Quale Europa? Quale Italia?

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Caro Primo Ministro Matteo Renzi,

questa cartolina le arriva dopo i suoi interventi al forum di Cernobbio e alla Festa dell’Unità di Milano, nonché la sua fugace presenza a Monza in occasione del Gran Premio d’Italia di Formula 1. Lei è persona molto impegnata, e deve rendere conto ai suoi milioni di followers su Twitter, che non vorrei lei avesse scambiato per virtuali elettori, perciò non le ruberò molto tempo. Mi interessa affrontare con lei due questioni che non mi sembrano secondarie, ma sulle quali, nonostante le sue frequenti esternazioni, non sono riuscito a capire la direzione del suo pensiero. Sono due questioni di merito, come sempre, e riguardano l’architettura istituzionale delle nostre due grandi case comuni: l’Europa e l’Italia.

Vede, signor Primo Ministro, in questi ultimi giorni la nostra Europa – della quale, glielo dico subito con fermezza, io sono un grande sostenitore – ha dovuto affrontare una crisi mai vista in precedenza: a causa di questo, essa ha mostrato molti dei suoi lati deboli, tutti sul piano istituzionale, e perciò, più a monte, la sconfortante mancanza di politica, nel senso più ampio che vorrà dare a questo termine. C’è stato l’episodio scatenante della foto del piccolo Aylan, episodio tanto drammatico quanto assurdo, fuorviante e fuori contesto. Come al solito ci si è accapigliati tutti sul metodo, abbandonando completamente il merito. Ci si è chiesti, cioè, se fosse opportuno o meno pubblicare o censurare, usare l’effetto potente dell’immagine per veicolare i messaggi o preservare lo stomaco e le coronarie dei lettori impedendo tale spettacolo. E giù valanghe di discussioni sulla spettacolarizzazione mediatica, sulla volontà censoria e così via, così discorrendo. Ma la foto altro non è che la rappresentazione di una delle migliaia e migliaia di morti, bianche, nere, piccole, grandi, che da almeno 25 anni accadono sulle sponde del mare Mediterraneo e che dal 1990 hanno superato abbondantemente quota 26.000.

Dal 1990 ad oggi, signor Primo Ministro, è un terzo di una vita umana. Direi che è abbastanza per dotarsi di una politica comunitaria, almeno per quanto riguarda l’immigrazione. Abbiamo fatto in tempo a fare una moneta unica, una politica agricola più o meno unica, abbiamo integrato diverse nazioni, abbiamo parlato tanto di rigore dei conti, abbiamo tentato di salvare la Grecia, ma di immigrazione no, non si è parlato mai. Pensi un po’: in un paio di settimane, quando si è profilata in tutto il suo orrore la drammatica situazione migratoria, i capi di alcune nazioni (Germania, Francia e Inghilterra), hanno dovuto fare una riunione nella quale hanno deciso di chiedere ai loro ministri dell’Interno di chiedere alla presidenza di turno (Lussemburgo) di chiedere ai ministri dell’Interno di tutti gli altri stati membri di chiedere ai loro Primi Ministri (quindi anche a lei) di fare una riunione sul tema. Contemporaneamente i ministri degli Esteri di Italia, Francia e Germania si sono dovuti riunire per chiedere all’Alto Rappresentante di riunire tutti gli altri ministri degli Esteri per decidere sul tema. Le decisioni dei ministri dell’Interno sono diverse e non compatibili con quelle dei ministri degli Esteri. E ancora, se le cose dovessero peggiorare, ci saranno altre riunioni per riunire i ministri della Difesa dei vari stati membri, le cui decisioni non saranno probabilmente compatibili con quelle dei ministri dell’Interno e degli Esteri di tutti gli altri stati membri, senza considerare i veti incrociati di questo o quell’altro outsider. E non è finita: da tutte queste riunioni la Commissione è completamente esclusa, come è escluso il Parlamento Europeo. Questa è la procedura standard di organizzazione della nostra Europa, ed è del tutto evidente che in casi di crisi come questo, sia un totale fallimento. Perché l’Europa è ancora Europa degli Stati – Nazione, e ancora delega questioni di carattere continentale alle legislazioni dei singoli, che, com’è ormai arcinoto, sono tutte diverse. Non si può più continuare a parlare di questa Europa, signor primo ministro, ed è arrivato il momento di fare scelte serie e consapevoli nella direzione degli Stati Uniti d’Europa. Se non si comprende questo, tanto vale mettersi alla coda dei populismi d’accatto e andare ognuno per la propria strada, tirare su muri, chilometri di filo spinato, per poi vederli lentamente e inesorabilmente crollare sotto la spinta della guerra e della fame.

