Perché la retorica sui fannulloni ha rotto i co…

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I fannulloni del settore pubblico sono solo l’ennesima operazione di distrazione di massa per non affrontare l’unico vero, grande problema della nostra epoca: le pochissime persone che controllano sempre più ricchezza e la crescente disuguaglianza economica

Ultimamente nel talk show, sui giornali, nei salotti degli “intellettuali”, sembrano un po’ tutti ossessionati dalla lotta al dipendente pubblico fannullone, ai “troppi privilegi” ed alle “troppe tutele” del vecchio, caro contratto a tempo indeterminato nell’amministrazione pubblica, oramai divenuto una sorta di bestemmia, di carta appestata che è da etichettare come il peggiore dei mali e, aggiungerei, come una delle cause principali della fantomatica “crisi” e della “scarsa produttività”. Insomma: se sei povero e precario, è esclusiva colpa dell’impiegato fancazzista delle poste.

Del resto si sa e ce lo ripetono a mo’ di mantra ogni giorno da anni: “il posto fisso non esiste più”, perché c’è appunto “la crisi”. Lo dico da free lance e piccolo imprenditore che se non lavora semplicemente non guadagna, non ha la tredicesima, si deve versare i contributi, non ha alcun sussidio di disoccupazione ecc: ci stanno clamorosamente e ripetutamente prendendo per decerebrati, riproponendo la classica e vecchia strategia del divide et impera o, come amo definirla io, della lotta tra poveri e ancora più poveri, ovvero tra chi ha 30 euro e se la prende con chi ne ha 15 che poi sbraita contro chi ne ha 5 e così via fino al nullatenente totale.

LA “PROFEZIA” NEL FILMA “LA GRANDE SCOMMESSA”

Ma con questo editoriale, senza complottismi e dietrologia, vi spiegherò perché non esiste alcuna crisi oramai da anni ma, al massimo, un cambio volontario e violentissimo di paradigma nella gestione economica e sociale del mondo che conosciamo. Prima però permettetemi una piccola divagazione cinematografica, comunque perfettamente in tema: nel film “la Grande Scommessa”, dedicato al racconto fedele di ciò che causò il crollo momentaneo del sistema finanziario globale nel 2008, la conclusione amara arriva con una riflessione se volete banale, ma assolutamente veritiera: in pochi giorni 8 milioni di americani persero il lavoro, molte aziende fallirono, tantissime persone si ritrovarono senza una casa.

Chi aveva causato questa ecatombe socio-economica in maniera volontaria e fraudolenta, non pagò nulla o pagò con pene praticamente simboliche. “Vedrete che tra qualche anno, la colpa di tutto ciò che è successo, sarà data ad immigrati e povera gente”, commenta sardonico uno dei protagonisti. Ed è andata proprio così, fuor di retorica: gli squali della finanza che controllavano (e controllano) il mondo sono stati salvati da quegli stessi contribuenti che hanno poi dovuto accettare un cambio violento del proprio tenore di vita. La filosofia del “chi arriva prima prende tutto”, penetrò nelle stanze del potere politico ed ottenne la sua vittoria più grande, ovvero trasformare le vittime in carnefici.

IL DATO AGGHICCIANTE

Per questo, quando sento parlare di “meritocrazia”, “uguaglianza” e lotta ai dipendenti pubblici fannulloni, provo sempre un profondo senso di fastidio. Mi sento trattato da minus habens e non faccio altro che pensare ad un dato che parla più di ogni altro vacuo dibattito su questi temi: 62 persone controllano la metà della ricchezza mondiale. Rileggetelo per bene e rimanete a rifletterci per qualche secondo almeno: meno di 100 persone, tra l’altro sempre più ricche, controllano il 50% del patrimonio economico e finanziario globale. Capirete, dunque, quanto alla luce di questo dato, ogni altro discorso sulla “crisi” che rende necessaria una rivalutazione (ovviamente al ribasso) dei diritti dei lavoratori ed ogni battaglia tra (poveri) lavoratori pubblici e privati, trasudi ipocrisia da tutti i pori.

