbiamo stare molto attenti alla possibilità di mancanza di controlli a livello ambientale, con tutte le possibili conseguenze negative per la gente che, nella sua continua retorica demagogica, Trump dice di voler aiutare.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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