Franco Cordelli e la morte del romanzo

Pubblicato il 17 August 2015 da Adelchi Battista | Per leggere questo articolo ti servono: 7 minuti | 1456
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Caro Franco Cordelli,

sono passati ormai tredici anni da quando ci siamo conosciuti in quel tuo ufficio ai piani alti di Via Asiago, sede storica di Radio RAi. Al tempo, sotto la direzione di Sergio Valzania, creammo la trasmissione ‘Ad Alta Voce’, ancora oggi in perfetta salute, al contrario di tanti altri programmi che sono invece finiti nel dimenticatoio. Nel breve periodo successivo, durante il quale ci frequentammo un po’, discutemmo di tutto, della mia riduzione di Anna Karenina, dei destini del mondo, delle traduzioni, di Raboni e Citati, delle vicende del Gruppo ’63, parlammo di quando Carmelo Bene ti sfidò a duello e chissà di cos’altro. Quando andavamo a teatro ti alzavi cinque o dieci minuti prima della fine, perché non volevi salutare nessuno e perché non volevi far sapere che eri presente, poiché questo avrebbe generato negli attori e nei registi la speranza di una tua recensione sul Corriere. Poi una volta ti mandai un mio romanzo giovanile e tu, con estrema gentilezza me lo stroncasti al telefono. Non te l’ho mai detto, ma quella tua telefonata mi arrivò mentre ero nell’ufficio centrale dei vigili di Roma, tentando di farmi togliere una multa salatissima che avevo preso con il motorino. Davanti a me c’era il capo supremo dei vigili della Capitale che aspettò pazientemente tutta la telefonata, mentre mi parlavi di ritmo, catarsi, elevazione, giudizio, riconoscenza e debito e decine di altre cose per dirmi che il mio romanzo, che per questo non ho mai pubblicato, non ti era piaciuto. Anni dopo venisti a vedere la Ricotta di Pasolini che io e Antonello Fassari proponevamo all’Ambra Jovinelli, come al solito te ne andasti prima della fine e non ci salutammo, ma facesti una bella recensione sul Corrierone. Poi, per anni, più nulla.

Giorni fa ho letto una intervista che hai concesso a Nanni Delbecchi nella quale riproponi un tuo vecchio mantra, ovvero che il romanzo è morto da trentacinque anni, che gli scrittori non sono più influenti, e che anzi non hanno nemmeno coscienza della loro ininfluenza. Si è scatenato un dibattito – cosa ho detto? Un dibattito, Dio mio! – tra scrittori, critici, molti amici, molti conosciuti, molti sconosciuti. In realtà, essendo uno di quelli perfettamente consci della propria ininfluenza, mi sono sentito chiamato in causa non in quanto scrittore, e nemmeno in quanto lettore. Io sono il secondo da sinistra, nella fila in fondo, non mi vedo nel quadro perché davanti ho dei veri e propri giganti, perciò posso dire la mia senza problemi, sapendo che quasi certamente non lo verrai nemmeno a sapere.

Il romanzo è morto, lo dici tu e io ti credo, anche se poi nel corso della polemica sembrava morta l’intera letteratura, perciò non si sapeva più nemmeno bene – come spesso accade – di cosa si stava parlando. Questa cosa della letteratura era una costante delle lettere bollenti che si scambiavano Henry Miller e Anais Nin mentre lui stava scrivendo il Tropico del Cancro, perciò stiamo parlando dei primi anni 30. Miller era davvero felice che finalmente si stava liberando di questo fardello enorme, pesantissimo e lezioso che si chiamava letteratura, perché si trattava di un artificio che nulla aveva a che vedere con la realtà, e quindi con la verità. Si riferiva evidentemente alle scritture a lui precedenti, al romanzo ottocentesco, e del resto la via che cominciava a tracciare era quelle sulla quale si sarebbero poi incanalati i poeti e gli scrittori della Beat Generation. Così la domanda nasce spontanea, per restare sulle generali: On The Road già non è più romanzo? l’America sotterranea di Ellroy è già fuori dai sentieri letterari? E quel giovane Holden descritto da Salinger – siamo nel 1953 – non è forse più romanzo?

