Il complesso quadro medio-orientale: YOUng intervista Marina Calculli

(Foto: Alice Martins/AFP)
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INTERVISTA CON MARINA CALCULLI

Mentre la recente conquista del quartier generale di DAESH a Sirte, anche grazie a 10 giorni di bombardamenti USA, segna un grosso passo avanti, soprattutto simbolico, per il governo di al-Serraj, la situazione politica in Libia è lungi dall’essere risolta.

Specularmente, la stessa problematica si ripete sull’altro fronte anti-ISIS: la Siria, dove ci sono due guerre parallele, una contro il Califfato, in buona parte vittoriosa, e l’altra contro il regime di Assad non ancora conclusa.

In generale, l’intero quadro medio-orientale è lungi da una sistemazione stabile e duratura: dall’Iraq allo Yemen e dal Libano alla Palestina, la conflittualità rimane a un livello elevato con tutte le potenze mondiali e locali concentrate nei loro giochi d’interesse politico ed economico.

   Verrebbe voglia di dirla alla francese: Plus ça change et plus c’est la meme chose.

o..p

   Parla di tutto questo a YOUng Marina Calculli, ricercatrice Fulbright presso l’Institute for Middle Eastern Studies, Elliott School of International Affairs della George Washington University, esperta del Medio Oriente dove è anche vissuta.

La conquista di Sirte è un grosso passo avanti, ma forse i seguaci del Califfo semplicemente si sposteranno?

Come abbiamo visto in altri casi, DAESH è  capace di riarticolarsi, scomparendo da un posto per poi ricomporsi in un altro. Di fatto con la presa della base di Ouagadougou, il quartier generale di DAESH a Sirte, il gruppo è stato sconfitto, ma è abbastanza prevedibile che molti miliziani ripieghino verso sud. Per fare un parallelo, anche in Iraq dopo il surgestatunitese del 2007, i miliziani di al-Qaeda si rifugiarono nelle aree semi-desertiche dell’Iraq per riorganizzarsi e riemergere a più riprese dopo.

Questa sua capacità è anche legata al modo in cui è strutturato?

DAESH bypassa le logiche dello stato inteso come unità amministrativa, territoriale e politica. Capitalizza su alleanze strategiche con poteri locali – nel caso di Sirte per esempio è stata cruciale l’accordo con le tribù legate al regime di Gheddafi – e costruisce la sua economia informale: petrolio, rapina e tasse con cui compra armi.

Rimangono comunque le divisioni politiche all’interno della Libia, a cominciare dalla presenza forte del generale Haftar…

Haftar ha criticato l’intervento e ha spesso usato DAESH per combattere le milizie di Misurata. L’insediamento del governo di al-Sarraj, letteralmente “creato” dalla comunità internazionale, ha cambiato l’equilibrio politico tra Tobruk e Tripoli. L’intervento USA ha lo scopo di rafforzare la legittimità dell’azione occidentale di cui al-Sarraj è espressione.

Quali sono gli interessi dunque?

C’è l’interesse di Obama di costruire una legacydi interventi di successo a fine mandato. E poi ovviamente interessi commerciali libici e non libici che vogliono far ripartire le esportazioni di petrolio dalla Libia, oggi limitate a 300.000 barili al giorno, a fronte degli 1,6 milioni prima del 2011. Non a caso di recente si è rimesso in moto il porto di es-Sidr.

In Siria non sembrano esserci stati  progressi dopo il cessate il fuoco. Qual è la posizione di DAESH in Siria?

Il cessate il fuoco è fallito clamorosamente. Il vero problema del paese non è DAESH, che resta confinato a Raqqa ed è stato eliminato anche da Manbij, punto strategico tra Aleppo e Kobane.

Qual è quindi il vero conflitto?

Sul terreno da una parte c’è il regime e i suoi alleati – Hezbollah e le forze iraniane – dall’altra l’opposizione, un focolaio di resistenza anti-regime, oggi però in gran parte fagocitato da gruppi jihadisti o islamisti. Ma dietro le quinte ci sono molti attori regionali e internazionali. C’è la rivalità tra Arabia Saudita e Iran e c’è la Turchia dal 2011 schieratasi contro Assad, ma oggi principalmente impegnata contro i curdi. C’è la Russia, alleata  di Assad, e gli Stati Uniti che sostengono l’opposizione politica al regime, contemporaneamente combattono DAESH, ma mantengono una posizione ambigua anche verso il regime e la Russia.