E’ ovvio che il dipendente fancazzista con il cartellino timbrato dall’amico debba subire un licenziamento e sia un mio “nemico”. Ma pensare che il mio ed il vostro problema ossessivo siano gli impiegati pubblici/parassiti a 1200 euro al mese e non le persone che guadagnano 1200 euro al secondo senza dover dar conto a nessuno è decisamente miope. Significa cioè focalizzarsi sulla pagliuzza mentre una trave ci sodomizza violentemente e senza vasellina. A mio avviso, infatti, occorrerebbe prima di tutto intervenire per contrastare la crescente e drammatica disuguaglianza socio-economica ed impedire che troppa ricchezza (e quindi troppo potere) si concentrino nelle mani di pochissimi e, solo successivamente, andare poi a “limare” la parte bassa della macchina statale in nome di una sacrosanta giustizia sociale in grado di premiare i virtuosi e di punire i furbetti.

IL VERO NEMICO? E’ IL “POTERE FISSO”

Continuare invece a parlare compulsivamente degli “assenteisti”, di quei zozzoni che si permettono di avere un “contratto blindato” e voler favorire un nuovo foracaiolesimo militante contro i cosiddetti “statali” è da idioti con patente o da corrotti con paghetta annessa. Perché ora sono (quasi) tutti a sbraitare contro il “posto fisso” da 1200 euro al mese, e (quasi) nessuno sembra preoccuparsi degli effetti nefasti del “potere fisso” di coloro che, una volta arrivati in cima, sanno di non doversi schiodare mai più da lì e trasmettono questo “scettro” ai propri discendenti in eterno, proprio come facevano i monarchi ed i dittatori?

Non vogliamo che un politico resti in carica per troppo tempo, ma accettiamo che un miliardario (molto più influente di un politico) non conosca alcun freno all’accumulo della sua ricchezza. Per intenderci con una metafora sportiva che rende bene l’idea, è come se Alberto Tomba, una volta vinto tutto ciò che ha vinto, avesse avuto l’occasione di impedire a tutti quelli venuti dopo di eguagliarlo e/o superarlo, consegnando ai suoi figli ed ai figli dei suoi figli dei “titoli per discendenza”.

Sarebbe stato un bene per lo sci e per lo sport in generale? Direi di no. E allora? Perché accettiamo che una persona anche incredibilmente capace e vincente non abbia alcun limite nell’accumulare ricchezza? Abbiamo visto, oramai da secoli, che il ricco e potente senza limiti non tende a ridistribuire ciò che ha, ma diviene nel 90% dei casi un malato di mente megalomane ed alienato, ossessionato solo dall’idea di dover accumulare sempre più “risparmi”.

E I “PARASSITI MILIARDARI?”

Esistono leggi contro i monopoli e le posizioni dominanti che sembriamo aver totalmente dimenticato, troppo presi dal compromesso corrosivo del profitto ad ogni costo. Partire dai fannulloni, dimenticandosi dei parassiti miliardari che decidono delle nostre viste, è come voler costruire un palazzo partendo dal tetto. Le fondamenta del cambiamento, delle cosiddette “riforme”, infatti, in questo caso si trovano sulla cima intoccabile ed è da lì che occorre intervenire, se si vuole sul serio rendere la nostra società un luogo più giusto, meritocratico, civile e quindi sicuro.

Perché nessun mondo giusto e civile, nessun mondo meritocratico potrebbe mai tollerare che 62 persone su oltre 7 miliardi controllino il 50% della sua ricchezza. Per quanti meriti possano avere questi individui, sono pur sempre esseri umani con tutti i limiti del caso e non divinità. Per quanto geniali e capaci siano stati in un passato recente o remoto, occorrerebbe porre un limite (almeno sulla carta anche contemplato dagli stessi teorici del vero libero mercato) al loro accumulo di denaro e potere, proprio per non creare nuove monarchie economiche. L’avidità è il male più diffuso e pericoloso del nostro tempo, non la scarsa produttività sul lavoro.

Fin quando non capiremo questo, continueremo a favorire la disuguaglianza e a vivere in squilibri crescenti. L’avarizia è il nemico numero uno di una società che ha trasformato il denaro da mezzo ad unico fine perseguibile. Dite questo nei talk show, invece di parlare del solito nulla riempito di niente.

Germano Milite

Giornalista professionista. Partendo dalla televisione, ha poi lavorato come consulente in digital managment per aziende italiane ed internazionali. E' il fondatore e direttore di YOUng. Ama l'innovazione, la psicologia e la geopolitica. Detesta i figli di papà che giocano a fare gli startupper e i confusi che dicono di occuparsi di "marketing".

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