Dalla tua intervista, per essere esatti, il limite che tracci parte dal 1980, ovvero dalla pubblicazione de ‘Il nome della Rosa’. Da questo momento, dici tu, siamo stati proiettati nella letteratura pop, romanzi medi per lettori medi, pubblicazioni a fiumi, nessun controllo della qualità da parte degli editori, e la sensazione, da parte dei lettori, che in fondo anche loro possano un giorno pubblicare le loro pruderie che finora avevano nascosto nei cassetti. Anche di questo, rammento, abbiamo già parlato. Mi chiedesti, per la precisione, se potevo citarti un classico letterario contemporaneo, e cioè successivo alla fatidica data del 1980. Così parlammo di Roth, o di Wallace, forse anche di Pynchon, ma in effetti non veniva alla mente nessun italiano. La liquefazione del reale era già in atto, la possibilità che ci si aprisse – culturalmente –  come orchidee seriche alla luce di giugno era già ampiamente superata, tutti scrivevano già allora, pochi leggevano, e i lettori erano già da tempo, a loro volta, romanzieri. Pure, a parte qualche eccezione, il pubblico dei teatri, dei teatri colti, non popolari, era – ed è – in gran parte composto di persone e ruoli che comunque ruotavano attorno al teatro: scrittori, autori, attori, musicisti e registi.

Così oggi mi chiedo – e ti chiedo – a quale categoria vorresti ascrivere il tuo bellissimo ‘Un inchino a terra’, per esempio? Oppure, molto più in piccolo, mi viene il dubbio se quello che sto scrivendo io da un paio d’anni, e ancora per chissà quanti, studiando e ricercando per quanto mi è possibile, altro non sia che un inutile fiume ereticale di caratteri a stampa, o a video, e non, come piacerebbe a me, un romanzo storico. Inoltre mi piacerebbe sapere se sei mai stato o hai mai frequentato un social network con costanza: si tratta di luoghi dove l’intera esistenza, o un gruppo nutritissimo di esistenze, si trasforma in letteratura. Siamo cioè in presenza del mondo come testo scorrevole. So cosa pensi di questa liquefazione baumaniana: tutta letteratura, niente letteratura, e sono anche parzialmente d’accordo. Ma se nel tutto letterario non si distingue più il grande classico, non è perché esso non ci sia: è perché diventa difficilissimo evincerlo dalla massa indistinta di lettere, per deficienza delle nuove leve editoriali, ma anche per oggettiva difficoltà in termini di tempo e quantità. Considerare negativo il fatto che tutti, o quasi tutti oggi potrebbero essere in grado di comporre un romanzo, mentre soltanto trenta o quarant’anni fa il tasso di analfabetismo o semianalfabetismo era ancora – soprattutto al sud – molto alto, lo trovo un po’ troppo classista e snob. Poi è vero, abbiamo avuto grandissimi poeti, intellettuali e scrittori, li abbiamo corrotti per bene con il cinema e la televisione, e oggi siamo a questo punto. Da trecento gli scrittori sono diventati tremila e poi trentamila, che sarebbero gli stessi trentamila che comprano ancora i libri.

A questo discorso se ne affianca un altro, anticipato con la solita preveggenza da Giuseppe Genna: e cioè la scomparsa non già della letteratura, ovvero della sua forma – romanzo, quanto del mattone che ne costituisce l’essenza, ovvero della lingua, e in particolar modo del suo fondante primario: la parola. L’uomo diventerà lentamente preda di afonia, e subito dopo di alogia, ma conservando la capacità di connettere e scambiare pensieri attraverso e con la macchina. La lingua risuonerà dentro di lui, in modo interiore, cioè con l’interioritàche conosciamo oggi; quanto sia importante e – aggiungo io – devastante, la presenza del testo in questo futuro grigio e incerto lascio a te l’opportunità di considerare. Quindi, per concluderla qui, io credo che ci sono oggi, e ci saranno domani ancora, grandissimi scrittori, grandissimi romanzi, grande letteratura. Solo che non ce ne accorgeremo, perché già oggi facciamo molta fatica ad accorgercene: tutto questo oro è ricoperto da una spessa coltre di polvere di chiacchiericcio, risate, effetti speciali e curiosità da gossip. Ricoperto cioè dal paniere dei bisogni, colori, tempi e ritmi imposti dalla società dei consumi, società alla quale non si è sottratto nessuno scrittore, nessun editore, nessun critico. Non vado oltre, che già ho esagerato. Ricordo solo a tutti, e a me stesso, che in fondo questa storia va avanti da tempo, ed è diventato il tuo modo di dialogare con gli scrittori. Perché lo so io come lo sai tu, che il romanzo è e resta ancora il modo migliore di raccontare il mondo di oggi, quello di ieri e quello di domani.

Un saluto affettuoso dal tuo Adelchi Battista


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Adelchi Battista è nato nel 1967 e vive in una landa sperduta nel Parco Nazionale D'Abruzzo, Lazio e Molise. Il suo romanzo di esordio è stato "Io sono la guerra" (Rizzoli) e ha vinto il premio Hemingway per la narrativa a Lignano Sabbiadoro. Ha scritto per la radio, la televisione e il teatro lavorando per la Rai, Radio24, RIN, Fox Channel ecc. Oggi si occupa di bonifiche da residuati bellici, fumetti, medioevo, e principalmente dei suoi quattro figli.
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