Europa e austerity: il messaggio forte che arriva da Madrid

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Al di là delle incognite sulla governabilità in Spagna, il vero vincitore delle elezioni è Podemos, che lancia un messaggio all’Europa neo-liberale di Schauble & Co. A Madrid come ad Atene e a Lisbona nulla potrà essere più come prima.

Tornando a casa dopo essere andati a vedere l’attualissimo Il ponte delle spie di Spielberg (se dio vuole in lingua originale con sottotitoli in spagnolo), c’imbattiamo in un gruppetto di addetti alla raccolta dei rifiuti a pochi passi dalla mitica Gran Via di Madrid.

E’ la sera del lunedì, dopo le storiche elezioni che hanno visto perdite consistenti da parte dei due “dinosauri” che hanno dominato la scena politica della Spagna nei 40 anni dopo la fine (ufficiale) del franchismo, e l’avanzata dei partiti anti-casta Podemos, a sinistra, e Ciudadanos, a destra, ma soprattutto del primo.

Chiediamo a questi lavoratori che chiaccherano allegramente mentre procedono lungo i marciapiedi della capitale se sono soddisfatti dei risultati. “Per ora non cambia nulla,” dicono con ironia. “Sappiamo solo che a causa dei tagli il numero degli impiegati per questo lavoro è diminuito e che quindi dobbiamo sbatterci di più per fare lo stesso lavoro.”

Questa candida affermazione ci fa capire, al di là di tutte le potenziali alleanze necessarie per mandare avanti la carretta di un governo stabile nella Spagna post-bipartitismo, qual è la posta in gioco. Rimangono i fatti nudi e crudi della crisi, di una ripresa decantata dal Partito Popolare, ma che in realtà lascia intatti i dati essenziali di disoccupazione e precarietà diffusa. Noi in Italia ne sappiamo qualcosa.

La sera prima eravamo stati al comizio post-elezioni di Podemos. I soliti palloncini viola e il solito mantra “Si se puede” e, naturalmente, l’entusiasmo e la passione d’obbligo. Fino a un’ora prima le exit poll davano il partito al secondo posto, ma poi è arrivata la doccia fredda: in realtà Podemos si posiziona al terzo posto. La famosa “rimonta” c’è stata sì, ma non così forte come si sperava. Militanti e supporter, interpellati individualmente qui e là, sembrano contenti, ma anche un po’ delusi.

Poi, anche se molto tardi, e dopo che la folla l’aveva visto e sentito in diretta sul maxi-schermo mentre faceva le sue prime dichiarazioni, arriva in carne e ossa el lider, Pablo Iglesias, con i suoi più stretti collaboratori, e gli animi si ri-scaldano.

 El colita, oltre a reiterare che ormai, in un modo o nell’altro, il vento del “cambio” in Spagna si è fatto ben sentire eccome, passa in rassegna e ringrazia tutti gli eroi di sinistra nella storia spagnola, a partire dalla famosa Dolores Ibarruri, la Pasionaria della Guerra Civile, per poi passare agli eroi anonimi della Spagna d’oggi che resistono nonostante la crisi. Questo ci fa capire la grossa differenza tra Podemos e il Movimento Cinque Stelle: sì sono entrambi anti-casta e anti-corruzione, hanno una leadership giovane e attraggono i giovani, ma l’anima di Podemos è molto più chiaramente e puramente di sinistra.

 Difficile (ommeglio impossibile) assistere a un comizio pentastellato con la leadership che dopo aver ricordato il sacrificio di Allende, canta assieme ai follower un famoso inno alla resistenza cileno per poi scandire El pueblo unido jamas serà vencido. Beh, è quello a cui abbiamo assistito la sera di domenica di fronte al popolo di Podemos.

 E’ tardi e la folla si disperde. Giusto in tempo per prendere l’ultimo metrò. Nella stazione di Atocha i militanti si ritrovano e dalle due pensiline opposte, in attesa di un treno che sembra non arrivare mai rimbalzano canti e slogan, come se i binari fossero una tenue separazione.

 Lo slancio al rinnovamento continua, sì, ma ora, al di là dei canti, degli slogan e delle speranze, ci sono delle dure realtà aritmetiche da affrontare. E’ il momento dell’analisi fredda e delle scelte strategiche.

  E’ difficile che il Partido Popular ce la faccia a governare da solo, anche se Albert Rivera ha promesso un’astensione.

  Potrebbe trovare ulteriore aiuto da parte dei socialisti, ma, almeno ufficialmente, e per ora, il PSOE ha escluso quest’alleanza.

