Se la retorica della crisi uccide più della crisi stessa

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Ho 4 lauree e 10 master. In Italia sturavo cessi negli autogrill, in Germania mi hanno candidato premier”. E poi “desertificazione aziendale implacabile“, “ogni giorno bel Bel Paese chiudono un gozzilione di aziende” e “si suicidano sempre più imprenditori“. Bisogna inoltre considerare sempre che “in Italia esiste un precariato endemico“, con una “disoccupazione giovanile drammatica“; perché questo “non è un paese per giovani, che tra l’altro possono anche dimenticarsi la pensione“. E ancora: “al Sud esistono solo mafia, corruzione e sfruttamento“, mentre oramai anche “al Centro-Nord non cambia molto: solo mafia, corruzione e sfruttamento“. Per concludere: “I dati Svimez confermano che entro una generazione ci estingueremo e che il Sud è condannato a sprofondare come Atlantide nel giro di 3 mesi“.

Ma con questo bombardamento costante di depressione, negatività circondante, esterofilia spinta, lamentela costante ecc, è anche normale che la mattina poi non si abbia molta voglia di uscire dal letto e da casa di mamma e papà per affrontare il mondo. Che non si riesca a vedere altro se non nero totale ed asfittico. E’ un principio psico-mediatico di base, che porta una diffusa emulazione tra le menti più facilmente manipolabili ed influenzabili (che sono tantissime) e favorisce il radicarsi dell’analfabetismo funzionale, che presuppone in primis l’incapacità di leggere ed immaginare la realtà al di fuori della propria esperienza soggettiva, dei propri pregiudizi e del proprio recinto di percezioni.

IL PESSIMISMO ENFATIZZATO FA PIU’ DANNI DI UNA PESSIMA REALTA’

Chiariamoci: tutte le cose citate ci sono eccome ed ognuno di noi le ha vissute in maniera più o meno virulenta e ripetuta. Il problema è che (troppo) spesso vengono enfatizzate per le più disparate ragioni (ad esempio banalmente auto-assolutorie per chi ha fallito senza neppure provare). Ma una simile retorica a cosa e a chi serve? E’ l’estremo opposto dell’ottimismo in salsa renziano-berlusconiana, alla “i ristoranti sono sempre pieni”. Due forme di qualunquismo miope e sciatto che spingono in uno stato di alienazione pericoloso, iper-semplificando la realtà e volendola leggere con un unico registro, infantile e basato su spot e vox populi. Nel migliore dei casi, su dati statistici fuorviati e distorti a tal punto da divenire vere e proprie posizioni ideologiche nate da interpretazioni propagandistiche della reltà.

Il negativismo trombone, però, fa probabilmente molti più danni dell’ottimismo infondato, perché porta ad esempio anche le aziende sane ed in crescita ad usare “la crisi” e certa retorica come giustificazione per sfruttare, sottopagare, licenziare, annichilire i sogni di giovani e non. In questo modo chi ha già tanto (troppo), ha una scusa in più per prendere ancora di più e depredare chi quel di più lo meriterebbe. Questo aspetto lo sottolineava in maniera magistrale già nel 2012 un noto recruiter, Ovaldo Danzi. La sua denuncia sulle pratiche messe in atto dalle imprese per cavalcare la retorica della crisi è quanto mai attuale e consiglio vivamente di leggerla.

LAVORARE BENE, “PERSINO” AL SUD

Io so solo che ogni settimana con INSEM incontro imprese in salute, ambiziose e stimolanti, con le quali strutturiamo progetti entusiasmanti e di largo respiro, con budget crescenti. E lo faccio nel Sud Italia, vicino ad una piccola città come Caserta, insieme ad altri consulenti ed imprenditori del Sud e del resto del paese che hanno voglia di investire, osare, vincere le sfide del mercato digitale. Sento autentiche scariche di adrenalina, ogni giorno, mentre sono in viaggio verso il lavoro e penso a quello che mi aspetta. E la sera a volte mi capita di non riuscire a prendere sonno per i troppi pensieri (belli) che ho nella testa. Certo ci sono i momenti di estrema stanchezza, di stress, di timore per il futuro, di imprecazioni contro lo Stato ladro e presente quasi solo quando si tratta di riscuotere. Ci sono gli errori, i progetti che vanno male, i clienti ingrati ecc…ma queste cose fanno parte della vita e rendono anche più belli i momenti sereni e vincenti. Rendono ognuno di noi più forte.

