La Cina ha i piedi d’argilla. Inquinata

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Sono parecchi coloro che hanno salutato l’annuncio di Cina e Stati Uniti su energie rinnovabili e clima, e ancora di più coloro che hanno applaudito l’annuncio di Barak Obama contenuto nel Clean Air Act sulla riduzione delle emissioni climalteranti entro il 2030, sulla base di quelle del 2005. Ma un aspetto che ben pochi analisti hanno preso in considerazione sono le implicazioni di geopolitica industriali connesse a queste scelte, lasciando per un attimo da parte le, anche se molto importanti, implicazioni ambientali.

E per analizzare la questione è necessario partire da lontano. Ossia è necessario analizzare il Pil cinese. Il gigante asiatico, infatti, è dipendente dall’aumento del Pil, meglio se oltre il 10% sia per problemi di stabilità politica, sia sociali. Il Partito Comunista Cinese, infatti, ha bisogno la crescita a tutti i costi, possibilmente a due cifre e comunque non sotto il 6% annuo, per garantire le stabilità sociale ed economica a una popolazione di 1,3 miliardi di persone, il cui stile di vita è in aumento. In questa chiave si spiegano sia le dinamiche storiche del Pil cinese che per anni è stato di oltre il 10% e il fatto che durante gli anni della crisi il Pil del gigante asiatico sia stato sostenuto anche dall’edilizia, spesso di bassa qualità, con risultati non esaltanti. Come dimostra la recente esplosione del deposito chimico di Tianjin, dove sono morte 158 persone – il conto è ancora parziale a venti giorni dall’evento – a ridosso del quale c’erano insediamenti abitativi, persino di lusso.

Pil a tutti i costi


E l’esigenza di un Pil così elevato – e di mantenere un quadro competitivo a tutti i costi nonostante l’aumento, fisiologico, del costo del lavoro – ha due punti cardine sulla quale basarsi: la riduzione dei costi di produzione grazie anche all’eliminazione di quelli ambientali e il basso costo dell’energia. Sul primo punto non ci sono dubbi di sorta. L’inquinamento da produzione industriale è in Cina all’ordine del giorno. Le polveri sottili, i micidiali PMx a Pechino spesso raggiungono, e superano, i 900 microgrammi per metro cubo – con una punta massima di 993 a gennaio 2015- , un valore che è di oltre venticinque volte maggiore il limite vigente in Europa. Quello per il quale nelle nostre città si blocca il traffico. E anche su altri fronti l’inquinamento è alto. 100mila chilometri quadrati i suolo coltivabile sono inquinati, mentre nel 2015 uno studio dell’Università di Berkeley ha stimato in 1,6 milioni ogni anno le vittime dell’inquinamento solo dell’aria.

Carbone superstar


Del resto la cosa appare abbastanza logica se si pensa che sul solo settore della produzione elettrica il carbone ha “pesato” nel 2013 per ben 801 GW di potenza installata su un totale di 1.247 GW. Nel 2006 la capacità elettrica che utilizzava il carbone era di quasi la metà: 484 GW. Solo questo dato dovrebbe essere sufficiente a capire su cosa si sia basato il Pil cinese che nello stesso periodo è passato da 2.269, del 2006, a 8.462 miliardi di dollari del 2013, mentre nel 2015 dovrebbe raggiungere i 10.360 miliardi di dollari. Insomma un Pil “drogato” oltre ogni immaginazione di crescita che non accennerà, nelle intenzioni del Governo cinese, a diminuire. L’annuncio cinese sulle emissioni climalteranti di qualche mese addietro riguarda, infatti, una loro diminuzione dal 2030. E le previsioni sul fronte energetico che riguardano il gigante asiatico ratificano tutto ciò. Pechino infatti di fronte a un trend dei consumi energetici che sarà consolidato nei prossimi anni ha previsto un target del 15% al 2020 per la produzione energetica da fonti non-fossili e del 20% al 2030. Si tratta di percentuali basse che però, viste le dimensioni della nazione significheranno “numeri importanti” per le fonti non fossili.

Mercato gigante


Quindi un mercato appetibile per Usa e Francia sul nucleare e per Germania, Stati Uniti e Nord Europa per quanto riguarda eolico e fotovoltaico. Senza mettere in conto le tecnologie per la “transizione” come il gas naturale, e l’efficienza energetica, quest’ultima specialmente nel settore dell’edilizia. Solo per dare una cifra Bloomberg ha dato la realizzazione di 1.000 centrali nucleari in Cina al 2050. Si tratta di una cifra quasi sicuramente eccessiva, ma anche se fossero “solo” 300 sitratterebbe della bellezza di 3-400 GWe installati. La Cina sul fronte energetico è quindi vista come un mercato prima di tutto, specialmente dagli Usa che non a caso hanno fatto un annuncio congiunto con il gigante asiatico. E tutto ciò mentre la maggior parte dell’Europa, a eccezione di Francia, Germania e Danimarca, rimane a guardare. Priva di una qualsiasi politica industriale sull’energia. A meno che non si voglia considerare “politica industriale” quella del Governo italiano che sta bucherellando la costa attorno al Bel Paese per pochi barili di petrolio, mentre non fa il minimo atto per accumulo e solare termodinamico, settori dove abbiamo, per ora e non per molto, la leadership tecnologica.

Sergio Ferraris

Sergio Ferraris è giornalista professionista e scrive di scienza e tecnologia mettendole caparbiamente in relazione ai problemi ecologici e a quelli sociali. Si occupa di questioni energetiche, con particolare attenzione alle rinnovabili, la ricerca e alle problematiche legate a nucleare e alle fonti fossili.

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