Intervista a Fratoianni:”Il cambiamento di Renzi è regressivo”

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Mentre Yanis Varoufakis, l’ex-Ministro delle Finanze greco, sta dando vita al Democracy in Europe Movement 2025 (DiEM 2025), che verrà lanciato ufficialmente a Berlino il 9 febbraio, in Italia è nata recentemente la Sinistra Italiana come gruppo parlamentare. A breve, dovrebbe divenire un soggetto politico vero e proprio. Tra gli attori principali di questa iniziativa c’è Nicola Fratoianni, coordinatore nazionale di SEL.

  “La mia critica principale a Renzi è, al di là delle etichette ideologiche, l’idea che il cambiamento sia un fattore neutro. Invece può essere regressivo o progressivo. E il suo è regressivo.” dice Fratoianni.

Conferma il fatto che il Jobs Act è stato praticamente un copia-incolla di una proposta che in realtà viene dalla Confindustria?

Beh, è stata la stessa Confindustria a confermarlo. 

Quindi, al di là di certe uscite da duro nei confronti della UE a trazione tedesca, il nostro Primo Ministro, rimane attaccato a una visione fondamentalmente neo-liberista dell’economia e della società?

Certo… La critica all’austerità si accompagna alla riproposizione dei trattati come un pilastro intoccabile. Le due cose non stanno insieme. Senza cambiare i trattati l’Europa scompare e la polemica di Renzi si ferma ai margini.

In Europa sembra esserci un blocco mentale dietro questa insistenza su politiche neo-liberiste e di austerity, mentre negli USA, non certo un paese con una classe politica radicale, sembra esserci più flessibilità in questo contesto.

E’ un blocco ideologico che riflette dei precisi interessi.

Certi hanno visto Tsipras come un “traditore” nella lotta contro questa visione. Lei cosa ne pensa?

Non sono affatto d’accordo. Tsipras è stato il primo a lanciare una sfida al dogma neo-liberista e proprio per questo è diventato vittima di un continuo ricatto. Si è trovato isolato.  Detto questo oggi è in campo con la stessa determinazione per battersi contro l’austerità e l’idea che a pagare siano sempre i più deboli.

Ma ora forse il suo isolamento è meno estremo.

Infatti stiamo guardando tutti con grande interesse agli sviluppi in Portogallo, dove sta governando una coalizione di sinistra, e alla Spagna dove Podemos si è affermato come il terzo partito subito dietro il Partito socialista e oggi avanza una proposta per un governo sul modello Portoghese. Questi successi sono importanti anche in contrapposizione alla crescita dei movimenti populisti xenofobi di destra sul continente.

Secondo una certa visione la vecchia distinzione tra destra e sinistra sta scomparendo. Cosa ne pensa?

Non sono d’accordo. Di fronte alla crisi economica e alle sue conseguenze monta la rabbia e l’idea per la quale alla fine sono tutti uguali. Dunque se da un lato è necessario ridare senso e credibilità alla parola sinistra resta una profonda differenza. La sinistra sta dalla parte di chi è più debole e si batte contro la diseguaglianza.

Certi vedono Podemos come l’equivalente spagnolo del M5S. E’ d’accordo?

Si tratta di una confusione. Podemos è un partito di sinistra. Su questo non ci sono dubbi. La lotta contro la corruzione e i privilegi che caratterizza Podemos e che ha favorito questa confusione convive con un posizionamento molto netto su temi che vanno dalle politiche economiche all’immigrazione, dal lavoro al welfare. Temi sui quali le oscillazioni e le ambiguità del M5S sono evidenti.

Come vede la querelle nell’ambito del M5S sulle dimissioni della sindachessa di Quarto?

Prima di tutto devo dire che ho trovato deprimente la contesa sul terreno del “sono più pulito io” tra PD e M5S. Quello che è scomparso è il tema vero: la grande criminalità si infiltra dove c’è il potere. E questo vale anche per chi si è sempre definito diverso. Allora il problema è discutere sugli anticorpi, sulle misure di contrasto. Insomma misurarsi sulla questione vera invece che farne un terreno di campagna elettorale.

La Sinistra Italiana, in procinto di diventare un vero e proprio soggetto politico, andrà a caccia di supporter nelle vaste praterie dell’astensionismo?

Sì. Intanto perché una democrazia del 50% ha un problema enorme di partecipazione e di rappresentatività. E poi perché c’è un’area vasta di persone che non si ritrovano più in un PD ormai in preda a una deriva a destra e che maturano una delusione nei confronti del M5S.