E, fidatevi, se ogni giorno mi succede ciò che vi ho appena descritto, è al 90% merito dell’approccio esistenziale che ho sempre avuto, fin da giovanissimo. Perché sono un ottimista cronico ed irriducibile, che non ha mai avuto regali e che proprio perché si è guadagnato da solo ogni conquista non può accettare un certo tipo di “filosofia della lagna” o della rosicata puerile alla “se non ci sono riuscito io allora chiunque altro riesca è solo fortunato o raccomandato“.

LE OPPORTUNITA’ CI SONO, PER CHI SA SCORGERLE E COGLIERLE

Per fortuna, non sono certo l’unico che può testimoniare un certo tipo di percorso portato avanti con grande sacrificio, ma altrettanta soddisfazione. Ci sono ad esempio i ragazzi di Mylbread, intervistati in uno dei pochi articoli del Fatto Quotidiano che non danno spazio alla litania ossessiva dei “cervelli in fuga” che hanno trovato il paradiso all’estero e non vedono l’ora di sputare fango sul proprio paese d’origine. L’idea di Mylbread è quella di portare il pane artigianale nelle case (in bicicletta) e…sta funzionando.

O ancora i due giovani imprenditori torinesi, Daniel ed Eugenio, che stanno per lanciare Help-App, un’applicazione che si pone l’ambizioso e nobile obiettivo di rendere la solidarietà un fenomeno virale, coordinando chi vuole offrire il proprio aiuto volontario ed introducendo in questo modo il concetto di “help-sharing”, ovvero di condivisione disinteressata di aiuto tra esseri umani. Chi può offrire aiuto, definito “Helper”, si mette semplicemente a disposizione (geolocalizzata) di chi ne ha bisogno, chiamato “Needy”. E breve la prima beta di Help-App sarà disponibile per gli oltre 500 che si sono già iscritt sul sito per riceverla in anteprima. 

Le occasioni sono lì fuori, se sapete scorgerle e strapparle via ad una vita che vi dipingono più pessima e deprimente di quanto non sia prima di tutto perché hanno paura di vedervi positivi, reattivi e rabbiosi. Perché hanno paura di essere scaraventati giù dalla loro piramide costruita su rendite ereditarie o idee vincenti vecchie però di 30 anni.

E chi mi dice: “fuggi da qui prima possibile” da giovane o vecchio privilegiato, può iniziare a fare lui i bagagli per primo. Perché decido io se e quando andarmene dal mio paese. Perché posso permettermelo, perché l’ho sempre preteso; perché è giusto e sacrosanto così. Perché qui in “terronia” siamo un po’ tutti spartani, noi abituati a combattere persino per avere l’acqua potabile in casa, per poter percorrere strade senza crateri e non farci scavalcare in fila alle poste. Senza vittimismo, senza piagnisteo perpetuo, impugniamo lancia e scudo, un elmo e combattiamo giornalmente piccole e grandi battaglie contro nemici apparentemente sempre troppo più numerosi e “cattivi” di noi. Siamo abituati a vincere con poco o nulla tra le mani ed è soprattutto per questo che all’estero solitamente facciamo la differenza. 

Personalmente vivo e vedo un paese pieno di ferite, limiti e difetti talvolta sconfortanti, ma anche straripante di potenzialità, vitalità, professionisti di valore ed opportunità ancora da cogliere. Vedo il bianco, il nero, il grigio e tutte le sfumature del caso (che sono molto più di 50).

E quindi direi basta con la retorica dei cervelli in fuga, dei super-meritevoli reali o anche solo vagamente presunti che intonano la solita litania del “se non ci sono riuscito io che ero il più figo, allora nessuno può”. Visto che, se ci sono riuscito io che non ero e non sono il più figo, possono riuscire tanti altri a fare il lavoro che amano, essere ben pagati e poter scegliere se andare all’estero o meno.

Ultima considerazione per quelli che la mitica Vulvia di Rieducational Channel definirebbe “spingitori di fughe all’estero”: mi spiegate come mai, gli immigrati che scappano da miseria vera, guerre, stupri e stragi dovrebbero rimanere “al paese loro e combattere” e noi dovremmo tutti fuggire in massa entro i 22 anni senza neppure provare a lottare qui per cambiare in meglio le cose?

Germano Milite

Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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