Le dico tutto questo perché io la vedo un po’ spento su tali questioni. Lei si preoccupa – come spesso dice – di aver fatto tutti i compitini, di non essere più un problema per l’Europa, di non essere l’ultimo della classe, e questo va benissimo. Però non ho capito qual è l’idea che lei ha di questa Europa, quando per esempio ci condannano per lo stato disastroso della nostra giustizia e delle nostre carceri. Non ho capito se lei è a favore o contrario ad una politica fiscale comune, ad una politica di difesa comune, o anche soltanto a una politica, senza aggettivi, ma che sia comunitaria e abbia valore per tutti. Magari lei lo ha detto e io me lo sono perso, chissà. Ma non divaghiamo.

La seconda questione riguarda un po’ più da vicino noi italiani. Come forse lei sa io non sono un tifoso del bicameralismo paritario, e meno che mai di quello perfetto. Il meccanismo è vecchio e malfunzionante e, complici regolamenti parlamentari da riformare nel loro complesso, produce fin troppo spesso una sovrapposizione se non addirittura uno sdoppiamento dei dibattiti, parola per parola, con l’effetto di rallentare in maniera insostenibile il processo di formazione delle leggi. Una delle gravi conseguenze di questo stato di cose, è che per aggirare questa pesantezza di processo, gli ultimi governi hanno fatto ricorso in modo eccessivo alla decretazione d’urgenza, inserendo decine di clausole non coerenti con la tematica dei decreti stessi: i famosi ‘omnibus’, che hanno la caratteristica comune di essere approvati di corsa, con poco o inesistente dibattito, con superficialità e tralasciando spesso i decreti attuativi delle leggi, cosa che rende le stesse praticamente inefficaci. Perciò, glielo dico senza piaggeria, sono più che d’accordo con il fatto che il bicameralismo italiano andava e vada riformato. In questo caso il problema non è più quindi il merito, ma il metodo. Una riforma del genere avrebbe richiesto forse un’assemblea costituente, magari eletta con metodo proporzionale plurinominale, come quella del ’46. Lei oggi, sulla base dei voti che ha preso alle primarie – che, mi consentirà, sul piano prettamente democratico sono una specie di scherzo del demonio – e sulla base di quelli presi alle europee, sta mettendo mano ad uno dei pilastri fondamentali del nostro assetto istituzionale. Nulla di quanto Calderoli ha scritto e detto sul Senato nella sua lunga carriera politica mi trova d’accordo, ma non è questo il punto. Il punto è che io non ho capito se lei reputa il Senato una inutile appendice al lavoro della Camera, ovvero del manovratore, o se invece crede davvero che dei consiglieri regionali possano legiferare sugli accordi internazionali dell’Italia, per esempio sull’assetto dell’Europa in termini di immigrazione, ovvero sulla riforma del regolamento di Dublino III. La mia domanda è solo questa: ma lei ha presente i consiglieri regionali?

Adelchi Battista

Adelchi Battista è nato nel 1967 e vive in una landa sperduta nel Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise. Il suo romanzo di esordio è stato "Io sono la guerra" (Rizzoli) e ha vinto il premio Hemingway per la narrativa a Lignano Sabbiadoro. Ha scritto per la radio, la televisione e il teatro lavorando per la Rai, Radio24, RIN, Fox Channel ecc. Oggi si occupa di bonifiche da residuati bellici, fumetti, medioevo, e principalmente dei suoi quattro figli.

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