Questo si riflette specificatamente nella battaglia di Aleppo…

Ad Aleppo la sfida dei ribelli era rompere l’assedio del regime che impediva l’accesso degli aiuti umanitari nella zona orientale della città. Questo è stato fatto, certamente con un sostegno esterno. Dal confine turco sono arrivate molte armi. Gli Stati Uniti restano almeno formalmente defilati e credo lo rimarranno fino alle presidenziali di novembre. Sul terreno si rafforza sempre più l’ex Jabhat al-Nusra, oggi rinominata Jabhat Fatah al-Sham, che ha sancito un divorzio tattico da al-Qaeda proprio per rafforzare il suo consenso presso la popolazione. Sono molti i casi di proteste contro il governo del gruppo in Siria. Ma la battaglia di Aleppo è tutt’altro che conclusa. Il regime ha mobilitato migliaia di unità, sta cercando di riconquistare territorio e la Russia continua a bombardare Aleppo, oltre che Idlib, altra roccaforte dei ribelli.

Quali sono gli scenari possibili?

La battaglia di Aleppo potrebbe restare aperta per mesi. Aleppo d’altronde è contesa dal 2012 e le situazioni incerte sul terreno sul terreno servono a negoziare sui tavoli politici. Un po’ come avvenne nella guerra civile libanese, la fine chirurgica delle ostilità credo sarà legata ad un accordo internazionale. I due candidati alla Casa Bianca hanno visioni diverse sulla Siria. Poi c’è anche la virata turca verso Mosca che potrebbe cambiare il peso del sostegno di Ankara ad alcuni gruppi.

Come si spiega la virata di Erdogan, più vicina oggi alla Russia e anche a Israele…

La politica estera in Turchia è stata spesso funzionale a rafforzare il potere domestico e per questo cambia aspetto, almeno apparentemente, in modo rapido. Oggi Erdogan, dopo lo sventato golpe, ha bisogno di ricostruire l’idea di una Turchia sovrana, irriverente verso i diktat occidentali, conservatrice ma pragmatica. Per questo, con molta nonchalance, si rivolge scenograficamente verso Mosca e Israele, dopo le altrettanto scenografiche rotture degli ultimi anni.

La sua priorità rimane comunque la lotta testarda contro i curdi…

Sì, e Mosca potrebbe assicurare ad Ankara, molto più degli americani, garanzie sul dossier curdo – ovvero nell’impedire che i curdi, grandi combattenti in Siria, ma anche grandi esclusi da tutti i tavoli politici, ottengano quel che vogliono, ovvero l’autonomia territoriale a nord della Siria.

Ma gli americani appoggiano i combattenti curdi.

Sì, ma per ragioni strategiche: perché i curdi si sono mostrati i più abili nel contrastare DAESH.

Nel quadro occidentale rimane forse anche un’ostinazione USA nel mantenere una forma di egemonia?

Il disimpegno Americano dal Medio Oriente non è un ritiro. Gli Stati Uniti sono militarmente presenti  nel Golfo, in Iraq, in Siria… Poi entrambi i candidati alla Casa Bianca hanno un forte legame con la lobby ebraica. Washington in Medio Oriente garantisce la sicurezza e gli interessi di Israele ed è difficile che questo cambi nel breve-medio periodo. Obama ha ri-articolato la forma dell’interventismo americano in Medio Oriente: l’America è solo meno visibile rispetto ai tempi di G. W. Bush, ma ancora ben presente.

A proposito di DAESH, anche se un giorno il sedicente Stato Islamico dovesse perdere il suo ancoraggio territoriale, rimarrebbe comunque una pericolosa forma di franchisinggrazie alla sua folle ideologia ispiratrice.

Il cosiddetto “islamismo radicale” è figlio di questi tempi. La crisi delle ideologie politiche tradizionali, ma direi più in generale la crisi della politica intesa come capacità di costruire e preservare l’equilibrio sociale, ovunque fa nascere nuovi ibridi: forze conservatrici e ultramoderne insieme. DAESH  è solo la più clamorosa e la più violenta di queste. Ma sintetizza perfettamente il fallimento del partito Ba’th in Iraq e Siria ed è l’alterego della brutalità dei vecchi regimi.

Ma è anche importante capire chi c’è dietro DAESH, soprattutto dal punto di vista finanziario.

Fino al 2014-2015 vari attori del Golfo fornivano sostegno finanziario al gruppo, ma DAESH è diventato autonomo nell’estrarre e contrabbandare petrolio. Le tasse sono un’altra componente della rendita. Oltre alle concessioni – dominio in cui DAESH ha fatto affari con tutti, comprese le compagnie occidentali che continuano ad operare in Iraq, come la francese LaFarge che ha ammesso di aver pagato il pizzo a DAESH. L’ideologia si ferma al business, dunque. Pecunia non olet, come si suol dire. Negli ultimi mesi, però, il mercato petrolifero di DAESH è entrato in profonda crisi: questo dato, se mantenuto, potrebbe incrinare il progetto politico del gruppo.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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Intervista Isis daesh marina calculli

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