Esistono delle differenze sostanziali tra la vostra posizione e quella del M5S per ciò che riguarda la proposta di un reddito di cittadinanza?

Esistono delle differenze, per esempio sulle coperture e sull’importo, ma in fondo sono due proposte che non possono che parlarsi e c’è da parte nostra la disponibilità a proporre un testo unico. Rimane l’urgenza di mandare avanti questo progetto per lottare contro la povertà e per far fronte al fenomeno diffuso del precariato, soprattutto tra le nuove generazioni.

Come mai l’Italia e la Grecia sono gli unici paesi in Europa in cui non esiste il reddito di cittadinanza? 

Perché in Italia abbiamo uno strano rapporto con l’Europa. Un punto di riferimento necessario quando chiede riforme che restringono i diritti, una voce lontana quando ci chiede di mettere un piede nella modernità come succede col reddito o con i diritti civili.

A questo punto, ammesso che mantenga la sua promessa, l’unico modo di mandare a casa Renzi è forse mandare avanti e poi vincere il referendum con un ‘No’ sulle riforme costituzionali?

Non sono poi così sicuro che Renzi abbandonerà la politica se perderà il referendum. Potrebbe puntare su elezioni anticipate.

Al di là di Renzi e delle sue scelte personali perché è così importante il referendum costituzionale?

Il referendum rappresenta un punto chiave per l’assetto del nostro stato. Tutti i discorsi giustificatori in nome della modernizzazione sono pure chiacchere, demagogia, slogan. Di fronte a un astensionismo che si aggira ormai intorno al 50%, non è ammissibile che una forza politica, con una rappresentanza reale di solo il 15% dell’elettorato controlli l’intero assetto dei poteri, possa decidere tutto, perfino di dichiarare la guerra.

La dichiarazione di guerra? Non se ne parla molto.

Infatti la cosa è passata inosservata. Con il nuovo assetto la decisione di dichiarare guerra dovrebbe ottenere l’approvazione solo da una camera in parlamento. Ma al di là di questo il pericolo maggiore insito in questa riforma, è che in nome di una supposta efficienza e modernizzazione, si arrivi a un presidenzialismo de facto.

Ma in un sistema presidenziale ci sono comunque dei contrappesi?

L’aspetto più grave di questa riforma è che si arriverebbe a un presidenzialismo senza sostanziali contrappesi. Sarebbe uno stravolgimento della nostra democrazia.

Esiste la possibilità che si affermi il ‘No’?

Credo proprio di sì.

In politica estera l’Italia le pare tuttora piuttosto asservita all’egemonia USA?

Quello che vedo in primo luogo è l’assenza clamorosa di una voce europea nella politica internazionale. Vedo solo frammentazione, balbettio. Riconosco però come positivo il rifiuto del governo italiano di accodarsi, dopo i fatti di Parigi, alla politica del bombardiere facile. Mi auguro che duri visto che si torna a parlare di un possibile nuovo intervento in Libia. Nello stesso tempo vedo una posizione poco chiara dietro la decisione d’inviare truppe per la difesa della diga di Mosul in Iraq e soprattutto nei confronti della Turchia di Erdogan e della sua politica verso i Curdi, che in questo momento rappresentano il maggiore ostacolo all’avanzata dell’ISIS, ma al tempo stesso sono un chiaro target degli attacchi di Ankara.

Cosa manca nella nostra strategia per sconfiggere l’ISIS?

Trovo per esempio molto strano che non si riesca a bloccare il supporto finanziario e militare dell’ISIS da parte di stati che sono nostri partner commerciali, e che non si riesca a bloccare il flusso di petrolio che, anche se attraverso intermediari, permette la sopravvivenza dello Stato Islamico. E’ poi inevitabile coinvolgere la Russia come attore essenziale nel teatro medio orientale. In tutto questo sia l’Europa che l’Italia mostrano una politica estera debole.

E la questione palestinese?

Questa è la questione delle questioni e soprattutto di fronte all’aggressività coloniale di Netanyahu verso i territori palestinesi l’Italia di Renzi sta mostrando una certa discontinuità rispetto al passato.

L’Italia diversamente da altri paesi non ha ancora riconosciuto la Palestina.

Beh, abbiamo assistito in parlamento a un piccolo teatro delle burle, con il PD che ha prima votato una mozione che poteva essere un primo passo verso il riconoscimento della Palestina e poi un’altra del NCD in direzione opposta. Questo la dice lunga sulla posizione del governo sulla questione palestinese, come d’altra parte su altre questioni.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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