C’è un futuro per il Comunismo?

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Si è appena concluso a Roma la stimolante Conferenza sul Comunismo, nota anche come C17, per ricordarci il centenario della Rivoluzione di Ottobre del 1917. Un evento che si è svolto in parte allo GNAM (Galleria Nazionale d’Arte Moderna) e in parte al centro sociale Esc Atelier.

Moltissimi gli interventi di filosofi, sociologi, antropologi ed economisti provenienti non solo dall’Italia, ma anche da Francia, Germania, Russia, Stati Uniti, America Latina, Australia. Tra i nomi di spicco Luciana Castellina, che ha “aperto le danze”, Toni Negri, Giacomo Marramao, Etienne Balibar, uno dei più famosi filosofii marxisti e anche, in video, l’immancabile Slavoj Žižek.

Centinaia di persone di tutte le età, e quindi non solo i rappresentanti della “vecchia guardia”, hanno partecipato entusiasti all’evento, il quale, al di là di tutti i bei discorsi, spesso pesantemente teoretici, ha posto delle domande fondamentali per il nostro futuro e per quello delle generazioni a venire.

La premessa essenziale, che può riassumere lo spirito del convegno, è che, chiaramente, il comunismo nelle forme in cui si è materializzato negli ultimi cento anni è stato sotto molti punti di vista una sconfitta, più che un fallimento, dell’idea di comunismo lanciata da Karl Marx. Ci riferiamo al cosiddetto Socialismo Reale che nell’Unione Sovietica ha portato all’involuzione dello stalinismo. L’esperimento sovietico, nonostante alcuni suoi aspetti positivi, soprattutto per ciò che riguarda la distribuzione della ricchezza, non solo non ha creato il cosiddetto Uomo Nuovo, ma al contrario, ha dato vita, soprattutto nei paesi dell’Europa dell’Est, a un istintivo odio, o perlomeno scetticismo, verso la stessa parola comunismo.

Per non parlare poi del comunismo Made in China, che, ormai morto e dimenticato l’idealismo di Mao Zedong, si è ormai trasformato in una specie di capitalismo di stato.

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Alla fin fine, forse, non si starebbe ancora qui a parlare di comunismo e a citare un vecchio filosofo dell’800, se il capitalismo si fosse evoluto in un’organizzazione più illuminata del mondo. Ma, come è sotto gli occhi di tutti, le cose non stanno così: crisi economica, disoccupazione, precarietà, indecente arricchimento di pochi rispetto ai molti (secondo un recentissimo rapporto dell’OXFAM, otto persone nel mondo detengono la metà della ricchezza mondiale), povertà diffusa, e, last but not least, il disastro ecologico. Tutti fenomeni che, come è stato fatto notare nel convegno, il Sistema capitalistico, continua a produrre senza però riuscire a controllare. Da qui, di fronte al “tradimento” delle socialdemocrazie, ecco il quasi inevitabile successo dei vari populismi da Trump in giù.

A questo punto o si entra nella classica logica di TINA (There Is No Alternative), o ci si chiede seriamente se la specie umana non possa un giorno riuscire a organizzarsi in un tipo di società in cui si pone fine allo sfruttamento dell’uomo da parte dell’uomo. Secondo Marx noi stiamo vivendo la Preistoria dell’umanità. La Storia deve ancora venire.

Tutti nella conferenza erano d’accordo su un fatto: l’opzione leninista di attaccare il Palazzo d’Inverno, come avvenne appunto 100 anni fa, non è la soluzione. Come non è una soluzione imporre un Mondo Nuovo dall’alto. Almeno in questo gli esperimenti russo e cinese, dovrebbero averci insegnato qualcosa.

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Quindi una discussione di cosa potrà essere in realtà il comunismo parte non da una nostalgia per vecchi modelli stantii e fallimentari, ma in un ritorno alle origini, senza appunto dimenticare che Marx non era un nemico dell’individualità, ma un suo solido fautore. Ma tenendo in mente al tempo stesso l’etimologia della parola comunismo, che come le parola compassione, cooperazione, convivenza, complicità, comunicazione hanno in comunela parola latina cum (con).

Nella società umana, pur coltivando la nostra sacra individualità (diversa dall’individualismo), non possiamo dimenticare un semplice fatto: viviamo con gli altri e gli altri hanno gli stessi diritti, non solo politici, ma anche sociali ed economici, che abbiamo noi. E affinchè questi diritti si possano affermare, non possiamo cadere in quell’isolamento alienato (e consumistico) che, tristemente, caratterizza il mondo attuale.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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