Sarebbe la fine del PSOE”, ci fa notare Souso Mourelo, giornalista e scrittore, che incontriamo il giorno dopo per discutere i potenziali sviluppi. “Gli elettori si sentirebbero più traditi che mai e al prossimo turno non voterebbero più il partito”.

Infatti il successo di Podemos nasce proprio dal graduale imbastardimento del socialismo, che come in altri paesi europei si è gradualmente mosso sempre più a destra. Tony Blair docet. L’esempio più eclatante è la Grosse Coalition in Germania, laddove il leader del SPD, al governo con la Merkel, si è rivelato più anti-Tsipras della Merkel stessa nei duri mesi della crisi greca.

La sera di lunedì, prima di andare al cinema, ci fermiamo per una tapa al volo in un bar di fronte al Ministerio de la Justicia in Calle San Fernando. Esattamente quarant’anni fa eravamo proprio in questo bar, ad assistere a una dimostrazione, una tra le tante che seguirono la morte di Franco, quando non si sapeva bene se la Spagna si sarebbe evoluta verso la democrazia, o se il Caudillo avrebbe continuato a comandare indirettamente dall’aldilà. La tensione era pesante e palpabile. La polizia entrò nel bar e ci fece uscire. Rientrammo dalla porta dietro l’angolo, ma la polizia, incazzata più che mai, ci fece nuovamente uscire. Non c’era nulla da fare e ce ne andammo a vedere un film di Antonioni.

Come si suol dire, ne è passata di acqua sotto i ponti, ma anche se non c’è più la tensione e la violenza di allora si capisce che questo è un momento storico altrettanto cruciale.

E’ proprio in questo bar che sentiamo una tertulia (gruppo regolare di amici) tutta presa da un’accesa discussione politica. Tre sono di Podemos, uno è di Isquierda Unida e un altro è del PSOE. Mix emblematico.

Esiste una possibilità di alleanza tra Podemos, Isquierda Unida e un PSOE indebolito?” chiediamo subito. Gli amici sorridono e guardano con ironia al membro socialista della combriccola. Certo che un’alleanza è possibile, è la risposta, ma dentro il PSOE esiste la classica divisione tra destra e sinistra, con quest’ultima pronta a scendere a patti coi giovani di Podemos. Chi avrà il sopravvento?

E inevitabilmente non si può isolare la Spagna dal contesto finanziario internazionale. I mercati vogliono stabilità, continuità. La borsa di Madrid, sorpresa, sorpresa, ha subito reagito ai risultati elettorali con un tonfo. L’agenzia di rating Moody’s ha subito declassato il paese (ma i fattacci loro non se li possono mai fare?), mentre la Troika è in attesa al varco. Tsipras, che finalmente si sente meno solo, commenta a caldo: ”La politica di austerity è stata politicamente punita in Spagna.

Bisognerà vedere fino a che punto Pablo Iglesias, che forse qualcosa ha imparato proprio dalla crisi greca, sarà in grado di fare dei compromessi coi socialisti, per tentare di avviare el cambio. Sotto certi aspetti la situazione può ricordare quella in Portogallo. Anche lì il partito conservatore di governo ha ottenuto una maggioranza relativa, gli è stato offerto un mandato, ma alla fin fine è stato bocciato in parlamento grazie a un’alleanza a sinistra tra socialisti, comunisti e il Bloco de Isquierda (il Podemos-Syriza portoghese).

Esiste anche la possibilità di un governo retto dai popolari, ma ad interim, in attesa di nuove elezioni a marzo. In questo caso, e soprattutto se Podemos e l’Isquierda Unida si alleassero, le forze della sinistra radicale potrebbero ottenere molti più voti che domenica scorsa, e quindi sarebbero in una posizione di maggiore forza per tentare una seria svolta anti-austerity insieme ai socialisti.

Come dicono gli americani: Quando arriveremo a quel fiume lo attraverseremo. O come diceva Napoleone: “Avant je m’engage, apres on verrà” (Prima m’impegno nella battaglia, poi si vedrà). Ma il messaggio che viene dalla Spagna è chiaro: in questo paese, come forse in tutta Europa, le cose non potranno più rimanere le stesse.

Attilio De Alberi

Attilio L. De Alberi, studente in Gran Bretagna e negli USA, lavora in pubblicità a Milano. Emigra a New York e poi a Los Angeles, dove lavora nel cinema e come giornalista. Rientrato in patria continua a dedicarsi al giornalismo, scrivendo per Lettera43 e per Il Manifesto. Ultimamente collabora part-time con Don Luca Favarin, prete alternativo in un dei suoi centri di accoglienza per immigranti nel cuore del Veneto leghista.

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